Comunicato di pubblica resistenza al DDL intercettazioni

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall'Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come "ddl intercettazioni".

Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d'indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all'interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all'informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

Questo sito si dichiara altresì .. per imprescindibili motivi sia etici che politici .. deberlusconizzato .. demontizzato .. degrillizzato

venerdì 6 aprile 2012

COMUNICATO STAMPA NO-INC CORTEO 14 APRILE 2012 - FERMIAMO L’ INCENERITORE DEI CASTELLI ROMANI


Sono quasi 5 anni che le amministrazioni regionali cercano di far costruire ad Albano Laziale, al centro dei Castelli Romani, il grande inceneritore di Cerroni. Mentre provano a farci credere, con la loro propaganda, che l’unico modo per trattare i rifiuti è quello di bruciarli.

Gli inceneritori da rifiuti, anche quelli più moderni di ultima generazione, emettono nell’atmosfera sostanze tossiche prodotte dalla combustione dell’immondizia. Tra queste vi sono cloro, diossine, furani, clorobenzene, metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio,...), acido cloridrico, e molto altro ancora. Oltre a queste sostanze tossiche vi sono anche le più pericolose nanoparticelle, delle dimensioni di un milionesimo di millimetro. Nemmeno i filtri di ultima generazione riescono a contenere la loro pericolosità perchè si accumulano negli organismi, nelle piante che mangiamo ed essendo cancerogene danno vita a tumori ed altre pericolosissime patologie! Le loro piccolissime dimensioni gli permettono di essere trasportate dal vento per kilometri: vivere nel raggio di 50 km da un inceneritore significa aumentare di moltissimo la probabilità di contrarre tumori! Gli inceneritori sono rozze macchine industriali che hanno bisogno di imponenti quantità di acqua che saranno sottratte alle già compromesse falde acquifere dei Castelli Romani.

Per anni comitati popolari si sono battuti contro la costruzione di questo inceneritore che dovrebbe bruciare dalle 160.000 alle 250.000 tonnellate di CDR (parte secca dei rifiuti) all’anno (quando la produzione di CDR di tutti i Castelli romani è di circa 60.000 tonn/anno, le restanti, come dichiarato nel progetto, arriveranno da Roma o altrove!). Dopo anni di battaglie nelle piazze e nei tribunali, il 15 dicembre del 2010 il TAR del Lazio ha emesso una sentenza che bloccava l’impianto per incompatibilità ambientale, dando ragione alle popolazioni e alla resistenza contro questo EcoMostro.

Il 22 marzo scorso, abbiamo appreso che il Consiglio di Stato ha invalidato la precedente sentenza del TAR, sbloccando formalmente il cantiere e sostenendo che le popolazioni non sono legittimate a difendere i territori perché l’unica volontà che conta è quella delle istituzioni regionali che vogliono costruire l’impianto!! Quindi per il Consiglio di Stato l’unico parere che vale è quello dei politici che per far arricchire i loro amici imprenditori di turno, (in questo caso il monopolista dei rifiuti del Lazio Manlio Cerroni che sarà proprietario dell’impianto) sono disposti a calpestare i territori, le loro risorse e le popolazioni che li abitano!

Per noi invece l’unico grado di giudizio che conta è quello popolare e si misura sul terreno della lotta! Non ci siamo mai fermati perché le nostre ragioni sono inoppugnabili: sappiamo che costruire inceneritori serve a trasformare rifiuti urbani in rifiuti tossici ed inquinare irrimediabilmente il nostro territorio. Sappiamo che i rifiuti possono essere trattati con il riciclaggio, il compostaggio, il trattamento meccanico biologico A FREDDO, senza bisogno di nessun bruciatore.

Non resteremo a guardare e non accetteremo questa devastante prepotenza.
Lo faremo per noi e per i nostri figli e nipoti. Non resteremo a guardare mentre proveranno a posare le prima pietra del cantiere. Non glielo permetteremo, bloccheremo i lavori, bloccheremo il cantiere. Questa non è una battaglia che siamo disposti a perdere. Scendiamo nelle piazze, prendiamoci le strade!

14 APRILE ore 15.30

CORTEO CONTRO L’INCENERITORE

ALBANO LAZIALE, partenza da P.zza Mazzini

Coordinamento contro l’inceneritore di Albano
www.noinceneritorealbano.it

giovedì 5 aprile 2012

La provincia di Roma e Acea preparano la guerra dell’acqua Il nuovo regolamento degli orrori pronto per essere votato dai sindaci



COMUNICATO STAMPA

La provincia di Roma e Acea preparano la guerra dell’acqua
Il nuovo regolamento degli orrori pronto per essere votato dai sindaci

Sta circolando in queste ore la bozza del nuovo regolamento di utenza di Acea Ato 2 spa, che verrà presentato alla prossima conferenza dei Sindaci. Una serie di norme che rafforza il potere di Acea di tagliare l’acqua unilateralmente, lasciando centinaia di famiglie a basso reddito senza un servizio essenziale, creando una situazione di possibile emergenza sanitaria senza precedenti.

Il nuovo regolamento è un vero scempio del principio di diritto all’acqua, dove la mercificazione - quella vera, quella che viene pesata a suon di euro - prevale rispetto al voto chiaro di milioni di cittadini della provincia di Roma. Un documento elaborato dalla Segreteria tecnica operativa diretta dall’ingegner Sandro Piotti, pagata con i soldi delle bollette dei cittadini, che - prima di ogni altra cosa - dovrebbe prendere atto del risultato referendario. Invece si va in direzione opposta.

All’articolo E.1.6 la bozza del regolamento continua a mantenere la pratica del distacco per morosità, su decisione unilaterale del gestore. Anzi, rispetto al regolamento attuale, il taglio dell’acqua per chi non è in grado di pagare le tariffe illegittime di Acea - tali sono, visto che continuano a mantenere il profitto eliminato dai referendum e si basano su un calcolo che non tiene conto del parametro di qualità - ne esce rafforzato.

Non solo Acea continuerà a mantenere il diritto unilaterale di tagliare l’acqua a chi vuole: nel nuovo regolamento si prevede poi “la piombatura” e “la rimozione del contatore” a discrezione del gestore. Un’azione che fisicamente tende ad eliminare il diritto di accesso all’acqua potabile.

Le conseguenze sono evidenti. Migliaia di famiglie oggi nella provincia di Roma non riescono a pagare le tariffe dell’acqua, che hanno subito aumenti vertiginosi negli ultimi tre anni. Secondo una recente ricerca di Sant’Egidio, nel territorio della provincia di Roma risiedono circa 100 mila cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà, che mai potranno pagare le bollette Acea. Molto spesso abitano in case senza avere titoli legittimi, ospitati, o con situazioni famigliari complesse, fattori che possono rendere burocraticamente difficile l‘accesso alle tariffe sociali. Ci sono poi i casi - di certo non rari - della famiglie che si trovano ad affrontare un periodo temporaneo di difficoltà economica, non riuscendo - visto l’attuale regolamento - a richiedere in tempo l’applicazione della tariffa sociale. Si tratta di casi non rarissimi, che oggi rischiano concretamente di non poter più bere, di non poter cucinare, di non potersi lavare. C’è poi il caso dei cittadini che - legittimamente - hanno contestato le bollette per tariffe applicate in maniera erronea dal gestore (circa 500 famiglie solo nel comune di Velletri) che sono ora in attesa del giudizio di merito dei magistrati.

Ricordiamo a tutti che il Tribunale di Latina, anche per i motivi esposti, ha dichiarato nei mesi scorsi vessatoria - e quindi illegale - la clausola del regolamento idrico dell’Ato 4 che prevede il distacco per morosità. Correttamente i magistrati hanno sottolineato che prima di esercitare un’azione di forza di questa portata, il gestore deve obbligatoriamente richiedere la valutazione di una parte terza, come, ad esempio, il giudice di pace. Se questo principio giuridico vale per la provincia di Latina, non capiamo perché non possa essere applicato in tutta la regione Lazio. Un punto, questo, sul quale chiediamo un pronunciamento urgente e pubblico del presidente Zingaretti.

Acea con il nuovo regolamento di utenza riceverebbe poi poteri di accesso alle abitazioni private dei cittadini che non sono concessi neanche alle forze dell’ordine. Il gestore potrà entrare nelle proprietà private senza preavviso per controllare contatori che - per legge - non sono di sua proprietà. La titolarità degli acquedotti fino al misuratore è infatti dei Comuni, mentre Acea ha esclusivamente una concessione che le permette di utilizzare la rete, contatori compresi. L’enorme potere che la bozza di regolamento dunque concede al gestore è sproporzionata e non rispetta il principio costituzionale della proprietà pubblica del sistema idrico.

La bozza dei nuovo regolamento d’utenza contiene poi principi inaccettabili, che comporteranno elevati costi per molte famiglie. Al punto B1.5 si prevede la facoltà per Acea di installare riduttori di pressione nelle zone dove arriva poca acqua (gran parte dei Castelli romani, ad esempio). La spesa per la vasca di accumulo - necessaria per poter usare l’acqua dopo l’installazione dei riduttori - sarà a carico dei “clienti”, che dovranno esborsare migliaia di euro per i lavori di adeguamento degli impianti idrici. In sostanza Acea dove non è riuscita a risolvere la mancanza dell’acqua - dove sono finiti i grandi investimenti promessi? - spenderà pochi centesimi per ridurre il flusso, caricando i costi delle vasche e delle pompe alle famiglie.

Il nuovo regolamento degli orrori è ricco di sorprese. Se la punizione per chi ritarda il pagamento è alta - rescissione del contratto - quasi nulla accade quando Acea non rispetta i parametri minimi di servizio. L’articolo B1.7, ad esempio, prevede qualche euro di rimborso - “senza altro indennizzo di sorta” - in caso di interruzione del servizio per un periodo superiore ai 15 giorni.

Chiediamo a questo punto una presa di posizione ferma e chiara da parte dei Sindaci, che nei prossimi giorni saranno chiamati a discutere questa bozza di Regolamento di utenza. Votare queste norme significherà firmare una cambiale in bianco ad Acea, aprendo le porte ad una vera e propria guerra dell’acqua, con pattuglie di tecnici inviati nelle case dei cittadini più bisognosi armati di sigilli e tagliatubi. Chiediamo poi una parola di chiarezza al presidente della provincia Nicola Zingaretti che subito dopo il risultato del referendum commentò: “I cittadini hanno avuto una grande capacità di giudizio e hanno compreso l’importanza che questo voto avrebbe avuto per il futuro imminente del nostro Paese”. Ora è arrivato il momento della verità: da che parte si schiererà la politica? Con le grandi multinazionali o a fianco dei cittadini?

Coordinamento Comitati Castelli Romani per l'acqua pubblica
(Albano Laziale, Ariccia, Cave, Ciampino, Frascati. Genzano, Grottaferrata, Lanuvio, Lariano, Marino, Rocca Priora, Velletri)

Informazioni:

La Thermoselect, Clini ed i Giapponesi

Dal titolo sembrerebbe una avvincente spy story, purtroppo non è fantasia... E' monnezza. Abbiamo raccolto in un unico testo i resoconti di varie fonti sulla tecnologia che dovrebbe essere impiegata nella costruzione dell'inceneritore di Albano e delle aziende che ne hanno la licenza.

Cos'è la Thermoselect?

La Thermoselect s.p.a. è una società di Locarno (Svizzera) che dal 1991 al 2007 ha sviluppato progetti di impianti di gassificazione ad alta temperatura dei rifiuti solidi urbani, promettendo grandi prestazioni energetiche ed un bassissimo impatto ambientale [1].
Deus ex machina della società ed intestatario del brevetto Thermoselect dal 1991 al 2007 è il tedesco Gunter Kiss [2]. L'idea originale del reattore a gassificazione è, però, del francese Gwenolé Lejeune, che nel 1981 brevetta un processo del tutto analogo, costruisce tre impianti – due in Francia, nelle Alpi Marittime ed in Bretagna, il terzo in Araba Saudita – ma poi subisce il rovescio della rottura di un pezzo proprio in quest'ultimo impianto, non ha fondi sufficienti per la sostituzione in garanzia, fallisce e smette di pagare le tasse annuali per mantenere i diritti sul brevetto che, così, diventa di dominio pubblico nel 1986. E nel 1991 si trasforma nell' “invenzione” dell'ingegner Gunter Kiss.
La Thermoselect guadagna l'onore delle cronache per le vicissitudini legate all'inceneritore di Fondotoce (Verbania).
La filiale italiana della società è controllata dalla Rheticus s.p.a. di Vaduz nel Liechtenstein. Chi siano i veri azionisti, protetti dal blindato anonimato garantito dal piccolo principato è impossibile saperlo, sappiamo, però (grazie a “La Nuova Sardegna” di Sassari [3]) che in passato l'autorevole settimanale tedesco “Der Spiegel” ha scritto che i capitali di questa catena di scatole cinesi portano a “gestori internazionali di discariche italiane”.

L'inceneritore di Verbania

Nella primavera del 1990 il direttore dell'allora Idealgo s.r.l., Gunter Kiss fece costruire un impianto sperimentale per la pirolisi dei rifiuti a Verbania [4]. L'impianto venne poi spento perché Gunter Kiss non aveva autorizzazione alcuna per l'utilizzo di rifiuti come combustibile. Nell'Ottobre dello stesso anno Kiss richiese alle autorità piemontesi la concessione di rendere operativo un altro impianto di pirolisi di RSU, dalla capacità di una tonnellata al giorno. Anche senza i necessari permessi l'impianto fu iniziato. Nel Gennaio del 1991 la Idealgo s.r.l. Cambiò il suo nome in Thermoselect s.r.l., al comando oltre a Gunter Kiss figurano i nomi di Ise Marie Gudula-Freitag (PR), di Renato Viviani e di Emanuele Lantieri.
L'avvio dell'impianto è però sfortunato: il 6 Marzo 1991 un'esplosione ferisce due operai. Nello stesso mese la Thermoselect richiese la possibilità di costruire un nuovo impianto sperimentale di rifiuti solidi urbani da 100 tonnellate al giorno. Essendo la nuova installazione considerata sperimentale non venne richiesto alla Thermoselect di rispettare la normale procedura di tutela ambientale. Seppure fosse evidentemente sovradimensionato rispetto ad un normale impianto sperimentale.
Un anno dopo, un esposto di un'associazione ambientalista, porta all'apertura di un'inchiesta sulla struttura di Verbania. Nel Giugno del 1992 il PM Antonio Simone bloccò l'inceneritore e richiese alla corte di perseguire la dirigenza della Thermoselect per violazione delle norme di tutela ambientale. I dirigenti della Thermoselect vengono accusati per il rilascio di cianuro nel Rio Tronetta, un affluente del Lago Maggiore,e per lo stoccaggio non autorizzato di scorie tossiche. Stando alle carte l'impianto generava 60 tonnellate di rifiuti al giorno, 13 tonnellate di gesso contaminato da pericolosi inquinanti (originato dal trattamento dei fumi di scarico) e 8 tonnellate di ossidi metallici al mese. I dirigenti vengono condannati in tutti i gradi giudizio, fino alla Cassazione.
All'inizio del 1993 all'impianto fu garantito lo status di centrale di produzione energetica, dall'allora direttore generale del ministero dell'Ambiente Corrado Clini, a dispetto del fatto che l'impianto non producesse energia. Nell'Aprile del 1993 altre due esplosioni avvennero nell'impianto. Allo stesso tempo un'altra indagine rivelò un altro stoccaggio illegale di rifiuti tossici, per questo motivo l'impianto venne fermato per un mese.
Nel Giugno del 1995 il sindaco di Verbania ordinò alla Thermoselect di smettere di sversare liquami nelle fognature, per via dell'alto contenuto di sostanze clorate (1760 mg/l) ammoniaca e zinco (entrambe a concentrazioni di 14,5 mg/l) nei campioni esaminati.
Nel Dicembre 1995 un'altra indagine per corruzione partì nei confronti di Gunter Kiss e Corrado Clini, quest'ultimo ritenuto troppo lesto nell'escludere la necessità di un'autorizzazione preventiva da parte dello stato (in quanto il progetto era ritenuto pilota). Clini – difeso dall’avvocato
Carlo Taormina – chiese ed ottenne di trasferire il processo al Tribunale di Roma. Dopodiché la sua posizione fu completamente archiviata [5].

Corruzione in Canton Ticino e l'inceneritore di Kalsruhe

Il settimanale tedesco Der Spiegel, nel numero del 1 marzo 1993, pubblica un'inchiesta nella quale denunciale sponsorizzazioni politiche della società. Si fa addirittura il nome dell'allora ministro dell'Ambiente del BadeWuttemberg, Herald Schaerfer. Ma la Thermoselect va avanti per la sua strada e decide di estendere le attività al mercato svizzero. Si candida così alla costruzione e alla gestione di un impianto di termoconversione nel Canton Ticino. Il terremoto scoppia nel 1995,quando il giornale La Regione Ticino accusa la Thermoselect di aver finanziato la Lega dei Ticinesi e il loro giornale, “Il Mattino della Domenica”, che, guarda caso, sosteneva il progetto della società. Si parladi 800 mila franchi svizzeri di mazzetta che Gunter Kiss nel 1991 avrebbe elargito al giornale. Non basta: La Regione Ticino accusa anche il consigliere nazionale della Lega dei Ticinesi Flavio Maspoli (proprietario del giornale “L'Altra Notizia”) di avere ricevuto, a fine 1994, finanziamenti illeciti, in qualità di membro del Consorzio rifiuti. La procura cantonale apre un'inchiesta che arriva fino ad alcuni membri del Gran consiglio del Ticino (l'esecutivo cantonale). Malgrado la tempesta politico-giudiziaria,il parlamento del Canton Ticino decide di affidare alla Thermoselect la costruzione di un impianto di gassificazione per rifiuti solidi urbani.
Sul fronte tedesco, intanto, passa il progetto dell'impianto di Karlsruhe, nonostante l'opposizione dei Verdi. Ma nell'agosto di quest'anno, a due anni dall'avvio, l'impianto non riesce a superare il collaudo fatto dalle autorità tedesche. Con un effetto domino, viene subito revocata la concessione anche nel Canton Ticino perché, dopo un referendum popolare e un lungo braccio di ferro politico, si era arrivati alla mediazione che l'impianto sarebbe stato costruito solo nel caso che quello gemello di Karlsrhue avesse superato l'esame delle autorità tedesche. Come se non bastasse, i giornali svizzeri e tedeschi hanno fatto il nome della Thermoselect nello scandalo dei fondi neri del Cdu, il Partito Cristiano democratico di Helmut Kohl. Nel 1995 la società versò, infatti, 100 mila marchi al partito Cristiano-Democratico Cdu del Baden-Wuttemberg per ottenere l’approvazione dell’impianto di Karlsruhe.
Quella del gassificatore tedesco è una storia molto travagliata [6].
L’impianto di Karlsruhe è identico a quello dei progetti presentati da Co.La.Ri per Malagrotta, e molto simile a quelli proposti per Albano e Mediglia. A Karlsruhe, ottenuto il permesso di realizzazione nel 1996, solo nel 2002 veniva concesso il permesso ad operare a determinate condizioni, in quanto in fase di sperimentazione le soglie nocive di emissioni erano state superate e l’impianto era stato sottoposto a numerose trasformazioni in corso d’opera. Il permesso fu rilasciato sulla base di un test durato 4 settimane (dal 23 ottobre al 21 novembre 2001), periodo nel quale le tre linee hanno lavorato al 60% della potenza dichiarata. A fronte di un permesso di consumo di acqua pari a 356.000 metri cubi all’anno, l’impianto ha consumato 400.000 metri cubi di acqua in sei mesi; anche il consumo di gas per il funzionamento degli altoforni è risultato superiore alle aspettative collocandosi tra i 290 e i 380 metri cubi per tonnellata di CDR. Sulla base di tale pessima performance l’impianto, che avrebbe dovuto gassificare 250 tonnellate al giorno di RSU, è stato in condizione di gassificare non oltre le 120 tonnellate al giorno nel 2002, anno di picco di utilizzo. Della vicenda si sono occupati per anni i giornali locali.

L’impianto di Karlsruhe (cfr. EUWID n.18 del 3/5/2005) è stato chiuso in quanto il contratto tra l’operatore EnBW e le Autorità Municipali per il trattamento dei RSU è stato annullato. Dopo cinque anni di operazioni l’impianto di trattamento ad alta temperatura è stato chiuso alla fine del 2004. Le perdite di EnBW ammontavano a 100 milioni di euro EnBW ha pagato alla Municipalità 1,45 milioni di euro come compensazione.

Tornando alla Svizzera, nella trasmissione “Per un pugno di rifiuti” a firma della giornalista Dinorah Cervini, mandato in onda il 15 novembre 2007 dalla Televisione della Svizzera Italiana per la rubrica “Falò”, l’ing. Mauro Gandolla, ex responsabile per il settore
rifiuti del Canton Ticino, denuncia pubblicamente il tentativo di corruzione e le successive pressioni anche a livello familiare subite dalla Thermoselect che lo hanno indotto a dare le dimissioni dal suo incarico.
E' curioso notare come il sito della società non sia più aggiornato proprio da quell'anno e che negli ultimi progetti di inceneritori a gassificazione il nome stesso della società svanisca, sostituito da quello della società giapponese che ne ha rilevato il brevetto, la JFE.


L'inceneritore di Albano e la JFE

Il progetto dell’inceneritore d’Albano si fonda su tecnologia Thermoselect, infatti, nel Quadro di riferimento progettuale del gassificatore d’Albano del 21/12/2007 a pag.78 si legge: La JFE ha cominciato lo sviluppo di suddetta tecnologia di gassificazione nel 1992 ed a seguito di questo interessamento nel 1997 la Kawasaki Steel (ora JFE) ebbe la licenza di utilizzare la tecnologia di gassificazione dalla Thermoselect S.A. [7].
Tirando le somme, quindi, la JFE utilizza tecnologia Thermoselect semplicemente perché ne ha acquistato il brevetto in base al quale progetta i reattori dei suoi impianti di gassificazione.
Se ciò non fosse sufficiente, in questa pubblicazione recente di uno dei più accreditati esperti internazionali:

(Nickolas J. Themelis is Stanley-Thompson professor Emeritus at the Department of Earth and Environmental Engineering, Columbia University, New York, and Chair of the Waste-to-Energy Research and Technology Council (WTERT). e-mail: njt1@columbia.eduQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

viene detto chiaramente (parti evidenziate nel testo inglese) che la tecnologia JFE è direttamente tecnologia Thermoselect ed è riassunta nelle parole [...] l’unico processo corretto di gassificazione su scala industriale è il processo Thermoselect, correntemente utilizzato dalla JFE. e in altri passaggi a proposito di impianti costruiti in Giappone dalla JFE si parla sempre di impianti

JFE - TS ovvero Japan Fukuyama Engineering - Thermoselect.

Riassumiamo gli altri fatti documentati internazionalmente in modo inconfutabile.

Il gassificatore proposto dal Consorzio Ecologico Massimetta (Co.E.Ma.) utilizzerà tecnologia della Japan Fukuyama Engineering (JFE). Questa tecnologia è esattamente quella del brevetto svizzero Thermoselect. Il brevetto, la cui tecnologia di punta è riassunta in inglese con il termine Thermoselect gasifying and melting furnace è stato acquistato nel 2005 dalla Japan Fukuyama Engineering e viene, da quella data, riportato nelle pubblicazioni internazionali come JFE Thermoselect gasifying and melting furnace [8, 9, 10]. A differenza di quanto si ostinano ad affermare i proponenti, non contraddetti dal prof. Baruchello, consulente incaricato di esprimere il parere tecnico per la Regione Lazio, che al punto 4 della relazione (Marzo 2009) parla di brevetto JFE Environmental Solutions Corporation.

Alle affermazioni del rappresentante COLARI alla seduta del 16 ottobre 2006 al tavolo di concertazione regionale “Innovazione tecnologica e Ricerca”: -COLARI ha fatto miglioramenti alla tecnologia dell’impianto, che non è più Thermoselect- , lo stesso ufficio regionale Valutazione di Impatto Ambientale, su richiesta della RRRL afferma che “non risultano atti o provvedimenti successivi inerenti variazioni in corso d’opera nella tecnologia impiegata nell’impianto” rispetto all’ordinanza n.16 del 25/03/2005 [11].

Il nome Thermoselect non è mai espressamente citato nelle relazioni allegate al progetto dell'inceneritore d'Albano. Ci sono due fatti oggettivi per capire il motivo:

  • Fino al 2003 il Co.La.Ri. (Consorzio Laziale Rifiuti) di Manlio Cerroni, attraverso il direttore tecnico Mauro Zagaroli, ha fatto di tutto per pubblicizzare la tecnologia Thermoselect, proponendola come soluzione per bruciare i rifiuti di Malagrotta. A tale scopo nel 2003 furono organizzate prove nell’unico impianto europeo Thermoselect allora in funzione, a Karlsruhe (Germania), con CRD (combustibile da rifiuti) trattato nell’impianto di Malagrotta. L’esito delle prove fu definito dagli organizzatori un successo e divulgato sia in seminari che in Internet, ignorando i seri problemi che già erano emersi nella conduzione dell’impianto tedesco (proprietà Energie Baden-Wurttemberg AG). Non è pensabile che almeno l’ingegnere Carlo Riva, responsabile Thermoselect, non fosse a conoscenza di questi fatti.

  • L’anno successivo (2004) l’impianto fu chiuso definitivamente per difetti e inadeguatezze di vario tipo, come in precedenza era stato chiuso l’altro impianto Thermoselect di Fondotoce (Verbania).Da quel momento in poi il nome non è stato più utilizzato nè dal Co.La.Ri. né dal Co.E.Ma. e sostituito da quello di JFE.

Non sembra ci possano essere altre spiegazioni se non che il marchio Thermoselect dopo i due fallimenti in Italia e in Germania era impresentabile in Europa. Il fatto che il Co.E.Ma. voglia nascondere a tutti i costi l’origine del brevetto è quindi spiegabile, ma questo non giustifica che la Regione Lazio o i suoi consulenti di fiducia non sentano l’obbligo di chiedersi quali garanzie reali per la salute di migliaia di residenti offra un brevetto nei fatti già bocciato in Europa per la sua inadeguatezza e pericolosità.

Qualche considerazione finale

Troviamo assai peculiare che il ministro Corrado Clini, già implicato in uno scandalo legato alla Thermoselect nel 1996 per l'inceneritore di Verbania, nuovamente si trovi ad essere denunciato, questa volta per per violazione del segreto istruttorio e per abuso d’ ufficio [12], nel 2012 in una controversia legata allo stesso tipo di tecnologia. Come faceva il ministro a conoscere il contenuto di una sentenza del Consiglio di Stato prima della sua pubblicazione? Come mai Clini continua a progettare il ciclo rifiuti della regione Lazio, fondando tutto sul binomio inceneritore-discarica [13] (lo stesso che causò il disastro campano, vedi lo scandalo delle ecoballe dell'inceneritore di Acerra), quando allo stesso tempo a Parma dichiara obsoleto l'incenerimento [14]? Cosa c'entra Cerroni in tutto questo?


Fonti


[1] www.thermoselect.com

[2] Pattumiere Pepite e Pistole di Ivan Berni, Baldini Castoldi Dalai (1998)

[3] http://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2000/12/05/SL201.html

[4] http://www.zb.eco.pl/gb/20/zgierz.htm

[5]http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/ministro-dellambiente-indagato-inquinamento/171116/

[6] Osservazioni a STUDIO IMPATTO AMBIENTALE “Progetto Mediglia per un’energia sostenibile”elaborate e sottoposte dal Gruppo Consiliare “LA FENICE PER MEDIGLIA” http://www.scribd.com/doc/12702339/6-Osservazioni-a-SIAComune-Mediglia

[7] Thermoselect waste gasification and reforming process Yamada Sumio (JFE technical report n°3 pag. 21-26 (2004))

[8] Marushima Hironari (Resources processing volume 51, n°4, pagine 234- 238 (2004))

[9] Iino Yoshitsugu e Nakamura Sunao (JFE Technical Report (2006) n°8)

[10] Nickolas J. Themelis (Columbia University, New York) (Waste Management World (luglio 2007))

[11] Comunicazione scritta ufficio V.I.A. Prot. 213212/25/04 del 01/12/2006 in risposta accesso agli atti del WWF Lazio

[12]http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/03/19/news/no_all_inceneritore_di_albano_residenti_denunciano_clini-31810223/

[13]http://www.minambiente.it/home_it/showitem.html?item=%2Fdocumenti%2Fcomunicati%2Fcomunicato_0337.html&lang=it

[14]http://www.parmaoggi.it/2012/04/01/il-gcr-intervista-il-ministro-clini-linceneritore-di-parma-e-superato/


video spot corteo 14 aprile

lunedì 2 aprile 2012

Assemblea del No-Inc ( parte 2 )

Assemblea del No-Inc ( parte 1 )

“Non ci fermiamo. La nostra battaglia va avanti”

_(Fonte articolo, clicca qui, autore Francesca Ragno) No Inc di Albano: “Non ci fermiamo. La nostra battaglia continua”. Non si ferma la battaglia di cittadini, comitati e istituzioni per impedire la costruzione dell’inceneritore di Albano, là dove ora sorge la discarica di Roncigliano. Nonostante la sentenza favorevole del Consiglio di Stato che ha suscitato non poche polemiche, prosegue la mobilitazione e la battaglia legale. Sabato 14 aprile è previsto un corteo cittadino per ribadire la contrarietà alla costruzione di un impianto che sarebbe il quarto della Regione Lazio e si troverebbe a pochissima distanza da quelli già attivi di Colleferro e Malagrotta, impianti soggetti a diverse inchieste della magistratura per i livelli di inquinamento prodotti. Venerdì pomeriggio il comitatto No Inc ha tenuto una conferenza stampa nella centralissima piazza San Pietro per aggiornare la popolazione sugli esiti della battaglia legale e sui prossimi eventi. A margine della conferenza stampa Romatoday ha intervistato Daniele Castri, referente legale del comitato No Inc. Daniele Castri si sofferma sul contenuto della sentenza emessa dal Consiglio di stato, che in molti casi è innovativa perché scardina alcuni principi guida del diritto amministrativo, proprio quelli che i giovani aspiranti avvocati studiano nei manuali e sono oggetto di esame: “Nella prima parte della sentenza il Consiglio di stato afferma che la discrezionalità della pubblica amministrazione è talmente ampia da poter essere esercitata ‘in assoluta libertà’ con il solo controllo di legittimità del giudice amministrativo – sottolinea Castri – Un’affermazione gravissima perché compito del giudice amministrativo oltre a quello di verificare le questioni ordinarie della pubblica amministrazione per esempio le procedure di un concorso o addirittura gli esami di ammissioni di terza media come accaduto di recente ha anche il compito di entrare nel merito delle scelte della pubblica amministrazione e capire se quella scelta tutela l’interesse pubblico al minimo costo. Invece in questo caso il Consiglio di Stato afferma che la discrezionalità amministrativa è talmente ampia da poter essere limitata solo dal giudice penale e viene meno così l’avere un sistema di giustizia amministrativa. Operatori importanti del diritto romano hanno notato questa anomalia giuridica. Nelle nostre richieste avevamo proprio chiesto se Marrazzo avesse contemplato l’interesse pubblico al minimo costo con la valutazione di impatto ambientale rilasciata per la costruzione dell’inceneritore”.

La sentenza emessa dal massimo organo di giurisdizione amministrativa contiene molte parti contraddittorie e non valuta come oggettivi i possibili rischi ambientali e alla salute valutati da enti come la Asl e l’Arpa: “Il Consiglio di Stato afferma che il giudice amministrativo si deve limitare alla legittimità degli atti, ma visto che i ricorsi dei comitati entravano nel merito i giudici hanno deciso di rispondere anche loro nel merito e di affermare che tutte le osservazioni per esempio sul bilancio idrico dei Castelli Romani, le modifiche all’impianto sul sistema di raffreddamento sono solo 1delle mere congetture prive di fondamento oggettivo’. Il Consiglio di Stato non rammenta che le tesi dei comitati sono state sostenute e firmate per ben 4 volte dai dirigenti dell’ASL Rmh che hanno ritenuto che le modifiche al progetto dell’impianto al sistema di raffreddamento costituivano un vero e proprio prototipo industriale, mai costruito prima, mai sperimentato e mai brevettato prima al mondo. La crisi idrica non ce la siamo inventata noi, ci sono deroghe ancora in vigore da parte dell’Unione Europea per i valori di fluoro e arsenico. Il Consiglio di Stato si è dimenticato che la Asl tutela l’interesse pubblico nell’ambito igienico-sanitari e ricordiamo che i dirigenti che hanno firmato i documenti contrari all’inceneritore sono stati minacciati dalla Regione Lazio. Abbiamo depositato atti che dimostrano le minacce di denuncia di abuso di potere, allo stesso modo l’Arpa Lazio che ha messo in evidenza una serie di problemi ambientali molto pesanti. I dieci comuni di bacino che qualcuno rappresentano hanno sostenuto le nostre tesi che non possono essere mere congetture”.

Incongruenze e imprecisioni sono contenute nella sentenza del Consiglio di Stato: “Nella sentenza vi è una vera e propria schizzofrenia giuridica visto che poi i giudici entrano nel merito dei finanziamenti e dei CIP 6, dicendo sì all’inceneritore, ma senza i finanziamenti pubblici e annullano il decreto commissariale di Marrazzo perché emesso dopo i termini di scadenza del suo mandato di Commissario ai rifiuti. E’ poi da notare che nella sentenza non viene neanche citato correttamente l’atto perché lo si attribuisce a Marrazzo in qualità di Presidente della Regione, mentre è un atto firmato in qualità di commissario ai rifiuti”.

A voler pensar male si fa peccato, dice un proverbio, ma circa un mese i medesimi giudici della V sezione del Consiglio di stato hanno emesso una sentenza riguardante un altro inceneritore quello di Malagrotta, sempre del gruppo Cerroni e sempre a lui favorevole: “La sentenza riguarda sempre i CIP 6 dell’inceneritore di Malagrotta che dal 2009 seppur a capacità ridotta produce energia elettrica e avrebbe potuto usufruire proprio dei finanziamenti CIP 6 . Per un errore tecnico commesso dall’allora amministrazione Storace e da Verzaschi le società di Cerroni non sono riusciti a richiedere in tempo la contribuzione dei CIP 6 e sono così ricorsi prima al Tar e poi al Consiglio di Stato che ha sentenziato che essendo stato un errore di Storace e Verzaschi i 170milioni di euro che dovevano derivare dai CIP 6 li dovrà ora erogare la Regione Lazio. Cerroni in virtù di questa sentenza potrà così giocare la carta di non poter riccorrere ai CIP 6, ma di richiedere il contributo alla Regione Lazio per costruire anche l’inceneritore di Albano”, continua Castri.

Nonostante la sentenza del Consiglio di Stato che ha costituito un duro colpo, non si ferma la battaglia legale dei comitati e dei sindaci: ” Da parte nostra ci sarà di sicuro il ricorso all’Unione Europea perché manca la gara di appalto pubblica europea obbligatoria in tutti gli stati membri, ci sono le forzature sulla VIA e poi manca la valutazione ambientale strategica necessaria. Marrazzo aveva commissariato la fase di attribuzione dei lavori e della cantierizzazioni per eludere le procedure, tutto il resto è deputato alla procedura ordinaria e la Vas non è stata emessa Ci sono nuovi margini di manovra per un ulteriore ricorso al Tar perché crediamo che l’urgenza di costruire l’impianto di Albano sia solo un pretesto per costruire un impianto industriale in barba a tutte le regole di diritto e tutelare alcune lobby. C’era un cronoprogramma irrinunciabile mai rispettato e violato e dovrebbe essere richiesta una proroga e proprio su questo potremmo ricorrere. Sicuramente porteremo avanti una serie di cause civili per la richiesta di danni per la presenza sulla stesso territorio di impianti industriali di categoria 1 quindi quelli più pericolosi”.

Anche la magistratura penale non resta alla finestra a vedere: “Indiscrezioni ci dicono che ci siano anche indagini penali in corso della procura di Roma sul tema, che non vanno sottovalutate in questo caso. Ricordiamo anche la denuncia al ministro Clini che era già in contatto con il brevetto di gassificazione e coinvolto nel caso dell’inceneritore di Verbania per il brevetto di Thermoselect che era prima di proprietà del Colari e poi passato nelle mani della Jfe su cui si basa l’impianto di Albano. Il ministro è entrato a gamba tesa nella questione e su di lui c’è un fascicolo aperto dopo la nostra denuncia, che coinvolge anche altre persone visto che della sentenza erano a conoscenza 5 giudici e il cancelliere”.

Anche il delegato ai rifiuti del Comune di Albano, Luca Andreassi ha ribadito il No all’inceneritore: “Continuamo la battaglia con i comitati, la cosa più sconvolgente è il ruolo di Roma Capitale che è capitale quando si tratta di prendere finanziamenti e diventa Roma Area Metropolitana quando bisogna eliminare i problemi e quindi nomadi e inceneritori ad Albano, Riano, Corcolle. E’ un’assurdità se si considera che il decreto Monti sulle liberalizzazioni introduce gli ambiti territoriali omogenei e ottimali anche nella gestione dei rifiuti e per me un ambito omogeneo è la direttrice Appia da Velletri a Ciampino dei Castelli Romani e cosa fa Alemanno? Non riesce a risolvere i problemi di Roma e li risolve con l’inceneritore di Albano. La sentenza sancisce il far-west perché permette a un’amministrazione regionale in emergenza di fare quello che vuole. Perché se si è in emergenza allora il cronoprogramma di emergenza non è stato rispettato? Perché se si è in emergenza per il Consiglio di Stato la Regione non può utilizzare i CIP 6? La partita non è finita, ce la stiamo giocando”.

No Inc di Albano: “Non ci fermiamo. La nostra battaglia continua”. L’appuntamento è in piazza per sabato pomeriggio 14 aprile per ribadire con un nuovo corteo che Albano e i Castelli Romani non hanno bisogno di un inceneritore e che i cittadini e i sindaci hanno diritto di difendere il proprio territorio, anche contro gli interessi economici e le scelte degli enti sovracomunali.“Luca Andreassi è esponente dell’UDC e il partito locale ha preso totalmente le distanze dai suoi dirigenti regionali sul tema inceneritore: “Il mio partito locale si schiera contro l’inceneritore ed è assolutamente contrario, ricordiamo che nel penultimo corteo con la fascia tricolore ha sfilato Maurizio Sannibale che era allora vicesindaco e ora assessore all’urbanistica”.