Comunicato di pubblica resistenza al DDL intercettazioni

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall'Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come "ddl intercettazioni".

Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d'indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all'interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all'informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

Questo sito si dichiara altresì .. per imprescindibili motivi sia etici che politici .. deberlusconizzato .. demontizzato .. degrillizzato

sabato 29 dicembre 2012

Chavez: "le crisi in Siria e in Libia sono state pianificate e provocate dall'esterno"



e non solo lì purtroppo 
possibile ci si un solo Uomo ad affermarlo nel mondo ??!

mercoledì 26 dicembre 2012

"Se m'interrompe, vado via"



e sarebbe pure Ora .. vada .. vada .. ma di corsa però


ch' è atteso assai .. di là

Pillar of Defense chronicles: IDF SpokesPerson

Israele lancia la sua dichiarazione di guerra a frequenze unificate e occupa militarmente il terreno fisico e quello digitale.  L'armamentario di tecnologie, discorsi e dispositivi retorici impiegati in rete (e non solo) dall'Israel Defence Force durante l'operazione Pillar Of Defense contro Gaza.  

La terza ed ultima parte di questo articolo verrà pubblicata 
lunedì 31 dicembre.

Pagina IDF Spokesperson
Facebook – Internet – Tempo asincrono
Scambi di artiglieria sul campo e di tweet in rete.  Così si è aperto il sipario su Pillar of Defense. Prima il filmato dell'esecuzione di Ahmed Jabari, capo dell'ala militare di Hamas, riversato in tempo reale su Youtube e servito all'ora di cena con i titoli d'apertura dei tg serali.  Poi una raffica di minacciosi tweet scambiati tra l'account dell'Israel Defence Force e quello delle brigate Alqassam.  Quanto basta per catalogare alla sezione “panzane” l'opera completa del buon Pierre Lévy e dei suoi entusiasti emuli:  una massa di intellettuali narcisisti che per anni hanno gettato fiumi d'inchiostro magnificando le capacità della tecnologia di livellare distanze ed incomprensioni tra i popoli.  Oggi che la pace perpetua digitale non è più di moda ed anche i falchi cinguettano, quotidiani e testate giornalistiche preferiscono annunciare l'avvento della cyberwar ad ogni piè sospinto.  Se però si scava sotto il ciarpame sensazionalista accumulato nei server degli organi d'informazione globali c'è da fare della buona archeologia e non è difficile afferrare il capo del filo rosso che accomuna frame, dispositivi retorici e tattiche comunicative dispiegate da Israele negli ultimi otto giorni.
Prima di tutto lo scenario.  Come nel 2008, poco prima che le scie al fosforo lanciate con l'operazione “Piombo Fuso” squarciassero il cielo delle notti di Gaza, l' aggressione militare alla striscia si scatena dopo gli omicidi mirati di militanti palestinesi.  Poi la tempistica:  negli ultimi 15 anni le più importanti operazioni militari di Israele sono sempre andate di pari passo con le scadenze elettorali.  Non è un caso che Ronit Tirosh, leader del partito d'opposizione israeliano Kadima, abbia dichiarato che «un più alto numero di vittime avrebbe garantito [a Netanyahu] una maggiore porzione di seggi al Knesset».  Terzo la scelta di additare Jabari come “terrorista”.
Le cose stanno diversamente – il suo nome era stato indicato anche da Israele in quanto figura idonea al mantenimento dell'ordine e della sicurezza nella striscia – ma la sua collocazione in questo campo semantico ha precise funzioni propagandistiche ed operative:  se Israele ha colpito un individuo macchiatosi di crimini atroci («È un terrorista no?» penserà l'ingenuo spettatore «Qualcosa deve avere pur fatto!») allora il suo intervento si configura come legittimo.  Anzi appare come una reazione mirata, provocata da offese arrecate in modo pregresso dai palestinesi:  basta cambiare una parola per trasformare l'aggressore in vittima. Infine non è un elemento di novità neppure il tentativo da parte di Tel Aviv di occupare territori del web considerati come strategici.

Focalizziamo il nostro sguardo su quest'ultimo aspetto di Pillar of Defense.  «Il nemico non è un oggetto inanimato e impara dalle sue sconfitte» diceva Clausewitz.
Questa è anche la storia dello stato d'Israele.  

La guerra con il Libano nel 2006 fu un autentico disastro e non solo perché Hezbollah riuscì ad opporre ai tank israeliani un'efficace quanto inaspettata resistenza.  Anche le armi di distrazione di massa si incepparono e le autorità israeliane si ritrovarono sotto il fuoco amico di tutti quei soldati che, una volta al fronte, contribuivano, attraverso mail e blog, a produrre una narrazione molto diversa da quella illustrata dal mainstream.  Per non parlare del blitz portato a termine dalle teste di cuoio di Tel Aviv contro la Freedom Flotilla nel giugno del 2010.  Una mattanza che il ministero degli Esteri tentò allora di giustificare pubblicando sul proprio account Flickr fotografie che immortalavano le “armi” trovate nella stiva della nave:  materiale da campo, visori e binocoli per la visione notturna.  Ricostruzione già di suo poco plausibile ed inficiata definitivamente in un secondo momento quando i metadati delle immagini rivelarono che gli scatti risalivano al 2003 ed al 2006.  Poco cambia se la causa di tale incongruenza fosse frutto di un piccolo difetto degli orologi delle camere.  Rimane un errore drammatico in un sistema mediatico dove vale il detto «la mia versione è tanto più credibile quanto meno lo risulta la tua».

Due punti di non ritorno, a partire dai quali i vertici militari israeliani hanno elaborato strategie di guerra non convenzionale e schierato truppe sul terreno dei social media.

Un centinaio di profili Facebook, coordinati dal ministero degli Esteri e tradotti in inglese, francese, persiano, arabo e russo (oltre che naturalmente l'ebraico).

Canali Youtube e profili Twitter per ogni ambasciata israeliana sparsa nel mondo.  Infine l'arruolamento dei volontari: gruppi come il GIYUS (Give Israel Your United Support), lanciato dall'Unione globale degli studenti ebrei, il cui obiettivo è quello di contrastare il sentimento anti-israeliano sul web ed influenzare l'opinione pubblica.

Come?  

Presidiando segmenti di rete, ritenuti particolarmente significativi in termini di estrazione di consenso, e aggredendo in maniera coordinata utenti filo-palestinesi all'interno di forum, blog e social network.

E con numeri non di poco conto, se si considera che la cifra stimata di questi “troll di stato”, si aggira, secondo le dichiarazioni del ministero dell'immigrazione israeliano, intorno al milione.  A quanto pare il problema del P2P, cioè della comunicazione da pari a pari, non è solo una questione di architetture di rete, ma anche di organizzazione, know how accumulato e risorse disponibili.

I risultati di questa strategia vedono i primi frutti quando l'operazione Piombo Fuso prende il via:  al fronte tutti in riga, senza voci elettroniche non allineate a disturbare la sinfonia mediatica con cui Israele interviene sull'intero spettro mediatico per costruire un'immagine coordinata, positiva e vincente.

Un copione che si ripete anche con Pillar of Defense di cui uno degli avamposti su Facebook è IDF Spokesperon:  uno dei luoghi dove si è giocata, per usare la parole dell'analista politico Ron Pundak, la capacità di Israele di prolungare il conflitto «in base a come questo viene percepito a livello internazionale».

L'estetica della pagina è diversa da quella dei GYBO:  se la bacheca dei giovani palestinesi è un guazzabuglio di solidarietà, dove da tutto il mondo ognuno arriva per aggiungere una pennellata più o meno significativa, quella dell'IDF presenta uno stile decisamente più asciutto e lineare.
I contenuti proposti infatti, sia che si tratti di filmati, articoli o aggiornamenti in tempo reale sullo stato del conflitto, provengono quasi interamente dal blog e dal canale YouTube dell'esercito.

Le forze armate israeliane sembrano puntare molto su questi vettori di diffusione perché, come dichiarato dal 26enne Sacha Dratwa, l'uomo a capo della divisione social media di Tel Aviv, «crediamo che la gente capisca il linguaggio di Facebook, il linguaggio di Twitter».  L'idea è quindi quella di affiancare ai linguaggi mediali tradizionali quelli della rete, operando in questo modo una penetrazione più capillare nell'audience internazionale e di casa propria.  Ed un occhio di riguardo sembra essere riservato alle generazioni più giovani.

Scorrendo la timeline si può infatti incappare in un link che porta ad una pagina chiamata “IDF Ranks – The Ultimate Virtual Army”:
si tratta di un videogame lanciato dall'IDF.  I partecipanti possono iscriversi in modo semplice, autenticandosi attraverso Facebook o le altre piattaforme su cui l'esercito israeliano è presente.

Scopo del gioco?  

«Diffondere la verità in merito all'esercito israeliano»:  

condividere, linkare, commentare o visitare contenuti web dell'IDF.
Come in un vero corso d'addestramento l'aspirante recluta viene motivata e responsabilizzata.  In perfetto stile 2.0, un banner ricorda che ogni click ha un impatto sulla realtà e che impegnarsi in questo gioco significa schierarsi, prendere una posizione:  pubblicare propaganda filo-israeliana sui social network diventa così un momento di definizione della propria identità virtuale.  L'immaginario liberogeno della rete viene mobilitato ed il mouse diventa una spada di luce in mano agli utenti con cui tagliare quella coltre fumogena assiepatasi intorno alla “verità” di Israele.

C'è anche una classifica e chi riesce a realizzare i punteggi più alti sale di grado, fino a diventare generale di quest'armata virtuale.  Una vera e propria forma di crowdsourcing applicato alla guerra, prodotto dall'incontro tra l'ideologia californiana e quella sionista.  E l'intersezione tra l'ambito ludico e quello bellico è solo apparentemente stridente:  in termini generali il gioco non è un banale passatempo né un ambito marginale nella costruzione di soggettività.  In realtà il gioco, oggigiorno negoziato all'incrocio tra pratiche sociali e piattaforme tecnologiche, è un elemento che rientra appieno nei processi sociali di costruzione simbolica della realtà.

Basta pensare alle categorie cognitive istituite da videogame come “Call of Duty” ambientati in Afghanistan o in non meglio specificate località mediorientali, dove i protagonisti sono eroici marine statunitensi impegnati nella war on terror.  Qui invece si può impersonare un soldato virtuale dell'IDF impegnato sul fronte dei media.

Nome in codice dell'operazione? 

“Hasbara”, termine che in ebraico significa spiegare.  

Spiegare al mondo il punto di vista d'Israele, modellando la rappresentazione del contesto di guerra con simboli ed informazioni immessi nelle proprie reti personali e di conoscenza.
La logica sottesa ad IDF Ranks si basa su un semplice assunto:  in ogni processo di comunicazione, perché il messaggio vada a segno, è fondamentale che il messaggero sia credibile.
Ed è molto più probabile che gli indecisi (siano essi elettori israeliani o cittadini di altri paesi) prestino attenzione al parere di un “amico” su un social network che a quello di Netanyahu in televisione.
È il principio del buzz marketing che ci porta a fidarci di quanti ci sono (o appaiono) più vicini.  D'altra parte, si sa, la propaganda indiretta è sempre la migliore.  Sopratutto se è «più rapida, economica e capillare» e si basa su vettori con «un potenziale di moltiplicazione molto maggiore» rispetto ai media tradizionali.  Parola di Jamie P. Shea.  Che non è un guru del web 2.0 ma il vicesegretario generale aggiunto della NATO.
«50 missili hanno colpito Israele negli ultimi tre giorni.  Più di un milione di persone hanno meno di 60 secondi per mettersi al riparo prima che il razzo cada.  CONDIVIDI questa immagine, perché i media mainstream non lo faranno».

Così recita la scritta sovrimpressa all'immagine di copertina del diario Facebook dell'IDF mentre Pillar of Defense è in pieno svolgimento.  Nell'immagine due scie di fumo bianco dirette verso l'altra metà del cielo si alzano in volo da quello che potrebbe sembrare uno dei sobborghi di Gaza.  L'immediatezza dell'impatto visivo indurrebbe automaticamente a pensare che la fotografia si riferisca agli avvenimenti di questi giorni.  Non è così.  Nell'angolino in altro a sinistra, una minuscola scritta dalla tonalità blu, solo leggermente più scura di quella del cielo sullo sfondo, avvisa che si tratta di un reperto d'archivio.  La data di pubblicazione è quella del 20 giugno 2012.  Riposta in qualche cassetto virtuale, quest'istantanea è stata rispolverata per l'occorrenza, come dimostra il numero dei commenti degli utenti, impennatosi visibilmente a partire dal 14 novembre 2012.

Quello descritto è solo uno dei tanti scatti che compongono l'album della pagina di IDF Spokesperson.  Ce ne sono altre decine, tutti con soggetti diversi.  Alcune raffigurano il sistema difensivo missilistico ultra-tecnologico “Iron Dome”, altre raccontano in cifre l'andamento delle operazioni militari nella striscia di Gaza, altre ancora pongono l'accento sulla costante minaccia dei razzi a cui sarebbero sottoposti i coloni.  La fotografia e l'ordine cromatico secondo cui sono disposte evoca una gerarchia della percezione molto chiara che suggerisce allo spettatore uno schema interpretativo univoco.  I colori predominanti sono il verde ed il rosso: il primo richiama Hamas ed la sua tradizionale bandiera, mentre il secondo, quello più acceso e visibile, è sempre associato ad azioni “terroristiche” imputate all'organizzazione palestinese.  Composizioni di colori più tenui, dove bianco e blu vengono spesso accostati, fanno invece da cornice alle immagini correlate con l'IDF.  Quasi tutte insistono con diverse formule sul concetto citato in precedenza: “condividi queste immagini, rendile pubbliche e visibili perché i grandi network informativi invece le oscureranno.  Il diritto dello stato d'Israele di difendersi dipende anche da te”.  Affermazioni di questo tipo indignano, vista e considerata la martellante frequenzaisterismo_nelle_colonie con cui i grandi network internazionali hanno propinato scoop imbarazzanti durante l'intero arco del conflitto.  La copertura realizzata dai quotidiani israeliani ha toccato a tratti vette altissime di puro surrealismo:  Haaretz per esempio, a causa del poco materiale notiziabile proveniente dagli insediamenti, è arrivato a confezionare servizi sulla tensione psicologica a cui i cuccioli di cane dei coloni erano sottoposti per via del rumore dei missili.

Le televisioni internazionali non sono state da meno. I filmati degli “inviati speciali” ad Ashkelon e Siderot sembravano tutti storybordati dallo stesso sceneggiatore:  il racconto della caduta di un missile fatto con studiata concitazione, una corsa affannata verso il luogo dell'esplosione per creare suspence nel pubblico, l'occhio delle telecamera a posarsi su un buco nell'asfalto dal diametro di qualche decina di centimetri ed il laconico commento a dare il senso finale della sequenza «La vita dei coloni continua sotto assedio e la tensione resta altissima.  A voi la linea studio».  Anche affermazioni di questo tipo indignano.  Ma indignarsi non serve.  Non serve reagire, quanto piuttosto comprendere quali reazioni vogliono scatenare campagne mediatiche di questo genere.  Perché media leggeri e pesanti da almeno 20 anni a questa parte, pur nelle differenze linguistiche, sfoderano un armamentario retorico, ben definito ed individuabile, che non lascia nulla al caso.  Neanche in un ecosistema caotico come quello del web 2.0.

Nel libro “Bad News from Israel”, il Glasgow Media Group ha sciolto il groviglio di tattiche tessuto dal mainstream nella costruzione della notizia attraverso cui si costituisce quella dimensione esperienziale di percezione del conflitto israeliano-palestinese.  Esse si dipanano in sacche di ignoranza parziale o totale dell'audience ed insinuandovisi diffondono informazioni tossiche che infettano l'opinione pubblica.
Una delle più tipiche è la rappresentazione dei coloni come comunità vulnerabili, isolate e cinte d'assedio dalla minaccia palestinese.  È l'esatto contrario, considerato che Gaza, la zona più densamente popolata della terra, viene soffocata da anni dall'embargo israeliano ed è quotidianamente obiettivo di attacchi militari.  Nell'immagine che vediamo invece la prospettiva viene rovesciata ed è il territorio della striscia a rappresentare il centro di propulsione di una minaccia che promana in modo concentrico verso l'esterno.

Sappiamo che nella stragrande maggioranza dei casi è la popolazione civile ad essere oggetto dei raid israeliani.  Eppure questi vengono rappresentati come operazioni chirurgiche, limitate a bersagli mirati facenti parte della leadership di Hamas ed escludenti la popolazione nel suo complesso, anche grazie all'alta densità tecnologica che li caratterizza.  Una delle più tipiche è la rappresentazione dei coloni come comunità vulnerabili, isolate e cinte d'assedio dalla minaccia palestinese. È l'esatto contrario, considerato che Gaza, la zona più densamente popolata della terra, viene soffocata da anni dall'embargo israeliano ed è quotidianamente obiettivo di attacchi militari. 

Nell'immagine che vediamo invece la prospettiva viene rovesciata ed è il territorio della striscia a rappresentare il centro di propulsione di una minaccia che promana in modo concentrico verso l'esterno.

Sappiamo che nella stragrande maggioranza dei casi è la popolazione civile ad essere oggetto dei raid israeliani.  Eppure questi vengono rappresentati come operazioni chirurgiche, limitate a bersagli mirati facenti parte della leadership di Hamas ed escludenti la popolazione nel suo complesso, anche grazie all'alta densità tecnologica che li caratterizza.  In questo senso non è un caso che il primo video diffuso di Pillar of Defense, sia stato proprio quello dell'esecuzione di Jabari ripresa da una telecamera satellitare ad altissima definizione, sinonimo ed espressione di alta densità tecnologica.  Un concetto ribadito anche nell'immagine a lato, dove l'IDF spiega quali siano le tecniche impiegate per “minimizzare” le perdite civili tra la popolazione di Gaza:  oltre ai raid mirati vengono citati anche il lancio di volantini e le telefonate ai proprietari delle abitazioni situate nelle vicinanze dei bombardamenti. 
Una delle più tipiche è la rappresentazione dei coloni come comunità vulnerabili, isolate e cinte d'assedio dalla minaccia palestinese.  È l'esatto contrario, considerato che Gaza, la zona più densamente popolata della terra, viene soffocata da anni dall'embargo israeliano ed è quotidianamente obiettivo di attacchi militari.  Nell'immagine che vediamo invece la prospettiva viene rovesciata ed è il territorio della striscia a rappresentare il centro di propulsione di una minaccia che promana in modo concentrico verso l'esterno.
Sappiamo che nella stragrande maggioranza dei casi è la popolazione civile ad essere oggetto dei raid israeliani.  Eppure questi vengono rappresentati come operazioni chirurgiche, limitate a bersagli mirati facenti parte della leadership di Hamas ed escludenti la popolazione nel suo complesso, anche grazie all'alta densità tecnologica che li caratterizza.  In questo senso non è un caso che il primo video diffuso di Pillar of Defense, sia stato proprio quello dell'esecuzione di Jabari ripresa da una telecamera satellitare ad altissima definizione, sinonimo ed espressione di alta densità tecnologica.  Un concetto ribadito anche nell'immagine a lato, dove l'IDF spiega quali siano le tecniche impiegate per “minimizzare” le perdite civili tra la popolazione di Gaza:  oltre ai raid mirati vengono citati anche il lancio di volantini e le telefonate ai proprietari delle abitazioni situate nelle vicinanze dei bombardamenti.  Al netto che tali telefonate si configurano di fatto come degli ultimatum («lasciate la vostra casa entro 120 secondi o morirete») e che nonostante gli “sforzi” profusi le perdite palestinesi rimangano di gran lunga superiori rispetto a quelle israeliane, questa tattica introduce un altro discorso tipico della propaganda bellica ovvero quello della disumanizzazione del nemico.  Un avversario che non si preoccupa di ridurre le perdite civili ed è indifferente alle sorti della popolazione coinvolta suo malgrado nel conflitto, sia essa quella palestinese o israeliana.
Un' idea ribadita anche dalle due immagini qua sopra che richiamano apertamente uno dei leitmotiv più classici dell'informazione in tempo di guerra, ovvero quello degli scudi umani:  si tratta di una rappresentazione che svolge due precise funzioni. Da una parte assurge al ruolo di giustificazione qualora i “missili intelligenti” dovessero toppare, colpendo strutture non militari e facendo strage di civili.  Da un'altra contribuisce ad aggiungere pennellate al ritratto del nemico, dipinto, non solo come vigliacco, ma anche come essere irrazionale:  come può Hamas dichiararsi movimento di resistenza se con le sue azioni contribuisce a far uccidere coloro che dichiara di voler proteggere?  Così facendo mostra il suo volto ferino e predatorio, contro cui l'unica alternativa possibile è la difesa.
E questo, nel discorso elaborato dall'IDF sembra essere tanto più vero grazie ad un'operazione di completa decontestualizzazione storica delle ragioni del conflitto, ridotto alla cifra dei missili lanciati contro le colonie negli ultimi 12 anni.  Le nefandezze compiute dall'esercito israeliano vengono completamente rimosse mentre è rafforzata la rappresentazione di assedio protrattosi nel tempo ai danni della popolazione civile.  Ne deriva così implicitamente il diritto inalienabile di Israele a “difendersi”.

Un tema questo che attraversa in modo costante, quasi ossessivo, la pagina Facebook dell'IDF:  non è un caso la particolare rilevanza assegnata alla tecnologia di intercettazione missilistica Iron Dome.  Pillar of Defense viene così presentata come un'operazione difensiva nonostante al termine delle ostilità i morti israeliani saranno 5 mentre i palestinesi ne registreranno 170 oltre a 1270 feriti, 10000 sfollati, 300 case distrutte e danni all'economia per più di 50 milioni di dollari.
L'invito a condividere queste immagini contro la “censura” dei grandi conglomerati mediali globali non ha solo lo scopo di ampliare il raggio e l'impatto della propaganda filo-israeliana, ma è un elemento fondamentale nella costruzione dei dispositivi retorici che raffigurano Israele come doppiamente vittima:  da una parte della minaccia palestinese e dall'altra del disinteresse alla sua causa da parte della comunità internazionale.

Un pensiero sintetizzato due anni fa dall'allora portavoce del ministro degli esteri Yigal Palmor, quando, presentando al quotidiano israeliano The Marker la nuova strategia di Tel Aviv per occupare anche il terreno dei social media, affermava:   

«Visto che nessuno mi concederà neppure 10 minuti alla CNN per spiegare il contesto legale e diplomatico in cui prendiamo le nostre decisioni, la maniera più efficace per raggiungere le persone interessate al tema è utilizzando i social network».

Occupazione del territorio fisico e di quello digitale.  

Pillar of Defense, a dispetto del nome in codice che l'ha battezzata, è stata, anche dal punto di vista comunicativo, un'aggressione crossmediale su tutte le frequenze.  

Il tentativo di soffocare la voce palestinese è passato attraverso una rosa di tattiche, alcune delle quali assai tradizionali.  Uno dei media center di Gaza è stato più volte colpito dai missili dell'aviazione di Tel Aviv e due cameramen di Aqsa TV sono stati uccisi.  L'AFP (Agencie France-Presse) ha dovuto chiudere i suoi uffici a Gaza a causa dei bombardamenti, lasciando la zona praticamente sguarnita di personale internazionale in grado di testimoniare quanto stava accadendo.  La furia dell'IDF non ha risparmiato neppure l'etere:  anche le frequenze radio della striscia sono state invase.

Le ricetrasmittenti per lunghi intervalli di tempo hanno riverberato in loop un un unico semplice messaggio:  «State alla larga dai membri di Hamas».

Un tentativo di limitare i danni alla popolazione civile o di incitare alla rivolta?  Né l'una ne l'altra:  solo uno sprovveduto potrebbe pensarlo.

Al contrario, si è trattato di un'ennesima forma di attacco, in questo caso psicologico, per prostrare i nervi della popolazione in stato d'assedio. 
Il medium è il messaggio.  E afferma la soverchiante superiorità tecnologica israeliana.  Che si sarebbe potuta affermare anche attraverso il taglio completo delle linee internet dentro la striscia.  Ma quando l'esercito israeliano ha annunciato di voler giocare questa carta ha attirato l'attenzione di una terza entità.  Anche lei pronta a dare battaglia.
(continua)

Approfondimenti


Pillar of Defense chronicles: Gaza Youth Breaks Out!

A meno di un mese dalla fine dell'ultima aggressione israeliana a Gaza proponiamo “Pillar of Defense chronicles”.  
Tre pagine Facebook: quella dei Gaza Youth Breaks Out, quella dell'esercito israeliano e quella di Anonymous #OpIsrael.  Tre fuochi narrativi incrociati per raccontare la guerra d'informazione ai tempi di internet.
Un luogo comune è uno spazio linguistico e culturale dove convergono banali ovvietà che il gruppo sociale scambia per compattarsi ed aumentare il livello di empatia reciproco:  come davanti ad un fuoco, riunirsi attorno ad una parola o ad una frase condivisa scalda l'animo e rende più vicini.  Il panorama di una guerra è punteggiato di posti di questo genere:  tanti piccoli falò – se ne vedono a perdita d'occhio – brulicanti di individui che li alimentano con certezze leggere come cenere.  Uno dei più frequentati è quello dove si racconta che sotto le bombe la prima a lasciarci le penne sia sempre la verità. Tuttavia a guardare lo svolgimento dell'operazione Pillar of Defense, verrebbe da replicare che se col termine si intende sbrigativamente ricorrere ad un sinonimo di realtà, allora nel bollettino di morti e feriti (o “casualties” per dirla con l'asettico e rassicurante corrispettivo anglofono) non troveremo nessuna vittima chiamata Verità.  La verità è semmai un fronte dello campo di battaglia.  Uno dei più importanti.

Attivare delle tecniche su un dato campo.  Applicarle, giustificarle attraverso un discorso. Questa è la funzione dei media in quanto tecnologia politica.  Lo era anche ai tempi dell'adagio di analogica memoria «Roveda, la lotta di classe la facciamo anche noi!» quando la macchina da presa la faceva da padrone.  Lo è ancora di più oggi, in uno scenario mutato, certo da uno straordinario avanzamento della tecnica, ma anche dalla scomparsa di un'etica del combattimento, attraverso cui legittimare moralmente le proprie gesta belliche.  Cosi gli alti comandi militari, mentre muovono le loro pedine sulle carte geografiche, tracciano mappe cognitive:  dispiegano un febbrile lavorio di news management, da integrare alle strategie adottate sul campo, per controllare i flussi di informazione, produrre orizzonti di senso con caratteri di coerenza ed autoreferenzialità, imporre una propria definizione di realtà ed istituire regimi di verità socialmente accettati con cui giustificare la necessità della guerra.  «Il campo di battaglia è sopratutto un campo di percezione che deve essere costruito in modo da controllare i movimenti dell'avversario» diceva il filosofo francese Paul Virilio.  Una massima valida per descrivere le ragioni dello straordinario successo nazista in Francia, quando scarponi e cingolati tedeschi travolgevano l'obsoleta linea Maginot e, forti della innovativa tecnica della blitzkrieg, sfuggivano al mirino dei mitragliatori francesi, aggirando i bunker che avrebbero dovuto fermare la marcia della Wehrmacht verso Parigi.  Una massima valida ancora oggi nell'era della “guerra tra la popolazione”, dove il 2.0 delimita spazi proiettati oltre la fisicità dei luoghi e tempi privi di sequenzialità:  ben oltre l'antico dualismo di propaganda e la censura, le tecniche di comunicazione militare, lanciate alla conquista dell'opinione pubblica, prevedono un'estensione distribuita e decentralizzata dell'informazione perché l'inquadramento del discorso e la sua incorporazione nell'azione umana possano sfruttare la maggiore efficienza inscritta nella forma della rete.  Come nell'economia di internet, anche in quest'ambito siamo prosumer:  produttori e consumatori di informazioni.

Anche la nostra mente è il campo di battaglia.

Pagina Gaza Youth Breaks Out – 
Facebook – Internet – Tempo asincrono
Mancano poche ore al raggiungimento della tregua tra Hamas e Tel Aviv.
I bombardamenti sulla striscia non si arrestano, come lo scorrere degli status sulla timeline del gruppo giovanile Gaza Youth Breaks Out.  Un wall fatto di mattoni dal peso insostenibile:  nomi, foto e brandelli di identità ridotti in byte dopo essere stati fatti a pezzettini dalla furia ad alto contenuto tecnologico degli F16 israeliani.  Quasi tutti civili:  molti di loro non arrivano a 18 anni.  Alcuni neppure a 18 mesi.  Così macabra eppure così necessaria, la satira di spinoza.it questa volta lascia il segno.  «Israele» recita uno degli ultimi tweet, diventato immediatamente virale «colpisce obiettivi strategici.  Prima che possano crescere».

La barra delle notifiche riprende a lampeggiare.  Sulla pagina dei GYBO è apparso un filmato.  Si tratta del detour di un video promozionale dell'associazione sionista “Israel in Context” le cui finalità sono brevemente spiegate in una pagina del sito ufficiale.  «Israel in Context tratta le notizie del giorno e fornisce la storia, il contesto ed i fatti che circondano un particolare evento, incorporando sketch e umorismo affinché il pubblico possa comprendere l'intera storia, orientarsi meglio nei media e farsi una propria idea – Tutto questo grazie all'intrattenimento».  L'obiettivo è quello di rendere presentabili le politiche israeliane agli occhi del pubblico.  Come nel video in questione, intitolato “I Support Israel”:  davanti all'occhio della telecamera e sullo sfondo di paesaggi paradisiaci e quieti, si alternano una moltitudine di personaggi, delle più differenti etnie, età ed estrazioni sociali, che si dichiarano pronti ad abbracciare “la lotta per la libertà di Israele”.  Uno stato rappresentato come un faro sull'arida collina mediorientale, schierato in difesa delle minoranze, dei diritti degli omosessuali, della libertà e della vita e per questo costantemente assediato da entità nemiche che vogliono distruggerlo.  Fin troppo facile per gli autori del detour costruire un'altra prospettiva del filmato, intervallando ai fotogrammi originali quelli degli effetti dei bombardamenti degli ultimi giorni, dove il grido di libertà di una ragazza asiatica sfuma e si confonde col tonfo sordo dei missili e le urla terrorizzate dei bambini gazawi.  Ma il secondo filmato non vuole affermare che il primo è una menzogna.  Al contrario.  Sembra piuttosto voler fornire altri particolari, crudi e scioccanti, per esplorare più in profondità il concetto di libertà dal punto di vista sionista e come questo comporti l'assoggettamento di un'intera popolazione.

Non è sempre semplice documentare quanto accade nella striscia di Gaza.  E non solo per quelle che sono le condizioni che si impongono sul campo. Manca l'elettricità, manca internet, di frequente la rete cellulare è in sovraccarico oppure viene oscurata.  Ma anche quando queste circostanze non si verificano qualcos'altro può andare storto.  Spesso a mettersi di traverso sono proprio le grandi internet companies, solitamente incensate come paladine del flusso libero di informazione e della libertà d'espressione.  È successo a Rosa Schiano, giovane e coraggiosa fotografa napoletana che, dopo aver pubblicato su Facebook (oltre che naturalmente sul suo sito personale) le fotografie dei bimbi palestinesi uccisi durante i raid, non ha potuto accedere alla propria pagina per 24 ore.  Alla stessa sorte sono andati incontro alcuni amministratori dei GYBO che, dopo essersi visti bloccare alcuni account e censurare decine di fotografie, sono ricorsi ad un banale espediente, linkando automaticamente sulla pagina Facebook i loro contenuti pubblicati su Twitter.  Un episodio che racconta come in guerra ognuno resiste, attacca e si difende con gli strumenti che ha a disposizione.  Ma che mette anche in evidenza come in questo conflitto bellico, ed in quelli futuri, un ruolo sempre più preponderante sarà assegnato ai grandi nodi di mediazione dell'informazione, come Twitter, Facebook o Google.  Soggetti in grado di sviluppare norme e codici della rete, sottraendoli così parzialmente al potere delle burocrazie tradizionali e delle istituzioni politiche formali.  La loro autorità, fondata sulla centralità dei social media in quanto elementi costitutivi delle pratiche di comunicazione sociale, si sposta dal pubblico al privato.  Il loro potere è quello di tracciare i confini di accesso all'informazione, allargando o restringendo la visuale del campo di battaglia.  La loro capricciosa policy – l'incerto e volubile regolamento interno che ne ordina l'ecosistema digitale – assume un peso sempre maggiore negli affari internazionali (come accaduto due mesi fa in occasione degli assalti alle ambasciate statunitensi).  Per dirla con Ippolita, il concetto di pubblico risulta stravolto da questi nuovi assetti di potere globale:  le foto di Rosa Schiano sono pubbliche nel senso di gestite da Facebook, pubblicate da Facebook e rese disponibili da Facebook.  Che è una società privata.
«Maledetti ebrei!» scrive in inglese Rashid, uno studente del Cairo, tra i commenti che fanno da cornice e didascalia ai tanti brevi filmati dal fortissimo impatto emotivo, ripresi per le strade della striscia e postati sulla pagina dei GYBO.  Uno dei più significativi a spiccare è quello del Gaza Parkour Team: una gruppo di ragazzi gazawi che, durante i bombardamenti, indossate le magliette con stampato il logo della crew, compierà le sue acrobazie contro un cielo sul cui sfondo si stagliano le esplosioni provocate dai missili sganciati dai caccia.  Resistenza pura ed un messaggio chiaro:  ci vuole ben altro per fiaccare il morale del popolo palestinese.  Ma le parole di Rashid non vengono prese bene dagli amministratori della pagina che subito replicano seccati:  «Non c'entra un cazzo che siano ebrei!  Sono sionisti».  Passano i minuti e, mentre a qualche centinaio di chilometri un ufficiale della Israel Defense Force sta pilotando con un joystick il prossimo "missile intelligente" che si schianterà su Gaza, i GYBO specificano sulla loro bacheca:  «Vi sarete accorti che alcuni dei nostri supporter arabi usano la parola “ebreo” .. questo è perché o non conoscono la differenza tra i sionisti e gli ebrei o perché non hanno un inglese particolarmente fluente e non sanno che termini usare.  Vi assicuriamo che i palestinesi non hanno alcun problema con le appartenenze religiose ..  La nostra lotta è contro l'oppressore sionista.  Apprezziamo il vostro supporto». Una lotta a cui loro stessi chiamano, chiedendo alla comunità, creatasi intorno alla loro pagina, di aiutarli per mettere a tacere gli sciami di sionisti che, in modo organizzato, la stanno infestando «irridendo la morte dei nostri piccoli».  I GYBO invitano a fare massa critica al grido del celeberrimo meme “Don't panic! Organize”:  Scrivere a Facebook perché la loro pagina non sia oggetto di un black out deciso in qualche ufficio californiano; ripubblicare le fotografie delle iniziative di solidarietà che si stanno svolgendo in tutto il mondo; sostenere gli hashtag (come #protestforgaza o #longlivegaza) lanciati su Twitter.  Chiunque può si dia da fare con gli strumenti a disposizione per catalizzare attenzione:  nell'overload dell'informazione globale è un salvagente a cui aggrapparsi per non essere travolti dalla corrente di una narrazione coordinata, smaccatamente filo-israeliana.  E molto ben organizzata.  Anche in rete.




Approfondimenti

Il saccheggio in Argentina


 

Di fronte alle conseguenze della povertà, la risposta di tutti i governi è la repressione.
Come nel 1989 e nel 2001, la notizia di un primo tentativo, questa volta a Bariloche, si è geometricamente riprodotto in poche ore in altre località. Rosario, San Fernando e Campana, ma a 48 ore che dei fatti avvenuti nelle strade dell'alto Bariloche, sono avvenuti episodi simili in quasi tutto il territorio nazionale: dai quartieri della città di Buenos Aires, come Balvanera e Lugano, a Viedma, Cipolletti, Junín, Córdoba, Posadas, Tucumán e Comodoro Rivadavia, così come a Concepcion del Uruguay, La Plata, Villa Gobernador Galvez, Resistencia e, naturalmente, tutte i quartieri periferici di Buenos Aires.
Immediatamente, la repressione ha iniziato la ricerca di "responsabili" per nascondere il fatto che centinaia di persone rischiano la vita e la libertà per caricare qualcosa con la prima cosa che trovano a portata di mano, il minimo che si esprime in una situazione di miseria e disperazione. Nel compito di delegittimare la grande richiesta, tutti i governanti hanno reagito con le formule consuete. "Attivisti", "scopo politico", "gruppi organizzati", "coloro che cercano il caos", "incidenti isolati" sono alcune delle frasi che sentiamo da tutti gli spettri politici, governanti o no, come quegli argomenti che "se hanno preso elettrodomestici o scarpe da ginnastica di marca, allora non sono affamti." Come se i poveri, nella dinamica dell'azione di massa di saccheggi, siano fedeli alla loro povertà e che dovrebbero scegliere cosa prendere, tipo le tagliatelle gondola, il riso e la polenta.

Il contrappunto più visibile è stato del governo nazionale con una parte della burocrazia sindacale. Il Segretario per la Sicurezza Berni e il Capo di Stato Maggiore Abal Medina hanno accusato la CGT di Moyano e Barrionuevo e la CTA di Micheli, mentre loro, all'unisono, hanno risposto che si trattava di un'azione deliberata da parte del governo nazionale "per perseguitarli".

Anche dal kirchnerismo puro, sul Bariloche, il senatore Pichetto Miguel ha inviato contro gli "anarchici che vengono da organizzazioni di estrema sinistra", con un "forte presa di posizione ideologica" che unisce "i settori dell'indigenismo duro" con "componenti molto simili a quelli che hanno agito incappucciati nella Casa di Tucumán", da cui "si sono unite molte persone della conurbazione Buenos Aires" nei distretti di Alto. Sembra una situazione di due anni e mezzo fa, quando negli stessi quartieri poveri scoppiò la rivolta a causa dell'omicidio della polizia di Diego Bonefoi.
Il ministro della Giustizia e Sicurezza, Ricardo Casal, in sintonia con il suo capo Scioli, ha parlato di "un movimento organizzato" all'assalto dei supermercati, mentre il sindaco di San Fernando, dopo la decisione che il saccheggio è stato collegato con le necessità di base degli insoddisfatti ( "Qui, c'è la fame", ha detto), ha accusato il governo nazionale e provinciale: "Sembrava che la polizia provinciale e le forze di sicurezza nazionali non esistevano .... io davvero non so se pensavano alla Nazione e Provincia, in quanto la sicurezza era un problema del comune. La prossima volta lavorerò con i vigili del fuoco ", ha ironizzato, nella stessa linea di un gruppo di sindaci di periferia.

Molto originale è stato il governatore del FAP di Santa, Bonfatti, che si è lamentato perché il governo nazionale non ha inviato la polizia e ha ripetuto che "non è la fame", affermando come un'ufficiale metereologico: "Gli effetti climatici di questi fenomeni sono stati utilizzati per atti di vandalismo", ha detto. Meno originale sono state le diverse organizzazioni "popolari", che hanno dichiarato rapidamente di non avere nulla a che fare con il saccheggio.

In questo gioco dello scaricabarile, quel che è molto chiaro è che si tenta, su tutti i lati, di rimuovere dall'analisi alcuna menzione sulla fame e sulla miseria da parte dei governi federali, provinciali o comunali, che ne sono corresponsabili. Così, invece di "saccheggio", si parla di "rapine" (denuncia che incombe su quasi tutti i detenuti in tutto il paese).

Quindi si ripete che "è stata organizzata" per installare l'idea che sia organizzata, da tutti i poveri, è che quindi è un crimine.

Che gli sfruttati si organizzino, se di sfuggita e con un alto grado di spontaneità, causa terrore alla classe dominante, e quindi preferiscono fare appello alla pretesa assurda che tre giorni di scontri in più di 70 città di tutto il paese sono stati parte di un complotto i cui mandanti variano a seconda dei casi a ciascuno.

Ma con due morti confermati in Rosario, con le voci di altri morti a San Fernando, diversi feriti gravi, più di 500 detenuti in tutto il paese, e nei quartieri e intere città occupate militarmente dai gendarmi e polizia, l'unico punto indiscutibile è che, rispetto alle conseguenze della povertà, la risposta inequivocabile dell'apparato statale, guidata dalla Kirchner, il binnerismo, il PJ no kirchnerista, o chiunque altro, è la repressione. In questo non si differenziano, e mostrano chiaramente chi siano i nemici dei lavoratori e dei cittadini.

SOCIEDAD DE RESISTENCIA MENDOZA
En el ENA (Encuentro Nacional Antirrepresivo)

sabato 22 dicembre 2012

Le danze di arancioni e sinistri vari

L'«alternativa». 

Nell'incedere della crisi, questa parola si fa spazio tra gli immaginari e le retoriche di tutto l'arco delle forze politiche istituzionali o meno, da destra a sinistra.  Oggi nell'era delle grandi manovre bersaniane che hanno sostanzialmente stritolato l'Idv e ridimensionato notevolmente Sel, di fronte alla ridiscesa in campo di un Berlusconi che molti davano per finito e al conseguente brindare dei giornalisti, comici e opinionisti che di antiberlusconismo campano;  di fronte al dispositivo Monti che, animando un centro alla canna del gas da diversi anni, prova a spostare l'ago di un PD già estremamente moderato e liberale, per tenere la barra dritta dentro il solco della politica del rigore;  di fronte a un Movimento 5 Stelle che mantiene il proprio consenso, consolidandosi a secondo partito del paese;  il dibattere a sinistra partorisce soluzioni precarie e già viste.

La lista arancione che si fregia di quella continuità con la "rivoluzione" dei sindaci che da Milano a Napoli ha visto un sostanziale smentirsi delle speranze investite parteinfatti con  già una notevole serie di contraddizioni. In sostanza questa proposta marcia su più binari:  da un lato l'essere collettore di quei partiti di sinistra rappresentati da, DiPietro, Ferrero e Diliberto esclusi dal gioco delle primarie e dallo sbarramento elettorale; dall' altro essere palco di lancio di alcune figure singole come De Magistris ed Ingroia che provano ad investire la propria "rispettabilità" (per il sindaco di Napoli già in difficoltà) per un trampolino politico dentro l'alveo del legalitarismo;  infine per altri, più genuini, il tentativo di coprire uno spazio politico dentro le aule parlamentari provando a rappresentare il disagio sociale e il dissenso verso le politiche d'austerity che serpeggia sempre di più nel paese.

Questo pout-pourrì di aspirazioni individuali, di tirare a campare e di sostanziali differenze di impostazione politica rendono l'esperimento debole già alla sua nascita, ci sembra. Ad esempio, come conciliare le tensioni giustizialiste e legalitarie dei magistrati con la necessità di altri di farsi sponda istituzionale a movimenti e esperienze di lotta?

Chi vorrebbe proporsi come cinghia di trasmissione tra movimenti e politica parlamentare ancora una volta si dimentica di fare i conti con il reale, di fronte a degli spazi di manovra quanto mai pericolosi e stringenti, ad una composizione sociale che non riesce ancora e comunque a "rappresentare" ma che soprattutto non sia solamente ideologico, ma che si sporchi le mani dentro la vita di ogni giorno.

Anche l'approcio verso il Movimento 5 Stelle di alcune delle figure che attraversano questo contenitore ci testimonia la difficoltà nel leggere la fase, chi si oppone a Grillo tacciandolo di "populismo" o ancor peggio di essere solo un fattore distruttivo (magari fosse distruttivo per ora è solo destabilizzante e quindi fa paura) sbaglia ancora una volta il campo di battaglia su cui giocare la partita. La rabbia che si codifica dentro il consenso ai grillini, dentro le forme di organizzazione della base e dei militanti più genuini non si può leggere in maniera così semplicista, rappresenta in parte una composizione potenzialmente interessante (e altrettanto contraddittoria) per chi avrebbe almeno in embrione l'intenzione di porsi in controtendenza con le  politiche odierne, e di certo non è tacciando di populismo che si riuscirà a strappare parte di quel consenso. Invece di provare a porsi in competizione con il Movimento 5 Stelle sui territori con un lavoro costante e dinamico le liste arancioni si pongono su un piano retorico e ideologico che è immediatamente minoritario.

Ancora una volta c'è da chiedersi come si fa ad essere minoranza che guarda ad una maggioranza, come ci si pone il tema della battaglia politica e della sua egemonia, laddove invece si pratica in salse diverse il continuo già visto, dove si cercano scorciatoie facili a processi costituenti che nascono necessariamente dalla contrapposizione e dal conflitto, dalla costruzione di consenso e generalizzazione di quest'ultimo.

Chi pensa alla Syriza all'italiana rischia di rimanere con lumicino in mano e di mandare allo sbaraglio molti militanti di buona volontà, sempre meno, che altrimenti potrebbero avere un ruolo importante dentro i percorsi di lotta che fioriscono in Italia.

Rende bene il termometro della situazione (vista dall'interno) l'articolo di Guido Viale sul manifesto di qualche giorno fa:

«Cambiare si può» non è un taxi – Guido Viale (Il Manifesto)

Avevo detto – all’assemblea milanese convocata dai promotori dell’appello cambiaresipuò:  secondo me un successo, quasi seicento presenze, molta attenzione, un dibattito ricco, una mozione molto impegnativa, che a parte alcune richieste di integrazioni, ha unito tutti – che quella proposta elettorale non può essere un taxi per portare in parlamento politici e partiti tradizionali che non hanno più la forza e il seguito per andarci da soli, con le loro identità logorate da un passato che li ha messi alle corde.

Ma che ora su quel taxi ci vorrebbero salire, magari anche solo per portare acqua al centro-sinistra, rispetto a cui i promotori di cambiaresipuò hanno invece fin dall’inizio dichiarato di voler rappresentare una alternativa radicale.

Cambiaresipuò, soprattutto visto il tempo a disposizione che ha bruciato la possibilità di un processo di costruzione della lista sufficientemente ampio e partecipato, è una zattera troppo fragile per sostenere senza affondare il peso dei dinosauri che hanno deciso di imbarcarsi sopra di essa. Se restassero a riva, aiutandola e sostenendola nel suo viaggio, sarebbero i benvenuti;  ma una volta a bordo – da Di Pietro a Diliberto, da Ferrero a Bonelli, con relativi seguiti – rischiano di occupare tutto lo spazio disponibile, quali che siano le loro dichiarazioni di principio (di cui, peraltro, in molte delle assemblee svoltesi finora – non quella di Milano – hanno dimostrato di tenere ben poco conto). Lasciando così le candidature espresse dai movimenti, dai comitati, dagli studenti, dai Gas, dalle fabbriche in lotta, che dovrebbero risultare la ragion d’essere di questa lista, in un ruolo di pura facciata.

Anche i 10 punti sottoscritti da Ingroia, Orlando e De Magistris soprassiedono a quella che è la vera discriminante che ha spinto molti di noi a spendersi per il progetto cambiaresipuò, cioè la necessità di una radicale revisione delle politiche di austerity promosse da Bce e Commissione europea;  le quali politiche, in tutti i paesi dell’Europa mediterranea, sono il cappio messo al collo dell’occupazione e del reddito dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati, dei servizi sociali – scuola, sanità, Università, ricerca, cultura, housing – dei servizi pubblici locali, del patrimonio pubblico, condannati alla privatizzazione in nome del patto di stabilità. Con la conseguenza di condurci tutti verso quel destino di sfacelo economico, sociale, ambientale, politico e della convivenza civile a cui la cosiddetta Troika ha già condannato la Grecia.

Di questa “dimenticanza” le aperture verso il centro-sinistra e, di conseguenza, verso un governo allineato sulla realizzazione della cosiddetta “agenda Monti”, non sono che un logico risvolto.  E forse sono anche una delle ragioni di fondo della incapacità dei firmatari di quei 10 punti di misurarsi con un progetto di radicale rinnovamento dei comportamenti politici, e della scelta di trattare il progetto cambiaresipuò, duole dirlo, un po’ troppo come “cosa loro”. Senza nemmeno sentire il bisogno di metterne i promotori a parte delle loro decisioni, fino a che non le hanno sapute dai media.

E delegando tutto a un’assemblea improvvisata, convocata a ridosso di quella che cambiaresipuò ha invece indetto a conclusione di un percorso durato oltre un mese, e dopo una consultazione sviluppata in tutto il paese con più di cento assemblee locali.

Certamente questa corsa a imbarcarsi sulla lista arancione, che fin dall’inizio si è presentata come partner di cambiaresipuò e che ora funge invece da passepartout per l’ingresso nella lista comune, è un segno e una conseguenza del riscontro che la nostra proposta ha riscosso in vastissimi strati della popolazione;  e che molto di più ne potrebbe riscuotere mano a mano che avanzano, pur nei tempi stretti della scadenza elettorale, la crisi del movimento cinque stelle, finalmente rivelatosi proprietà privata di un leader e di una struttura aziendale; ma anche quella del Pd, che dopo l’apparente “trionfo” delle primarie, si trova a dover competere con l’ingombrante figura di Monti, che proprio il Pd ha contribuito a edificare nel corso dell’ultimo anno.

Per non parlare dei partiti della residua sinistra, non a caso impegnati in una corsa al si salvi chi può.  Ma il modo di fare è in questo campo sostanza;  una vera alternativa di respiro generale al montismo, che aspiri a iniziare un percorso, certo non breve, in direzione della conquista della maggioranza in tutto il paese, richiede un approccio molto più attento alle condizioni necessarie per ottenere il sostegno del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva a cui si rivolge.

A mio avviso – parlo a titolo personale, ma so che molti dei promotori della lista e di molte organizzazioni che hanno aderito con entusiasmo a questo progetto la pensano allo stesso modo – questo modo di fare tradisce tutte le premesse su cui, anche nella morsa imposta dai tempi strettissimi della presentazione delle liste, è nato il progetto cambiaresipuò e sono cresciute nel paese le aspettative che esso sta suscitando.  Mi auguro che le assemblee del 21 e del 22 dicembre (cambiaresipuò) confermino quel “passo indietro” dei leader di partito e di quel che resta dei loro apparati organizzativi che i promotori del manifesto cambiaresipuò hanno sempre proposto, suggerendo loro di aggregarsi in un comitato di sostegno e non in una occupazione delle liste.  Diversamente potrebbe diventare improponibile – per lo meno per me – la prosecuzione di un percorso comune.

Non abbiamo bisogno di una nuova lista “arcobaleno”, magari agganciata al carro del centro-sinistra, senza nemmeno dichiararlo apertamente.

Comunque sia, le assemblee locali di cambiaresipuò e, in particolare quella di Milano che ho avuto l’onore di presiedere insieme ad altre cinque persone (uomini e donne in misura paritaria, come lo sono stati, rigorosamente, gli interventi) hanno evidenziato, di fronte allo sfascio del paese e della politica ufficiale, una spinta unitaria da parte di tutti gli intervenuti che nessuno spirito di parte o di partito potrà più – mi auguro – soffocare.

Per questo la loro riconvocazione (a Milano, il giorno 29 dicembre), quale che sia la decisione che sulla presentazione e la caratterizzazione della lista e sull’eventuale selezione delle candidature, rappresenterà comunque un momento fondamentale del consolidamento di un percorso di aggregazione su un programma comune che può coinvolgere milioni di cittadine e di cittadini, di lavoratrici e di lavoratori, di disoccupate e di disoccupati.

Un risultato da cui non si deve più tornare indietro.

"Lavorare meno per lavorare tutti".



Intervento del comitato Resistenza Operaia  (Irisbus)

Pubblico (.. con 9 giorni di ritardo .. mi scuso ..) il video ed il testo realizzati dai compagni del Comitato Resistenza Operaia in occasione di un incontro pubblico tra lavoratori e studenti tenutosi all'Università Orientale di Napoli lo scorso 13 dicembre.

È solo una paginetta, ma leggendola (o ascoltandola) ci si accorge subito di essere di fronte ad un piccolo, prezioso compendio.

Si parte tracciando i confini, quelli del chi, del noi e del loro, dell'amico e del nemico.

Si individua il dove questa storia (che è storia di lotta di classi, ovviamente) ha luogo.

Si analizza il quando, guardando sì al presente ma inserendolo in un percorso temporale assai più lungo del singolo momento, restituendoci così una continuità che ci permette di capire cosa debba intendersi per antico, vetusto, obsoleto e cosa invece per nuovo, attuale, moderno.

E lo si fa a partire da una riflessione sul come comunicare, iniziando dalle parole che potremmo e dovremmo utilizzare.

Si parla di unità dei soggetti sfruttati, della classe, ma indagando ciò che strutturalmente nel modo di produzione in cui viviamo unisce e non a partire da un mero desiderio, frutto troppo spesso di un sincero ma infecondo volontarismo.

E infine ci si interroga su possibili direzioni di lavoro, sul perchè e per cosa lottare.

Un testo tanto pregno che ogni paragrafo andrebbe sviluppato, allargando gli infiniti squarci che offre.  È questo il nostro invito alla lettura.

Affinché sia un piccolo strumento per arricchire le nostre riflessioni e le nostre pratiche e non semplicemente testimonianza di qualcosa di bello e commovente, ma destinato alla sconfitta.

Perchè siamo ancora in tanti che, pur in tempi bui, continuiamo a sognare, cerchiamo cioè di 'vedere' e 'far vedere' ciò che ancora non è pur essendo già contenuto nel movimento incessante della materia sociale.
Cari compagni e care compagne, è quasi inutile presentarci perché quasi tutti ormai ci conoscete, siamo qui in rappresentanza del comitato “Resistenza Operaia”, un comitato autonomo e spontaneo fatto di cittadini e operai Irisbus.
 

Ricordate la Irisbus?


È quella fabbrica situata in provincia di Avellino e che produceva autobus per il trasporto pubblico.  È davvero triste che dobbiamo usare il termine “produceva”, ma questa è la realtà e dobbiamo dire che la nostra fabbrica ora è chiusa per volontà della Fiat, della politica e dei governi che in questi anni si sono succeduti. 

Ebbene noi siamo già al secondo anno di cassa integrazione per chiusura dello stabilimento grazie, o meglio, a causa, di un balordo accordo sindacale che ha permesso a fiat di barattare 9 lettere di contestazione disciplinare con la chiusura e il licenziamento collettivo di 700 lavoratori.


Un accordo fatto passare anche per una finta consultazione operaia, perché nella nostra storia il sindacato non è mai riuscito, o non ha voluto dare una linea di lotta precisa da seguire e quindi, come spesso accade, si è fatta passare una “truffa” per consultazione democratica.

 
Comunque, nonostante tutto abbiamo deciso di non arrenderci e di continuare ad incalzare a proporre a lottare. Ma prescindendo dalla nostra individuale esperienza in questo anno e mezzo abbiamo imparato tante cose, abbiamo capito le finzioni, i raggiri, le contrattazioni su tavoli diversi: uno pubblico e partecipato e l’altro privato, nascosto, dove il compromesso e la voce della fiat fanno da padrone. 

Abbiamo capito anche che però, nonostante la finta modernità gridata dai padroni noi facciamo parte di una categoria che può contare se unita, noi facciamo parte di una “classe” che può anche cambiare le sorti che ci hanno assegnato, che può ribaltare gli scenari e costruire un mondo più giusto dove l’equità sia a rialzo e non tesa alla mortificazione dei diritti e allo scontro inutile tra generazioni.
 

Facciamo parte di una “classe” e dobbiamo gridarlo forte e capirne il senso, senza avere paura di “muri” caduti (ovviamente mi riferisco al muro di Berlino) che pretendono di aver cancellato le parole sostituendole con altre che non sanno di niente, e che parlano una lingua che appartiene a troppi, ai lacchè, ai “benpensanti” ai poltronisti di professione meno che a noi. 

Ecco perché come primo passo verso l’unità e il cambiamento dobbiamo riappropriarci dei nostri termini, delle nostre parole, della nostra lingua che parla di “padroni”, di “sfruttamento”, di “lotta”, di “classe” che sono gli unici termini progressisti, rivoluzionari e riformatori che oggi esistono.
Tutto il resto è vecchio e stantio e puzza di acido fenico.


E allora cominciamo a recuperare la struttura del nostro linguaggio dalle parole di qualcuno più colto di noi perché, forse, ci credeva di più e cominciamo a dire e a riflettere sulle parole di Antonio Gramsci che scriveva: “nella fabbrica ogni proletario è condotto a concepire se stesso come inseparabile dai suoi compagni di lavoro:  potrebbe la materia informe accatastata nei magazzini circolare nel mondo come oggetto utile alla vita degli uomini in società, se un solo anello mancasse al sistema di lavoro nella produzione industriale?” e se l’operaio di una fabbrica, come dice Gramsci, è la cellula di un solo corpo allora vuol dire che per evitare amputazioni, per reagire al sopruso e allo sfruttamento è necessario legare una cellula all’altra, una fabbrica ad un’altra, una città ad un’altra e una nazione ad un’altra nazione, questa è la “classe” ed è quindi necessariamente nazionale ed internazionale e il suo fine è la lotta per l’emancipazione dal capitalismo industriale e finanziario.

Non è più pensabile quindi che si continui a parlare di “competitività” anche da parte di qualche cosiddetto sindacato di lotta, perché dire che bisogna mantenere le fabbriche aperte puntando sulla competitività vuol dire salvarsi momentaneamente per affossare altri compagni, vuol dire offrire un palliativo nazionale ad una crisi che è mondiale, vuol dire che non si vuole lottare per la vera emancipazione e quindi contro il capitalismo di cui tanto si parla ma si vuole solo anestetizzare la forza lavoro che è mondiale e la cui vita dipende dalla salvezza collettiva degli sfruttati contro gli sfruttatori, altrimenti rischiamo di fare la fine del cane che si morde la coda perché ci sarà sempre qualcuno più competitivo di un altro. 

E allora che fare? Unire le esperienze, studiare i modi e il sistema per reagire, è un lavoro duro e lungo, ma necessario e possiamo iniziare a mettere qualche tassello.


Possiamo ad esempio cominciare a dire che questa crisi è prodotta dal capitalismo e dai padroni, è una crisi di sistema per cui è il sistema che deve essere cambiato, poco conta il cambio di ministri se questo cambio non porterà un cambio di rotta, poco conta quale esecutivo avremo se chi si propone a guidare la macchina dice di voler continuare a nutrire con continue flebo questo mostro parassita e agonizzante che è lo spread, la finanza, le banche, il capitale.

C’è bisogno di eutanasia per questo sistema che altrimenti ucciderà noi. 

C’è bisogno di un cambio di rotta, c’è bisogno dell’assalto ai granai perché non è più possibile sentire che il 90% della ricchezza è detenuto dal 10% della popolazione e a pagare siamo sempre e solo noi, operai, studenti disoccupati. 


Allora è inutile girarci attorno e parlare di altro, dobbiamo rispondere alla crisi non chiedendo nuovi padroni che sostituiscano i vecchi, ma dobbiamo chiedere che le fabbriche strategiche ritornino allo Stato, dobbiamo pretendere semplicemente ciò che ci spetta, scuola efficiente e pubblica, sanità senza se e senza ma, perché la salute non si delega e non si mercanteggia, lavoro non come merce ma come diritto. 

Dobbiamo ribellarci alle logiche finanziare e cominciare a rimettere al centro della discussione sulla questione lavoro la necessità ed io direi l’urgenza di parlare, cercare, pretendere la riduzione di orario di lavoro a parità di salario e senza l’aumento della produzione. Questo è l’unico modo perché chiunque possa avere la sua possibilità, si diceva un tempo “lavorare meno per lavorare tutti “ è questa, ancora oggi, l’unica possibilità di salvezza. 


Ridurre l’orario di lavoro avrebbe un significato ancora più grande perché ci darebbe l’occasione di vivere la nostra vita, di riappropriarci dei nostri spazi e delle nostre attitudini.


Solo così avremmo il tempo per sognare, per pensare, per amare, per leggere, per essere cittadini dignitosi di un mondo che altrimenti diventerebbe, come sta già succedendo, più una gabbia che una casa!


 


Profughi in rivolta nel centro Caritas di Bergamo



Bergamo - La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il rifiuto da parte di Caritas di concedere un contributo economico per i profughi disposti ad andarsene dalla struttura.  Erano giorni che arrivavano notizie da parenti, amici e conoscenti che informavano di aver ricevuto il contributo.  Ma alla Casa d'accoglienza Monsignior Amedei la richiesta è stata respinta con fermezza.

Allora, improvvisa, è scoppiata la rivolta dei profughi:  sono stati distrutti acluni arredi e i migranti si sono barricati nel seminterrato con alcuni operatori.

La questura è intervenuta con enormi difficoltà in una situazione delicata. Ci sono volute ore di trattative per fare uscire gli autori della protesta dal seminterrato.  Lo stesso seminterrato dove dormono ogni notte.

L'intervento dei reparti mobili della questura ha faticato ad arginare la rabbia dei profughi.  A questo punto la protesta si è spostata all'uscita del centro di accoglienza, in via San Bernardino, bloccando il traffico per oltre un'ora.

Pubblicato in data 21/dic/2012

Case, scuole e sanità: riprendiamoci tutto

Roma:  

riportiamo il racconto della giornata di lotta di ieri giovedì 20 Dicembre a Roma Nord contro i tagli alla sanità, conclusasi con un'assemblea presso l'ex clinica privata Valle Fiorita, occupata di recente.

Dal S.Filippo Neri all'ex clinica Valle Fiorita Occupata. 

Questa mattina per le strade di Roma nord si è visto un bel corteo territoriale come non se ne vedevano da molti anni.

Si è partiti in alcune centinaia da uno dei sei ospedali pubblici romani che subiranno un grosso taglio del numero dei posti letto con la conseguente chiusura di alcuni reparti, in questo caso neurochirurgia e cardiochirurgia. 

Un ospedale dove la possibilità di perdere il posto di lavoro per i lavoratori e le lavoratrici e la certezza dei tagli ad un servizio sanitario già carente, sta facendo nascere una mobilitazione per un diritto alla salute diverso, di tutti e per tutti. 

E' sempre più evidente come l'aziendalizzazione, iniziata dal 1992, abbia portato al collasso della sanità pubblica a favore degli istituti privati.

Passando davanti alla sede della direzione sanitaria ed amministrativa del S.Filippo è stato attaccato lo striscione “La Sanità non si vende” e numerosi interventi hanno denunciato la complicità con i politici di turno di chi gestisce quest'ospedale.

Il corteo è proseguito per le vie di Monte Mario passando davanti ad uno dei tanti licei che in questo autunno hanno animato il movimento contro la privatizzazione delle scuole e le misure di austerity; a Roma Nord hanno occupato licei che non occupavano da anni. 

La voglia di creare questo corteo che connettesse varie lotte nel territorio è venuta proprio da loro. Ennesima dimostrazione, Ostia docet, di come le rivendicazioni studentiste siano ormai insufficienti. 

Gli studenti sentono la necessità e vedono la possibilità di nuove lotte che partano dalle scuole per dilagare nei territori, proponendo un'istruzione e una socialità diverse, per vivere qui e subito in un nuovo presente.

Per le vie di Torrevecchia il corteo ha continuato ha comunicare con tutto il quartiere fra cori, interventi dall'amplificazione e striscioni, concludendo sotto l'ex clinica privata Valle Fiorita. 

Vuota da più di 6 mesi dopo il licenziamento di tutti i lavoratori, il 6 Dicembre è stata occupata da 150 famiglie in emergenza abitativa, insieme ad altri 7 stabili abbandonati nel resto di Roma,  la proprietà di questo stabile dopo aver lucrato per anni sulla collettività ora vorrebbe trasformare la struttura in un albergo, l'occupazione è stata un segnale di quale deve essere la risposta a questi tentativi di speculazione. 

Nessun tentativo di sgombero, come quello del 10 Dicembre, 
potrà cancellarlo.

A conclusione di una manifestazione viva e partecipata si è tenuta un'assemblea pubblica sotto i cancelli della nuova occupazione, dove dagli interventi di studenti, lavoratori del S. Filippo, occupanti e realtà territoriali è uscita la necessità di continuare a far parlare queste lotte. Infatti riteniamo essenziale uscire da un'ottica unicamente vertenziale, comprendendo la sfida che ci viene lanciata dall'acuirsi della crisi e dalla ferocia delle misure di austerità. 

L' 8 Gennaio si terrà a Valle Fiorita un'assemblea per creare una rete territoriale che possa iniziare ad immaginare e a costruire un presente ed un futuro diverso a Roma nord.

Dagli occupanti che resistono sul tetto di Valle Fiorita, dagli studenti che occupano le scuole, dai lavoratori e dalle lavoratrici del S.Filippo Neri in mobilitazione ci arriva un messaggio chiaro:


Non abbiamo niente da difendere, abbiamo tutto da costruire!

Realtà territoriali in lotta