domenica 10 febbraio 2013
ECO 16: Albano Laziale, Decreto Clini: Accolta la sospensi...
ECO 16: Albano Laziale, Decreto Clini: Accolta la sospensi...: Il Tar del Lazio sospende gli effetti del decreto Clini con effetto immediato (e fino alla prossima udienza del 6 giugno), eppure gli au...
lunedì 28 gennaio 2013
ECO 16: Sit in contro la monnezza di Roma per salvare i Ca...
ECO 16: Sit in contro la monnezza di Roma per salvare i Ca...: Il freddo non ha spaventato i numerosi cittadini che oggi hanno partecipato al Sit in di fronte i cancelli della discarica di Roncigliano ...
sabato 26 gennaio 2013
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ECO 16: Tutti al sit-in organizzato dal comitato No Inc al...: Domani 26 Gennaio dalle ore 8,00 alle ore 14,00 ci sarà un presidio dei cittadini di fronte i cancelli della discarica di Roncigliano, su...
mercoledì 23 gennaio 2013
venerdì 18 gennaio 2013
ultimo incontro su PROGETTO RICICLO a Genzano .. Partecipimo numerosi !!
ECO 16: PROGETTO RICICLO incontro conclusivo: TERZO APPUNTAMENTO DI " PROGETTO RICICLO " CON IL "PERSONAGGIO AMBIENTE 2012" ALESSIO CIACCI ASSESSORE ALL'AMBIENTE DEL COMU...
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ECO 16: BUONI RISULTATI ALLA CONFERENZA DEI SINDACI AD ALB...: Conversazione di Fabio Ascani, ECO 16 , con Daniele Castri e Simone Carabella, dopo la Conferenza dei Sindaci tenutasi oggi, 9 gennaio 2013 ...
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ECO 16: IL COMMISSARIO SOTTILE SCEGLIE 4 SITI PER I RIFIUT...: Il commissario per l’emergenza Rifiuti nella Capitale, Goffredo Sottile, ha individuato nel Lazio quattro impianti tmb, per il tr...
sabato 5 gennaio 2013
Fallisce il “modello” inceneritore + discarica, ritorna l’emergenza rifiuti
(Fonte articolo, clicca qui)
Con l’avvento delle festività natalizie torna d’attualità un’altra delle croniche emergenze italiane, quella del mancato smaltimento dei rifiuti urbani. Ai casi di Napoli, Palermo e Roma, da tempo afflitte dal problema, si sono aggiunti quelli di vari comuni della Calabria e della Puglia: le vie e le piazze di Bari, Catanzaro, Foggia, Lamezia Terme, Reggio Calabria e di altri centri minori sono, in questi giorni, intasate da cumuli di rifiuti maleodoranti, che spesso vengono arsi, con grave danno per la salute dei cittadini. La spazzatura bruciata per strada, infatti, è molto insidiosa, perché genera ceneri tossiche contenenti diossina, un potente cancerogeno. Quanto sta succedendo dimostra chiaramente il fallimento del modello di gestione dei rifiuti prevalente in Italia, che è basato, almeno in prevalenza, sul ricorso alle megadiscariche e agli inceneritori. Il problema riguarda soprattutto vaste zone del Centro-Sud dell’Italia, nelle quali c’è una maggiore incidenza delle “ecomafie” – che controllano il traffico dei rifiuti, sia legale, sia illegale – e dove è molto più bassa la raccolta differenziata. A ciò si deve aggiungere l’interesse delle aziende costruttrici degli inceneritori – in primis la Impregilo – che puntano a mantenere in vita un sistema anacronistico di eliminazione dei rifiuti, ma molto lucroso per loro.
È bene ricordare, a tal proposito, che l’incenerimento rappresenta una tecnica arretrata, pericolosa e poco efficace, perché, oltre a immettere sostanze nocive nell’atmosfera (come diossina, furano, gas serra e polveri sottili), induce ad aumentare a dismisura il numero di discariche, creando periodicamente situazioni d’emergenza (con un aggravio non indifferente della spesa pubblica).
Gli spazi disponibili per l’assemblaggio dell’immondizia stanno diventando sempre più esigui, mentre, ogniqualvolta si prospetta l’eventualità che venga aperta una nuova discarica a cielo aperto, le popolazioni locali protestano vibratamente.
Eppure anche in Italia ci sono esempi positivi di come si possano smaltire i rifiuti urbani senza inquinare l’ambiente.
Il concorso “Comuni ricicloni 2012”, indetto da Legambiente col patrocinio del Ministero per l’Ambiente, ha premiato 1.123 comuni “virtuosi”, che hanno saputo riciclare più del 65% dei loro rifiuti urbani. Si tratta, purtroppo, appena del 13,9% di tutti comuni italiani, l’88,87% dei quali si trova nel Nord Italia, il 5,25% nel Centro, il 5,88% nel Sud. Tra essi, innanzi tutto, va ricordato Ponte nelle Alpi (BL), che si è classificato primo in assoluto con l’87,7% di riciclaggio dei rifiuti; una menzione speciale meritano, in secondo luogo, Pordenone e Salerno, che, con il 77,5% e il 68,4%, si sono piazzate al primo posto tra i capoluoghi di provincia, rispettivamente, del Nord e del Sud. Nessuna città del Centro, invece, ha superato la soglia di eccellenza (cfr. Speciale Comuni ricicloni 2012, in Rifiuti oggi, n. 1, 2012).
Rammentiamo, infine, che, dal prossimo aprile, la tassa comunale sui rifiuti aumenterà del 25% per le famiglie e ancor di più per gli esercizi commerciali (con punte anche del 300%).
Sarà l’ennesimo salasso per le tasche degli italiani, sempre più indigenti.
SAPERI - Miti, leggende e realtà dell'università italiana
Nelle seguenti slides sono mostrati alcuni luoghi comuni perno della
propaganda che ha giustificato tagli e riforme degli ultimi anni, messi
a confronto con i fatti e con i numeri: Spesa, risultati, efficienza: miti, leggende e realtà dell’università italiana “I fuori corso sono un costo sociale”: quando Profumo venne
incaricato al Ministero d’Istruzione, Università e Ricerca con queste
parole d’ordine palesava quanto antitetica fosse l’idea di università
del Governo, e dell’ideologia che rappresenta, rispetto alla nostra,
esplicitata nel libro/manifesto “Studiare con Lentezza”.
L’idea che ci porta a parlare della “lentezza”
come un valore
risponde a una duplice motivazione.
Innanzitutto si basa sul rigetto dell’università attuale, configurata oramai come una catena di montaggio tutta schiacciata sul momento dell’uscita: si studia per entrare nel mondo del lavoro, ci si iscrive per uscire al più presto ed il “ritardatario”, il fuoricorso, viene bollato come sfigato, subisce il pressing della famiglia, dei docenti e da ora in avanti, grazie alla spending review montiana, anche dell’aumento delle tasse.
Quella che era un’università di massa conquistata dai movimenti studenteschi ed operai, al momento del riflusso di quest’ultimi si è trovata immediatamente assediata da una lunga serie di controriforme che l’hanno snaturata, portandola ad essere il contrario di quello che studenti ed operai chiedevano: allora reclamarono uno strumento d’emancipazione dell’individuo, un luogo dove produrre benessere per la società intera, ci ritroviamo adesso con un laureificio dequalificato nei contenuti, costoso per gli studenti, inutile al fine di trovare un qualche lavoro sicuro e/o ben retribuito, ed infine spolpato dai padronati locali che ne privatizzano la ricerca (e dal 2013 siederanno nei Consigli di Amministrazione, potendo quindi decidere direttamente del futuro di didattica e ricerca).
Il secondo riguarda l’immagine del mondo che abbiamo:
rifiutiamo l’”università di corsa” perché rifiutiamo lo stile di vita imposto dal capitalismo contemporaneo, ossessionato dalla superficialità dei rapporti umani e dalla mercificazione di ogni aspetto della vita.
Ci arroghiamo il diritto di studiare con lentezza perché vogliamo conoscere, formarci criticamente, e non solo ottenere crediti in cambio dell’apprendimento di nozioni usa e getta. Vogliamo vivere le università perché così potremo confrontarci coi nostri compagni di studio, ampliando le nostre vedute e scoprendo che siamo davvero tutti sulla stessa barca, ma che questa barca è costantemente sotto attacco dai corsari neo-liberisti.
L’ultimo di questi attacchi è la cannonata del “patto di stabilità”, patto sottoscritto senza chiederci nessun parere, e che decreta la sentenza di morte per decine di atenei, che subiranno quindi un notevole ridimensionamento.
La finanziaria approvata giusto un giorno prima di sciogliere le Camere decreta infatti una somma per il Fondo di Finanziamento Ordinario che è di almeno 300 milioni inferiore al fabbisogno minimo di funzionamento degli Atenei (fonte M.i.u.r.)
Come da anni il movimento studentesco ripete, è un attacco totale e che richiede una risposta totale e radicale.
L’austerity richiede un’accelerazione del processo che già negli anni ’90 è stato iniziato: taglio della spesa sociale, riforma in senso privatistico dell’università, privazione dei diritti conquistati da decenni di lotte operaie.
I governi di centro-sinistra e centro-destra hanno disegnato, tassello dopo tassello, un quadro che con la riforma Gelmini del 2010 e la ratificazione dei nuovi statuti d’Ateneo ha preso una forma coerente visibile anche ai più ciechi; adesso questi ulteriori tagli sono la goccia che farà traboccare il vaso, imponendo la riorganizzazione del sistema universitario nazionale esattamente come le precedenti riforme prefiguravano: diciamo definitivamente addio all’università di massa egualitaria e che permette a tutt* di accedere ai saperi e di intraprendere una carriera di ricerca o insegnamento. Già dal primo decennio degli anni 2000 abbiamo assistito ad una omogeneizzazione formativa verso il basso, ovvero un’università aperta sì alle masse, ma che inculca competenze standard funzionali all’apparato della società, scaricando i costi della formazione dalla spesa pubblica al singolo studente, indebitato con le banche. D’ora in poi vedremo invece una diminuzione del numero dei Dipartimenti, a causa dei tagli e del turn-over dimezzato; la disuguaglianza fra Atenei “virtuosi” (ovvero quelli che riprodurranno la classe dirigente e l’ideologia dominante) ed i laureifici si divaricherà sempre di più; aumenterà di conseguenza il tasso di abbandono e diminuiranno le immatricolazioni (già in calo da due anni, invertendo una tendenza decennale); chi deciderà di proseguire troverà invece tasse sempre più alte (infatti l’aumento è generalizzato, non solo per i fuori corso) e borse di studio sostituite da prestiti d’onore, che producono gli effetti che queste slide ci mostrano…
Insomma, se non saremo noi a muoverci
e dire una volta per tutte “basta!”,
e dire una volta per tutte “basta!”,
nessuno ci regalerà più niente, all’università
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