Comunicato di pubblica resistenza al DDL intercettazioni

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall'Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come "ddl intercettazioni".

Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d'indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all'interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all'informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

Questo sito si dichiara altresì .. per imprescindibili motivi sia etici che politici .. deberlusconizzato .. demontizzato .. degrillizzato

mercoledì 6 marzo 2013

Inceneritore Albano: il TAR Lazio ferma la Regione, i lavori non partiranno il 7 marzo

6 aprile 2013, corteo cittadino contro l’inceneritore dei Castelli Romani,

contro la discarica di Albano e a favore della raccolta differenziata 
porta a porta, del riuso e del riciclo. 
 
Moto perpetuo, non arretriamo di un centimetro. 
Passaparola! 

In foto, sotto, immagine inedita del VII invaso 
della discarica di Albano Laziale.
(Fonte articolo, clicca qui

Il tribunale amministrativo ha accolto il ricorso del Comune di Albano, richiesto dal comitato “No Inc”.  

Il cantiere più grande di Europa doveva partire giovedì sette marzo, ma di recente il Comune di Albano ha depositato al Tar un ricorso per chiedere la sospensione e proprio oggi è ufficiale la notizia che il tribunale amministrativo, con un provvedimento urgente monocratico, ha sospeso, la determina della Regione Lazio che sostanzialmente imponeva al consorzio Coema (composto da Colari, Acea e Ama) di iniziare la cantierizzazione e i lavori per l’inceneritore di Albano.

Il giudice amministrativo ha fissato per il 28 marzo la camera di consiglio per la discussione della sospensiva.  La foto aerea (sopra), la prima inedita riportata sulla pagina del socialnetwork del referente legale No inc Daniele Castri, tra i principali attori della battaglia contro l’inceneritore, mostra agli occhi dei cittadini il famigerato VII invaso della discarica di Albano Laziale (Cecchina, località Roncigliano).

La buca è grande quanto due campi da calcio di serie A e profonda 30 metri (un palazzo di 10 piani).  Il VII invaso si trova, come certificato dall’ufficio urbanistico di Albano, a 178,5 metri di distanza dalla prima casa, contro i 1000 previsti dalla legge della Regione Lazio n. 27 del 1998.

Il progettista e direttore lavori del VII invaso, Ing. Bruno Guidobaldi della SAIM srl di Genzano di Roma, per questa ed altre violazioni relative sempre alle “distanze”, è stato denunciato alle procure competenti insieme a numerosi dirigenti dell’area rifiuti della Regione Lazio che hanno autorizzato l’opera.

Il VII invaso raccoglie tutti, ma proprio tutti, i rifiuti indifferenziati prodotti dalla società in-civile:quelli urbani e assimilati, quelli industriali, vernici , inchiostri, resine, detergenti, medicinali, rifiuti delle fognature, rifiuti della pulizia stradale, rifiuti dei mercati, fanghi delle fosse settiche, fanghi dei depuratori civili ed industriali, rifiuti ingombranti, rifiuti non specificati, assorbenti, pneumatici, oli motore, fanghi prodotti dalla potabilizzazione dell’acqua ad uso civile ed industriale, fanghi dell’impianto di trattamento meccanico biologico annesso alla discarica, rifiuti speciali e tanto altro.

Per ora un altro “alt” sta scongiurando il via al cantiere.


ECO 16: IL TAR: L'INCENERITORE NON PARTIRÀ IL 7 MARZO COME...

ECO 16: IL TAR: L'INCENERITORE NON PARTIRÀ IL 7 MARZO COME...: SODDISFAZIONE MA ANCHE SENSO DELLA REALTÀ :  I CITTADINI PRESNTI AL PRESIDIO PERMANENTE STANNO CON I PIEDI PER TERRA E PONGONO AL ...

I Castelli esultano: accolto il ricorso del Comune di Albano sull’Inceneritore. Stop ai lavori! - Castelli Notizie

I Castelli esultano: accolto il ricorso del Comune di Albano sull’Inceneritore. Stop ai lavori! - Castelli Notizie

GRANDE! SIMO' STAMO TUTTI CO' TE !!!

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Pubblicato: 04/03/2013 19:00:00
Politica & Cittadini
 
ALBANO INCENERITORE, SIMONE CARABELLA 
LASCIA IL PD E SI SCHIERA CON I CITTADINI 
 
Carabella: 
"Dichiaro la mia immediata e irrevocabile uscita 
dal Partito Democratico di Albano."
 
Redazione Albano (RM) http://www.osservatorelaziale.it/

Riceviamo e pubblichiamo la nota di Simone Carabella: 



"L'impegno civile è venuto prima di quello politico. 
5 anni con il NO INC:  
difficile,  per me impensabile, rimanere indifferente e inerme 
quando vedi giorno dopo giorno che la terra intorno a te 
qualcuno se la mangia .. 

che le persone che conosci si ammalano con l'unica colpa 
di voler continuare a vivere lì dove sono nati.

Nel 2010 ho voluto tradurre il mio impegno di cittadino in un progetto più grande:  ho creduto che un'amministrazione di centro-sinistra ad Albano avrebbe fatto proprie quelle stesse battaglie e quella stessa difesa dei diritti.  Ho trovato convergenza in quello che è stato il cavallo di battaglia di quel programma elettorale:  La raccolta differenziata porta a porta.  E dunque ho fatto quello che faccio sempre:  ci ho messo la faccia.  

Mi sono candidato nelle liste del PD.  
Primo dei non eletti, 
a dimostrazione che il mio lavoro ed il mio impegno 
sul territorio hanno dato fiducia a tanti elettori.

E non mi sono fermato lì.  Dal giorno dopo ho dato il mio tempo, la mia disponibilità ed il mio impegno a quel partito.  Ed ho lottato, dall'interno, proprio perché le istanze che portavo avanti da sempre trovassero risposte concrete da parte della politica.  3 anni!  3 anni ho dedicato a questo progetto, non senza difficoltà e problemi.  Ho visto porte chiudersi di fronte alle più oneste richieste di prese di posizione nette sulle questioni discarica, inceneritore e in generale tutela della salute dei cittadini;  ho visto compagne e compagni di lotta umiliati, beffeggiati e messi all'angolo perché non piegavano la testa di fronte al potere;  ho visto invece consiglieri ed assessori che anche di fronte a gravi errori (documenti fondamentali omessi, dimenticati, trascurati; promesse non mantenute;  progetti non portati a termine), palesi bugie o manifeste incapacità, rimanere al loro posto e casomai anche essere premiati...;  e ho visto la discarica crescere di un nuovo invaso mentre la differenziata porta a porta rimaneva solo una chimera; 

ho visto annullare la sentenza del TAR e dare il via libera al cantiere dell'inceneritore mentre l'amministrazione Marini balbettava sempre un passo indietro a Cerroni e il Partito Democratico di Albano che restava in silenzio, schiacciato dal peso specifico delle sue responsabilità e dei suoi interessi incancellabili.

Credevo che insieme si potesse cambiare e fare di più e meglio.
In questo devo arrendermi, perché solo uno stolto o un colluso continua a perseverare negli errori. adesso basta!!

Dichiaro la mia immediata e irrevocabile uscita 
dal Partito Democratico di Albano. 

Non sarò più la coscienza del PD, 
non sarò più la faccia pulita 
ed ambientalista del PD di Albano. 

Il mio impegno e le mie energie saranno altrove, dove ce n'è veramente bisogno, insieme alle cittadine e ai cittadini che combattono ogni giorno per il proprio sacrosanto diritto ad una vita dignitosa.

Insieme alle amiche e agli amici che hanno fatto scelte diverse o che hanno fatto il mio stesso percorso di consapevolezza.

Insomma, con la parte buona della società civile per costruire l'alternativa a questa politica stantia e compromessa., a questa politica da Gattopardo dove “tutto cambi perché nulla cambi” ..

Siamo in tanti e vi garantisco che 
lo cambieremo davvero questo paese “storto”!

No all'inceneritore, no alla discarica. 
si all'avvio immediato della raccolta differenziata porta a porta associata a riduzione, riuso e riciclo."

martedì 5 marzo 2013

IL TAR BOCCIA L'ORDINANZA DELLA REGIONE CHE INTIMAVA L' INIZIO DEI LAVORI ENTRO IL 7 MARZO.

LA NOTIZIA E' ECCEZIONALE !!!! 
MA TENIAMO SU LA GUARDIA !!!! 

Ricordo a tutti pero' che in base al cronoprogramma presentato dal COEMA i lavori avrebbero dovuto iniziare a fine Aprile.

Ora e' il momento di dimostrare coraggio.
Non pensiamo di aver vinto, non abbaimo vinto nulla.

La .. battaglia sara' vinta solo quando l'inceneritore sara' bloccato in maniera definitiva, la discarica sara' chiusa ed il territorio bonificato.

I cittadini stanno morendo, 
non ci adagiamo su allori che non esistono.

Qui non c 'e' nessun carro dei vincitori.

Bisogna pretendere, 
per VINCERE in maniera definitiva la revisione dell AIA e la caratterizzazione idrogeologica INTERNA alla discarica.

Questa vittoria ci permette di riprendere fiato, 
ma la guerra e' lunga.

QUINDI LA GUARDIA RESTA ALTA, 
LA MOBILITAZIONE ATTIVA 
E LA PRESSIONE SULLE AMMINISTRAZIONI 
 AFFINCHE' FACCIANO QUELLO PER CUI SONO STATE VOTATE, 
AI MASSIMI LIVELLI.


SEMPRE PIU' FORTE, GRIDIAMOLO INSIEME!!!
AD ALBANO NON SI PASSA!!!
NON VE LO FAMO FA!!!

Simone Carabella
 

TERZO GIORNO DI PRESIDIO PERMANENTE

Oggi ·
CONTINUA SENZA SOSTA NOTTE E GIORNO IL PRESIDIO DAVANTI LA DISCARICA DI RONCIGLIANO,TALE PRESENZASERVE A MONITORARE E REGISTRARE MEZZI IN ENTRATA E IN USCITA DALLA DISCARICA.

La lotta contro l' inceneritore non ha padroni ed è gestita dal basso, non fa spalla a nessun partito politico, istituzione, o simili. 
  
E' una lotta autorganizzata che rifiuta ogni delega, quindi se vogliamo vincerla dobbiamo partecipare tutti/e direttamente!!

Le manifestazioni, i presidi in piazza, i volantinaggi, le assemblee pubbliche  oltre agli innumerevoli esposti e ricorsi fin ad oggi fatti sono stati possibili grazie alla sottoscrizione dei tanti e tante. 

 AIUTACI ANCHE TU! 

clicca sul nostro sito http://www.noinceneritorealbano.it/ 
alla voce Sottoscrivi per fare una piccola donazione 
per Tutte le Spese 
Affrontare e da continuare ad Affrontare fino alla Vittoria
.. che sarà Nostra perchè Solo la Lotta paga ..
mettendo con le spalle al muro le Amministrazioni dei Castelli 
"costrette" a dar risposte chiare e precise
alle Lotte Sociali alle Denunce portate avanti
 dal NO-INC e dal Popolo Castellano 
che Non Delega niente a nessuno ma Agisce !!!

SABATO 6 APRILE
 CORTEO CONTRO L'APERTURA DEL CANTIERE

Affrontare e da continuare ad Affrontare fino alla Vittoria
.. che sarà Nostra perchè Solo la Lotta paga ..
mettendo con le spalle al muro le Amministrazioni dei Castelli 
"costrette" a dar risposte chiare e precise 
alle Lotte Sociali ed alle Denunce portate avanti dal NO-INC 
e dal Popolo Castellano che Non Delega niente a nessuno ma Agisce !!!
 
Il presidio alla discarica continua.
 in 
continuo
aggiornamento
Sentite la signora cosa dice


 Da stamattina - 6 marzo - ne sono già arrivati 42 
a portare l'immondizia di roma :(
 dal Presidio Cittadino in via Ardeatin
nella Tenda NO-INC al Km  24.650 di Cecchina di Albano

Sulla strada di Port Said .. l'Egitto si infiamma!


Sono sempre di più i lavoratori in sciopero nell'Egitto in transizione, e sempre di più le proteste e gli scontri che si registrano nel paese.  Esperienze che non sempre riescono a divenire lotte unitarie contro il sistema, ma che mostrano una ritrovata capacità di lotta e di direzione da parte dei lavoratori.

Nella città di Port Said, mentre continua l'esperienza di autogestione, ieri è stata ancora giornata di lotta e di scontro. Mentre il raìs Morsi cerca di sedare la rivolta con concessioni, tra le quali la promessa di rendere nuovamente la città un porto franco, ieri in centinaia hanno marciato nelle strade della città.  Una stazione di polizia è stata data alle fiamme in risposta ai molti arresti e alle violenze perpetuate dalle forze dell'ordine nelle scorse giornate;  gli scontri sono andati avanti fino a questa mattina provocando più di 300 feriti.  Durante la manifestazione centinaia di residenti hanno chiesto a gran voce ai pochi lavoratori ancora non in sciopero di unirsi alla protesta.
Intanto, anche in altre città sono in molti ad appellarsi alla disobbedienza civile e molte sono le realtà in cui lavoratori e movimento anti-Morsi stanno cercando di realizzare un'esperienza come quella di Port Said.  Nel frattempo, in questi giorni, in tante altre città è esplosa la rabbia di chi non accetta di veder sottratti presente e futuro da Morsi e dai Fratelli Musulmani. 
Non solo al Cairo, anche in altri luoghi emerge in queste giornate la stessa rabbia mostrata nelle innumerevoli manifestazioni contro il vecchio regime, ma con una componente in più:  un forte ruolo della classe operaia. 
Uno di questi luoghi è Mahalla, città industriale che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé per la forza del movimento operaio, gli innumerevoli scioperi dei lavoratori;  fucina di quelle lotte che hanno fortemente contribuito non solo alla rivolta del 25 gennaio, ma anche alla nascita di quella coscienza di classe che sta prendendo forza in queste giornate.  A Mahalla ieri in centinaia sono scesi per le strade per appellarsi allo sciopero generale e alla disobbedienza civile. 
Ma è a Mansoura che in queste giornate si sono verificate le maggiori mobilitazioni.  In questa città, da circa una settimana, ogni notte si susseguono scontri che si sono intensificati dopo che i manifestanti hanno dato fuoco, lo scorso mercoledì, al quartier generale del governatorato.  Scontri culminati ieri con il ferimento di oltre 40 manifestanti e l'uccisione di uno di loro.

Mentre in tutto il paese si sono svolte manifestazioni di solidarietà, a Mansoura i funerali del giovane manifestante ucciso si sono trasformati in protesta di massa in cui migliaia hanno marciato contro il sistema di potere dei Fratelli Musulmani.  Anche qui ci sono stati forti scontri che sono andati avanti fino alle due della notte scorsa.  

Dunque sono tanti gli spazi che si aprono nella battaglia egiziana e molte sono le potenzialità di una ritrovata classe operaia.  Mahalla, Mansoura, ma anche le molte fabbriche in sciopero al Cairo, a Suez, ad Alessandria a Sokhna:  esperienze in cui si cerca di riprodurre l'esempio di Port Said. 
Ancora in queste città il conflitto non è generalizzato:  i lavoratori non scioperano - come avviene a Port Said - per la caduta del sistema, ma per aumenti salariali e giustizia sociale, per adesso limitata alla fabbrica. 
Ma, come Port Said sta dimostrando, come le 18 giornate di rivolta di Piazza Tahrir hanno mostrato, non può esserci giustizia sociale senza caduta del regime.  E non può esserci lotta operaia o studentesca che possa vincere, se non generalizzata e mirata all'abbattimento del sistema. 
Di questo il regime è consapevole:  se ancora non ha attaccato Port Said è perché lì la lotta è forte ed unitaria;  ad essere represse sono state, invece, le realtà in cui la lotta non si è generalizzata.  Tra queste una fabbrica occupata di Alessandria, la Portland che produce cemento;  qui, la scorsa settimana, le forze di polizia sono entrate arrestando molti lavoratori e perpetrando atroci violenze su di loro con l'utilizzo di cani-poliziotto. 
Vedremo se tutte queste città che si stanno infiammando riusciranno a percorrere la strada di Port Said, per adesso quello che cogliamo in queste dinamiche è sicuramente la forza della classe operaia e una possibilità tangibile di rifiuto generalizzato e dal basso del sistema.


La corrispondente di Infoaut dall'area mediorientale

Riunioni Bilderberg 1993 - 2012 Liste dei Partecipanti

 



Palestina. La matita ‘pericolosa’ di Mohammad Saba'aneh


Un vignettista palestinese viene arrestato senza ragioni apparenti:  

tra accuse sconosciute e divieto di assisterlo per i suoi avvocati, per lui si profila lo stesso destino dei tanti .. prigionieri detenuti nelle carceri israeliane.  Questa volta, in solidarietà, si mobilitano le ‘matite’ che hanno disegnato le rivoluzioni arabe.

Maria Letizia Perugini - Mohammad Saba'aneh ha 32 anni.  È un vignettista palestinese, disegna per il giornale al-Hayat al-Jadida e lavora per il dipartimento di relazioni pubbliche dell’Università Araba Americana (AAU) di Jenin.

Il 16 febbraio scorso stava tornando nel suo paese dopo quattro giorni passati ad Amman per conto dell’AAU.  Il suo viaggio, però, è finito al check point del ponte di Allenby dove, fermato dalle autorità israeliane, è stato arrestato e trasferito al centro di detenzione di Jalameh (prigione di Kishon, a nord di Tel Aviv).
Da qui inizia il suo calvario.

Dopo l’arresto l’interrogatorio, senza che nessuna accusa fosse stata formalizzata nei suoi confronti.  Negato anche l’incontro con gli avvocati.

Nei giorni seguenti le notizie che arrivano sono poche e frammentarie, perchè dal 16 febbraio nessuno ha potuto incontrarlo.

Mohammad sarabbe comparso davanti a una Corte già due volte.  Il 20 febbraio il suo fermo è stato prolungato di 9 giorni e il 28 febbraio è stato confermato:  dovrà restare in carcere per ulteriori indagini.

Gli ultimi aggiornamenti arrivano dal Committee to Protect Journalists (CPJ), ma non danno molta speranza né forniscono notizie più chiare:  gli avvocati di Mohammad hanno fatto appello contro il prolungamento della detenzione e chiedono ancora di poter incontrare il proprio assistito, che intanto sarebbe stato trasferito nel carcere di Ashkelon.

Le ragioni dell’arresto restano oscure.  Ad avere infastidito le autorità israeliane, probabilmente, le sue vignette.

Profetica quella che ha scelto di intitolare 'Sognando la libertà', tra le ultime realizzate, in cui è rappresentato un ragazzo che - dietro le sbarre di una prigione e con una palla al piede - proietta l’ombra di una colomba con le ali spiegate intrecciando le mani verso un cono di luce.

Le autorità, per il momento, hanno giustificato l’arresto con la necessità di condurre indagini su presunti servizi forniti da Mohammad a “organizzazioni ostili”.  Ma non esistono accuse formali.

Un copione che si ripete.  Una nuova detenzione amministrativa, un’altra persona finita in carcere senza accuse e senza speranza di tornare presto in libertà.

Perché quando si viene arrestati dalle autorità israeliane, il più delle volte, non è dato sapere il motivo:  ‘ragioni di sicurezza’ impongono generalmente la segretezza sui capi d’accusa.

È così che i più elementari diritti umani vengono calpestati:  è successo anche ad Arafat Jaradat, arrestato per aver preso parte ad alcune manifestazioni e sottoposto ad interrogatorio da parte dei servizi segreti per una settimana nel carcere di Megiddo.
Solo che lui, in prigione, ha trovato la morte.

Sopraggiunta proprio nelle stesse ore in cui Mohammad vedeva la sua pena prolungata, in un intreccio che rende i destini dei due giovani terribilmente simili.

All’indomani del decesso di Arafat, per ragioni ancora da chiarire, la famiglia di Mohammad ha riversato tutta la sua angoscia in un comunicato rivolto alla comunità internazionale, per chiedere di non essere lasciata sola davanti al muro di gomma delle autorità israeliane.

Chiede pressioni internazionali, perché solo così può sperare di rivedere Mohammad vivo e in tempi ragionevoli.  Solo in questo modo, forse, sarà possibile evitare l’ennesima vittima di una pratica – quella della ‘detenzione amministrativa’ - che da Israele non accenna ad essere abbandonata.

Intanto, mentre si consumava il destino di Mohammad, i prigionieri palestinesi iniziavano un nuovo sciopero della fame per denunciare la morte di Jaradat:  perché non passasse inosservata, e la loro condizione di condannati senza accusa a una pena indefinita non venisse ignorata.

Lo scorso anno le proteste contro il regime di detenzione amministrativa erano state imponenti, e lo sciopero della fame avviato da alcuni prigionieri politici palestinesi aveva finito per coinvolgere oltre 2000 detenuti.

Allora la mobilitazione aveva portato ad un accordo, secondo il quale Israele avrebbe accettato di non rinnovare gli ordini di arresto preventivo a meno che l’intelligence non avesse presentato nuove prove significative.  Queste promesse, però, sono rimaste lettera morta.

Le detenzioni amministrative sono state riconfermate e continuano ad essere emesse.

Così come sono ancora in corso gli scioperi della fame: 
pochi giorni fa Human Rights Watch riportava le tragiche condizioni in cui versano Samer Issawi e Ayman Sharawna, in carcere dall’inizio del 2012 e ormai a rischio di sopravvivenza.
Le basi (il)legali della detenzione amministrativa

Il regime di detenzione amministrativa è un retaggio del mandato britannico, le cui basi giuridiche oggi sono rintracciabili in tre porzioni della legislazione israeliana, applicabili nelle diverse zone dei Territori occupati.

Per quanto riguarda la Striscia di Gaza viene applicato un provvedimento che riguarda l’arresto dei “combattenti illegittimi”, secondo il quale sono considerati tali tutti coloro “che hanno preso parte ad attività ostili contro lo Stato di Israele”.

La legge è in vigore dal 2005, data del ritiro degli insediamenti israeliani da Gaza, per colmare il ‘vuoto’ creato dal decadimento della legislazione militare valida fino a quel momento.

Per quanto riguarda il territorio israeliano viene invece applicata la “normativa di emergenza” del 1979, e in particolare il capitolo relativo agli arresti, da applicarsi solo quando viene dichiarato lo “stato di emergenza”.  Che, però, in Israele è in vigore sin dalla sua fondazione.

Ad oggi, la maggior parte delle detenzioni amministrative avviene in Cisgiordania, con l’applicazione degli articoli 284-294 dell’Ordine militare n. 1651 riguardante le disposizioni di sicurezza, parte della legislazione militare a cui sono sottoposti i Territori occupati.

Lo schema di tutti questi provvedimenti è simile: gli arresti possono essere effettuati a discrezione delle autorità se ritengono che sussistano “imperativi motivi di sicurezza”.  Tutta la procedura è fondata su “ragionevoli basi” valutate di volta in volta dal comando militare, ma tra le condizioni per l’arresto non si parla mai della necessità di produrre “prove”.

Anzi, la sezione dell’ordine che le prende in esame sottolinea solo che il giudice può decidere di derogare al sistema che ne prevede la presentazione se ritiene che questo possa giovare al procedimento.

A sua discrezione anche la decisione, laddove presenti, di renderle note all’imputato o ai suoi legali.  L’appello riguardo le decisioni del giudice, inoltre, deve essere presentato davanti a una Corte militare.

La detenzione amministrativa, sulla carta, non potrebbe eccedere i 6 mesi di durata. Ma non esistono limiti reali al rinnovo di questo periodo, che può essere esteso in modo indefinito.  Una pratica che viola la legislazione internazionale, sia in termini di diritti umani che umanitari, e da più parti denunciata.

Perché se a livello internazionale ne è prevista l’esistenza, si tratta comunque di una ‘misura eccezionale’ che dovrebbe essere applicata seguendo canoni di legalità molto stringenti.  E non è questo il caso di Israele.

Secondo l’analisi dell’organizzazione israeliana B’Tselem, infatti, l’uso che ne viene fatto è estremamente estensivo: una routine, insomma, capace di produrre centinaia di casi ogni anno.

Dovrebbe inoltre trattarsi di una pratica sussidiaria, da utilizzare in ultima istanza, e non un’alternativa più veloce e ‘pratica’ al processo penale, soprattutto nei casi in cui le prove a carico dell’imputato siano poche o inesistenti.  La loro assenza, riscontrata nella maggioranza dei casi, implica l’impossibilità per i detenuti di difendersi: non essendoci accuse pubbliche non è possibile costruire una difesa efficace.

È infine la vaghezza della formula utilizzata di “attentato alla sicurezza della nazione” a rendere estremamente ampio il campo della sua applicazione:  le manifestazioni settimanali nonviolente che si svolgono in tutti i Territori il venerdì, ad esempio, vengono fatte rientrare in questa fattispecie di reato.

La mobilitazione per Mohammad Saba'aneh: 
matite all’attacco

Le proteste e gli appelli che da mesi le associazioni internazionali per i diritti umani stanno portando avanti contro la detenzione amministrativa sono rimasti inascoltati.  Ma ad ogni nuovo arresto la mobilitazione serra le fila.

In queste settimane, a muoversi è la comunità dei fumettisti arabi.

I primi a dare notizia dell’arresto di Saba'aneh sono stati i vignettisti del blog Cartoonmovement con il quale Mohammad collabora, che stanno seguendo l’evolvere della situazione, pubblicando quotidianamente vignette che denunciano la vicenda.

Ma anche a livello internazionale l’appoggio arriva da più parti.

Da qualche giorno si è mobilitato il collettivo di disegnatori tunisini Yakayaka, che sta postando disegni dedicati alla storia di Mohammad, e che ha aderito alla campagna del Consiglio internazionale per i Diritti umani, che invita a inviare un appello direttamente alle autorità israeliane e ai responsabili delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo affinché prendano immediati provvedimenti per la liberazione del giovane.

E poi ci sono le ong che si occupano di libertà di stampa:  Reporters Sans Frontières e il CPJ stanno seguendo la vicenda fin dall’inizio, perchè il ruolo dei fumettisti come attori dell’informazione si è imposto con decisione nel corso di questi mesi.

La potenza delle immagini che realizzano e la loro ironia dissacratoria hanno raccontato e informato sui mesi caldi delle rivolte arabe.

Ed è probabilmente la forza di queste denunce ad aver portato Mohammad in carcere. 

(Tutte le vignette pubblicate sono di Mohammad Saba'aneh. 
Si ringrazia il collettivo Cartoonmovement 
per averle messe a disposizione di Osservatorio Iraq). 


DITE A CASALEGGIO DI DENUNCIARMI! ECCO CHI E' VERAMENTE!