Comunicato di pubblica resistenza al DDL intercettazioni

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall'Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come "ddl intercettazioni".

Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d'indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all'interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all'informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

Questo sito si dichiara altresì .. per imprescindibili motivi sia etici che politici .. deberlusconizzato .. demontizzato .. degrillizzato

mercoledì 20 giugno 2012

A Malagrotta più tumori che nel resto di Roma


(Fonte articolo, clicca qui) Chi vive a Malagrotta ha la possibilità di contrarre tumori alla laringe, al pancreas e al cervello con una percentuale superiore del 3-4% rispetto al resto dei romani. E la stessa incidenza è stata registrata per le malattie cardiovascolari e respiratorie.

A stabilirlo è uno studio epidemiologico sul quartiere disposto dalla Regione Lazio, depositato nei giorni scorsi in procura dove è aperta un’inchiesta per omicidio colposo dopo la morte di quattro persone, decedute per un tumore, tutte residenti vicino alla discarica.

I decessi sono avvenuti tra il 2008 e il 2010. Lo studio della Regione sottolinea anche che non sono chiare le cause che provocano una maggiore incidenza nel contrarre tumori o gravi malattie. Troppe sono le variabili in gioco nella zona (dalla discarica al gassificatore, dalla raffineria all’intenso traffico di mezzi pesanti) che potrebbero influire sulle condizioni di salute dei residenti.

«Spero che la procura disponga una consulenza per fare chiarezza su cosa è successo in questi anni», commenta l’avvocato Francesca Romana Fragale, presidente dell’associazione «Futuro sostenibile», che rappresenta le famiglie delle vittime.

Gli impianti di Malagrotta (Imagoeconomica).

Intanto scoppia nella commissione bicamerale Ecomafie la «guerra del talquale», cioè dei rifiuti così come vengono prelevati dai cassonetti stradali.

Da una parte l’Ama: «Abbiamo proposto al commissario Goffredo Sottile di trattare 1.000 tonnellate al giorno di rifiuti nei nostri due Tmb». «Si possono trattare – precisa l’Ama – tutte le 4 mila tonnellate di immondizia che Roma produce ogni giorno».

Dall’altra la E. Giovi (società di Manlio Cerroni che gestisce gli altri due Tmb e la discarica di Malagrotta) che replica: «I nostri impianti funzionano alla metà delle loro potenzialità perché l’Ama non ci dà rifiuti trattabili sufficienti e preferisce mandarli in discarica perché costa di meno».

Al centro rimane la Capitale che produce al giorno circa 4 mila tonnellate di rifiuti, che andrebbero trattati prima di essere ammassati in discarica. Questo, però, non accade perché finora gli impianti non hanno funzionato al massimo delle loro potenzialità: così a Malagrotta finisce il rifiuto così come viene raccolto dai cassonetti, violando le norme comunitarie.

Di conseguenza l’Ue ha aperto una procedura di infrazione e il Lazio rischia pesanti sanzioni economiche.


Associazione DifferenziaTi

Malagrotta, l’allarme dei medici tumori in aumento per i residenti


L’impunità prima o poi dovrà finire.

(Fonte articolo, clicca qui)

Un legame diretto tra la discarica di Malagrotta e alcune malattie di chi vive nella zona tra mille difficoltà e con le finestre sempre sbarrate.
E un filo causale ancora più stretto per alcune patologie tra le residenti donne, che manifestano tumore della laringe e della vescica, e anche problemi circolatori. Mentre per gli uomini sarebbero aumentate le malattie dell’apparato respiratorio. E’ tutto scritto e documentato nella relazione che il Dipartimento di epidemiologia della Asl di Roma E ha consegnato due giorni fa nelle mani dei pm che indagano sulla discarica di Malagrotta. E che ieri è stato consegnatoanche alla presidente della Regione Lazio Renata Polverini che per prima aveva chiesto al dipartimento di stilare una relazione. Il quadro di mortalità generale, dice il rapporto basato sugli 85mila residenti nella zona dal 2001 al 2010, è sostanzialmente nella media, fatta eccezione per alcune patologie mortali, tra le quali il tumore alla mammella e le malattie cardiovascolari.

Spiega la relazione: «Le patologie dell’apparato cardiovascolare (donne) e dell’apparato respiratorio (uomini) sono aumentate tra i residenti nell’area più prossima agli impianti. Per le patologie tumorali, si osserva tra le donne un eccesso di tumore della laringe e della mammella nelle zone più prossime, mentre tra gli uomini si osserva una riduzione del rischio per il tumore del polmone». Anche i ricoveri sono più frequenti per chi vive a Malagrotta: «I residenti (uomini e donne) più prossimi agli impianti ricorrono più frequentemente alle cure ospedaliere (+8 per cento), in particolare per malattie circolatorie, urinarie e dell’apparato digerente. Tra gli uomini si è osservato un aumento dei ricoveri per patologie della tiroide».

Gli impianti sotto osservazione sono tre: la discarica, il relativo inceneritore e una raffineria presente nella stessa zona. Ma in alcuni casi l’aumento delle malattie è direttamente collegato alla presenza della discarica.

Dice il rapporto: «Per quanto riguarda i risultati relativi alle concentrazioni dei singoli inquinanti, si è riscontrata nei gruppi più esposti a discarica e raffineria una maggiore frequenza di tumori della laringe e della vescica (mortalità e ricoveri) nelle donne residenti. Limitatamente ai ricoveri, si è osservata un’associazione tra discarica e malattie dell’apparato circolatorio (donne)». E il giudizio complessivo è pesante: «Sono stati riscontrati, sia per la mortalità e soprattutto per le ospedalizzazioni, alcuni eccessi di rischio degni di nota, in particolare per malattie respiratorie, cardiovascolari e per alcune forme tumorali».

Il rapporto elaborato dall’Osservatorio di Roma «E», diretto da Marina Davoli, potrebbe cambiare il destino delle due inchieste avviate dal procuratore aggiunto Roberto Cucchiari e dal pm Alberto Galanti.

Il primo fascicolo è basato sulle denunce dei residenti che si sono ammalati nel corso degli anni. Stando agli esposti raccolti dall’avvocato di parte civile, Francesca Fragale, i malati accertati in zona sono almeno un centinaio. Tutti di tumore o con problemi alla tiroide e cardiovascolari.

Sul tavolo dei magistrati di piazzale Clodio c’è anche un fascicolo per omicidio colposo, basato sulle denunce dei familiari di quattro persone decedute dopo aver passato molto tempo nella zona della discarica di proprietà dell’avvocato Manlio Cerroni. Tre erano residenti nell’area e una quarta aveva lavorato nel gassificatore dell’imprenditore, alla Colari.

A rendere la situazione particolarmente pericolosa sarebbe stato il contatto tra la discarica più grande d’Europa – 240 ettari ormai stracolmi – e la falda acquifera sottostante.

A rilevare il dato, un’altra perizia elaborata nei mesi scorsi, questa volta dall’Arpal, dopo aver fatto prelievi in sessantuno differenti punti della zona. Il verdetto era stato cristallino: venivano continuamente superati i limiti alla presenza di sostanze pericolose come ferro, manganese e nichel, mentre in alcuni prelievi l’arsenico e il benzene oltrepassavano addirittura di 30 volte i limiti di legge.

Ma in alcuni casi, la quantità di arsenico sarebbe arrivata addirittura a 200 volte oltre il quantitativo previsto dalla legge.

ASSOCIAZIONE DIFFERENZIA-TI     http://differenziati.com/
 

La quinta mafia

"Siamo ancora qua .. la Valle e il nostro Tempo .. Autonomia in Val Susa"



Dopo 20 anni di lotta, di lavoro paziente e opposizione determinata, il movimento torna in piazza per affrontare una delle sue prove più dure.
Dove non ha funzionato il silenzio, dove ha fallito la disinformazione, pensano ora di vincerci con un po’ di galera.  Ma come abbiamo detto tante volte e non ci stanchiamo di ripetere:  “qui la paura non è di casa”.
Ancora una volta scommettiamo sereni su una partecipazione numerosa e trasversale.  Da battaglia territorializzata e locale, il movimento notav si è imposto negli ultimi anni come una delle lotte più avanzate e durature che hanno segnato il  paese nell’ultimo decennio.  Un punto di riferimento imprescindibile per quanti pensano e tendono alla trasformazione dell'esistente, qui e altrove.  Oggi ritorniamo in piazza dalla valle e dal nazionale per riaffermare l’impossibilità di quest’opera, l’insensatezza di uno spreco di risorse ancora non misurabile mentre la crisi si sta mangiando tutto, per difendere le vittorie del referendum ed i beni comuni, per la liberazione immediata dei detenut* notav.
 
Una storia lunga
Sembra ieri quando in poche centinaia organizzavamo le prime manifestazioni nei paesi della valle, sventolando una bandiera che oggi conoscono tutti, appesa nei balconi delle città più lontane e in ogni presidio di lotta che si rispetti, ovunque si combatta  la tentacolarità dei poteri forti e della finanza globale.  La nostra storia e ormai storia lunga e pubblica.  Come tutte le Storie degne di questo nome, è storia spessa e profonda, racconto che si fa leggenda, slogan che diventa canzone. 
Abbiamo un pantheon e date importanti da ricordare, defunti che lasciano eredità e chiedono di essere sepolti con la bandiera, nascituri che vengono “battezzati” al presidio.  Un incredulo giornalista della Stampa si chiedeva quest’estate come fosse possibile che tanta gente prendesse giorni di permesso dal lavoro per partecipare ad un presidio, una marcia, una qualunque delle nostre tante iniziative di lotta.  Misero e tapino.  Sarà mai possibile comunicare qualcosa a gente di questo tipo?

Come recita il dialetto di queste parti, la nostra “a l’è na sturia bela e a fa piasì cuntela”.

Dopo gli esordi degli anni ‘90 col lavoro pionieristico e capillare di informazione paese per paese, sulla scorta delle battaglie locali contro l’autostrada (sconfitta) e contro il mega-elettrodotto (vittoria), si faceva strada la necessità di una discesa in piazza, per affiancare alle armi del sapere tecnico la potenza di una mobilitazione potenzialmente di massa.
Dopo la prima manifestazione di piazza a Bussoleno nel 2000 e a Torino nel 2001 in occasione della prima delle innumerevoli firme di trattati tra Italia e Francia, il movimento si recava a Genova nel luglio 2001, svezzato dalle cariche indiscriminate, dai gas e dalle pallottole che uccisero Carlo Giuliani.  Gli anni che seguirono segnarono i primi passi di crescita e radicamento popolare della protesta in valle.  Mentre il movimento no global rifluiva nelle sedi di social forum sempre più (istituzionalmente) politici e sempre meno politicamente sociali, da questa piccola vallata giungeva un messaggio di ribellione e speranza che ricordava che resistere (e vincere) è ancora possibile.  L’8 dicembre 2005 decine di migliaia di persone erano salite da tutta Italia per riconquistare i terreni della Libera Repubblica di Venaus.  Il 3 luglio dell’estate appena trascorsa  la scena (identica e differente) si è ripetuta per  rispondere allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena.  Le immagini di una popolazione bombardata da centinai di gas lacrimogeni sono state più evidenti e chiare di 1000 parole.  Parallelamente alla resistenza sul campo si giocava sul web una battaglia per la libertà d’informazione e la cronaca in presa diretta, sganciata e più potente del mainstream media che per raccontare l’inedito che accadeva era obbligato o ad attendere  i bollettini della Questura o parassitare i nostri canale di contro-informazione.  Come diceva un cartello alla manifestazione torinese per gli arrestati/e, “per essere notav non bisogna essere valsusini, basta essere onesti e informati”.  La stessa determinazione, la stessa volontà di esserci e testimoniare  un’alternativa concreta, possibile e reale, spinge i tanti qui presenti a ripercorrere oggi queste strade già solcate centinaia di volte.  Per molti è una nuova marcia che aggiungono alla lunga lista delle esperienze già fatte, per altri sarà la prima volta, per tutti la consapevolezza di stare e continuare a marciare nella giusta direzione.

La storia recente del movimento ci parla anche delle intersezioni e risonanze che abbiamo saputo costituire con le più recenti battaglie politiche e sociali.  La scorsa primavera è stato naturale, tra una barricata, un'assemblea e una cena in comune, incontrarsi e discutere con gli organizzatori dei referendum per l'acqua pubblica e contro il nucleare (in val di Susa si sono anche tentate due interruzioni di treni trasportanti scorie nucleari radioattive).  Fin dall’estate, tra il campeggio resistente di Chiomonte e altre sedi valligiane, abbiamo aggiornato il dibattito sullo spreco del denaro pubblico che il tav comporterebbe, leggendolo sul livello attuale di uno scontro che si gioca sul nodo del debito, sulla legittimità o meno di pagarlo collettivamente.  Sotto molti punti di vista il treno ad alta velocità rappresenta oggi il concentrato materiale e simbolico della crisi che si vuol far pagare a chi sta in basso, emblema delle differenze di priorità che separano il buon senso delle popolazioni dalle esigenze monetariste di presunte élites.  Mentre noi diciamo che ad ogni centimetro di tav corrisponde una borsa di studio, ad  ogni metro una scuola, ad ogni km un ospedale in meno, il ceto politico di casa nostra ci racconta che il Tav è come i sacrifici, bisogna farli: “non ci sono alternative”.  Dietro la retorica dell’interesse generale a noi sembra di sentire il ritornello decadente di chi non ha futuro e pensa “dopo di noi, il diluvio”.

In questi anni in molti hanno tentato di interpretare e descrivere il movimento notav.  Qualcuno ha anche avuto la presunzione di volercelo insegnare.  I più sciocchi hanno creduto di poterlo strumentalizzare (l’hanno pagata cara).  Qualcuno ha pensato di vederci realizzate le aspirazioni del municipalismo e la messa in pratica delle aspirazioni di Porto Alegre.  Per molti in valle, la risposta naturale a chi pretende di fare il “padrone a casa nostra”, per qualcun altro una nuova Resistenza, per altri ancora una prepotenza contro dei bravi cristiani, per certuni la difesa della Costituzione, per altri una comune rivoluzionaria .. ..  Grande e generoso, il movimento può essere quello che uno vuole vederci dentro, tutto questo e molto di più.  Per chi fa mostra di saggezza il movimento non si può definire.
Secondo noi il movimento notav funziona perché ha saputo tenere insieme conflitto e consenso (senza aspettare sempre “più consenso” per rimandare sine die il conflitto), il passato e l’avvenire, la rabbia della lotta e la gioia della comunanza.  Perché ha iniziato col fare e non col predicare, perché è partito dal Mondo prima che dal Verbo.  Come ha detto bene Ugo Mattei la sera stessa degli arresti, in Val di Susa si è realizzata una “sinergia particolare tra avanguardie militanti e popolazioni locali”.  E’ un giudizio che condividiamo, un dato politico che non smette di suscitare grattacapi e rancori alla Procura di Torino.
 
Politicamente maturi, dentro e fuori le mura delle carceri
Dopo processi, gogna mediatica, intimidazioni, perquisizioni e misure cautelari di vario grado, ci troviamo di fronte la repressione statale in tutta la sua durezza, sorretta da un Magistratura per la quale qualcuno è più “uguale” di altri e l'appartenenza a questo movimento di lotta pesa come un macigno di negatività.  I notav hanno infatti la colpa di opporsi indistintamente e senza favoritismi alle consorterie politiche tanto di Destra che di Sinistra.  Ed è proprio per segnare la propria distanza da un movimento così popolarmente connotato che il Partito Democratico si premura ad ogni occasione di mostrarsi più lealista del re, ripetendo in questo lo stesso errore dei loro colleghi greci.  Se ad Atene  i social-democratici del Pasok  espellono d'imperio quei pochi parlamentari che hanno votato contro le misure della troika, in Val Susa il PD chiede di non rinnovare la tessera ai  militanti locali che si schierano a fianco delle popolazioni, contro la grande opera nefasta.  Cambino le geografie ma il cielo resta lo stesso.  Pensano di bastonare il cane che affoga e non si accorgono che i cani sono loro, tecnocrati del governo unico del capitale transnazionale.

Agli attacchi che gli vengono mossi, con l’utilizzo sempre uguale di un dividi et impera che inizia a perdere smalto (siamo in tempi di crisi), il movimento notav ha risposto in maniera compatta e unitaria, senza fronzoli o inutili distinguo.  Chi cercava il mostro da sbattere in prima pagina e sperava ancora di separare i “buoni” dai “cattivi” ha trovato un amaro benservito.  A chi ha tentato d’imporre un discorso che non ci appartiene, il movimento ha risposto compatto e sereno che tutt* sarebbero stati difesi perché tutti gli arrestati sono considerati “notav”, incarcerati per aver preso parte con generosità alla lotta per difendere la valle (e molto altro ancora, come dice la canzone: “troppo ho da difendere”).  E’ stato un gesto importante, forte, generoso; un pronunciamento naturale, nato dalla consapevolezza di appartenere ad una lotta di lunga durata, cementato dalla fiducia costruita in anni.  Allo stesso tempo è stata però una scelta, necessaria ma non scontata.  In quante altre parti d’Italia un movimento di lotta riesce a tenere botta ai guaiti dei tanti cani che vogliono sbranarci (i tanti Esposito e Numa disseminati tra burocrazie di partito e redazioni di giornalacci)? 

Quanti sanno rovesciare il segno del discorso, assumere l’accusa che gli viene mossa contro e farne un punto d’orgoglio, rilanciando contro l’avversario?  Gli uomini e le donne che oggi ci accompagnano in questa marcia sono qui anche per questo.  E’una condotta preziosa che ha molto da insegnare.  Ci auguriamo di vederla d’ora in avanti riprodotta anche in altri contesti.  Sappiamo che non sarà facile ma sappiamo anche che è necessaria, pena il dissolvere le lotte ogni volta come neve al sole.

La dignità e intelligenza politica che il movimento ha mostrato sul suo terreno pubblico è stata mantenuta –nelle condizioni particolari dettate dal contesto – anche dai compagni rinchiusi alle Vallette.  Subito riconosciuti come soggetti degni di rispetto, incarcerati per qualcosa che travalica la
lotta spietata per la sopravvivenza, portatori di un discorso più generale, non si sono adagiati sul ruolo che già gli veniva garantito.  Se ne sarebbero potuti stare comodi ad attendere di far passare la burrasca e invece si sono calati nel contesto specifico in cui sono stati catapultati, hanno parlato con gli altri detenuti, tentando di capire quali fossero le mancanze e i bisogni su cui costruire un battaglia di vertenzialità sulle condizioni interne in via di progressivo peggioramento.  Hanno fatto politica e lotta anche dentro le mura del carcere.  Per questo sono stati puniti con la dispersione e in alcuni casi con forme di isolamento e irrigidimento delle condizione di detenzione. Anche per questo siamo qui oggi.  Per questo dobbiamo continuare a scrivergli.

Guardiamo avanti
Oggi più che mai si fa chiara la consapevolezza che questa è una lotta di lunga durata, cui non servono improbabili fughe in avanti né ripiegamenti impauriti per l’incaponimento sul super-magistrato di turno.
Il movimento vince e continua ad essere un punto di riferimento perché ha dietro una storia e una consistenza, un radicamento e una pluralità di soggetti che hanno imparato a rispettarsi e fidarsi reciprocamente.
La strategia e i prossimi passi li decideremo ancora una volta insieme, come sempre, dentro la dialettica del movimento e la sua pragmaticità, rifuggendo le scorciatoie, evitando gli ideologismi, stando con i piedi ben piantati per terra, il cuore saldo e gli occhi che guardano avanti, oltre le difficoltà del momento.  Sappiamo tutti benissimo che il problema continua ad essere il cantiere

Qualcuno credeva di cogliere il movimento notav impreparato, rassegnato alla fattualità del non-cantiere, preso dallo sconforto, dopo tanta fatica, per l’ostinazione con cui si mantengono aperti i rubinetti che finanziano l’opera.  E hanno pensato bene di darci il colpo finale con questa operazione repressiva. 

Ancora una volta, non hanno capito niente.
Là dove volevano dividere, hanno unito.
Volevano farci paura, abbiamo fatto festa.
Continuiamo sereni e determinati la nostra lotta, rincuorati dalla determinazione dei compagn* arrestati, dalle loro lettere fiere, dai numeri che anche oggi siamo riusciti a portare in piazza.

Andiamo avanti a testa alta, facendo nostre le parole di Giorgio,

con allegria, senza timore
con coraggio, senza paura
con forza,senza panico
non faremo un passo indietro!



http://www.infoaut.org/


Il 27 giugno, quando la polizia ha attaccato la Libera Repubblica della Maddalena, ero a Manhattan, dove abitavo da qualche tempo.  Ho ascoltato la diretta dello sgombero in streaming, in una casa di Chinatown.  Pochi giorni dopo ho preso un aereo e sono tornato in Italia, in quello che oggi è il Kiomontistan, territorio impervio per i difensori del neoliberismo in crisi, gli stessi che fanno i conti con Occupy Wall Street.  Passare dai grattacieli al fogliame e alle fronde mi ha fatto davvero l’effetto di essere un soldato partito per il Vietnam, anche perché ho condiviso con i miei compagni ogni minuto della lotta nel nuovo scenario dell’occupazione militare: dalle ferite riportate sul campo agli arresti, dagli assedi al non-cantiere alla caduta di Luca, fino alla rabbia che ne è seguita.  Essere No Tav è, per me, uno dei mille modi di essere ciò che sono: ho sempre vissuto tra le persone, nei luoghi più diversi, con il sogno di distruggere il mondo che ho ricevuto in eredità; ed è da loro, dai miei compagni, che ho imparato che un sogno simile, per divenire realtà, deve sapersi calare in ogni situazione e in ogni luogo in modo nuovo, misurando il peso delle scelte sulla bilancia dell’efficacia.  La polizia, i giornalisti, i leader di partito si interrogano su chi siamo noi, gli autonomi della Val di Susa, con differenti livelli di stupidità. Il nostro identikit sociale è semplice: precari, studenti-lavoratori, disoccupati ad intermittenza.  Non versiamo contributi, non abbiamo né avremo tutele.  Salariati in nero o in forma atipica nella ristorazione, nell’informatica, nella comunicazione, nell’industria della conoscenza, ci consideriamo i prototipi più azzeccati della nostra generazione e, al tempo stesso, i suoi nemici mortali; non per la presunzione di voler essere meglio del nostro tempo, ma per essere il nostro tempo al meglio: combattiamo, a nostro modo, la passività congenita a ogni classe oppressa.   Siamo tanti, organizzati.  Tra la nebbia dei lacrimogeni sappiamo orientarci giorno e notte, nei boschi o sulle autostrade, in inverno o in estate, con il sole o con la pioggia.  Quando l’assemblea decide il grande corteo popolare, contribuiamo alla sua riuscita; quando decide di arrivare alle reti, non ci spendiamo con minor sacrificio.  Imprevedibilità e flessibilità ci caratterizzano, nel tentativo di conciliare la morale irreprensibile del rifiuto con il pragmatismo della sua declinazione diretta.  Allergici alla retorica e ad ogni fanatismo, siamo lontani dall’individualismo ipocrita del liberalismo quanto da quello scolastico dell’anarchismo.  È l’interesse comune, quello che si definisce in autonomia dalle istituzioni e dalle dinamiche di sfruttamento, il cavallo di Troia che abbiamo nascosto nel futuro.

Partito di massa e di opinione convivono, in essenza, nella nostra forma di organizzazione agile, figlia della critica della forma-partito come tale. Radicamento sociale e strategia mediatica si uniscono in un abbraccio scandaloso, nell’equilibrio millimetrico che sappiamo di dover trovare per non cedere spazi di linguaggio e di immaginario al nostro nemico.  Il tutto con un unico, ossessivo obiettivo: valorizzare e organizzare il conflitto sociale, aggregare nuove ragazze e nuovi ragazzi, riprodurre ed estendere l’insubordinazione, allargare la critica.  Perché?  Perché il futuro, se vuole essere diverso dal presente, deve costituirsi sul nuovo.  Senza l’autonomia sociale, politica e culturale dal potere non si vince, dura legge della storia, spietata con chi non la impara.  Siamo militanti politici, una forma di essere umano sempre e necessariamente in guerra, anzitutto in tempo di pace, ma non abbiamo forze armate né piani militari; semmai, attraversiamo in modo conflittuale una miriade di piani sociali, tra metropoli e montagna. Incarcerati, ci mettono in isolamento; seguiti e pedinati, ci danno il foglio di via; allergici alle carriere e alle divise, ci muoviamo come volontari agli antipodi del volontariato.

Abbiamo fondato il primo comitato popolare contro l’Alta Velocità dodici anni fa e, da allora, nella corsa del movimento a diventare sempre più grande, non ci siamo mai fermati.  I governi vanno e vengono, noi siamo sempre qui, per vincere.  Qualcuno si meraviglia di come siamo visibili e irriconoscibili a un tempo; ma è normale per chi, come noi, si compiace di tentare la declinazione post-postmoderna del bolscevismo più originario. Allora dicono che siamo “nascosti” dentro il movimento, ma è l’esatto opposto: scriviamo sui siti e compariamo in televisione; venite a trovarci nelle assemblee, nelle feste popolari, nelle conferenze stampa.  Non siamo una corrente interna, ma soggetti votati al potenziamento dell’insieme, del tutto; l’autonomia non è una fazione, è una necessità.  Tra i fuochi delle barricate ci muoviamo senza ideologia.  Quando i Cattolici per la Valle hanno voluto costruire una statua di Padre Pio accanto al nuovo presidio, dopo che la polizia ha loro sottratto il pilone votivo alla Madonna, non abbiamo obiettato: sappiamo quanto la fede può essere importante per una resistenza.  Persino quando i leghisti venivano alle assemblee, anni fa, non li abbiamo cacciati; era chiaro fin da allora che avrebbero abbandonato in massa il loro partito.

E se una valligiana mi parla di energia della terra, di magia dei luoghi e dello spirito che abita le montagne, io – scettico per indole, materialista per vocazione – la ascolto pieno di fascino.  Imparo da tutto e da tutti, in questo scenario folle e bellissimo, dove paganesimo e cristianesimo si incrociano con l’identità occitana e montana, mentre ragazzi di stadio della cintura torinese incrociano i destini dei pensionati di montagna e dei reduci della guerra, che a loro volta ascoltano rapiti le storie delle studentesse emigrate a Torino dalla Sicilia e dal Salento.  Il potere organizza la tutela disciplinata e astratta delle differenze, noi ne coltiviamo il potenziale reale. Le vediamo crescere e rafforzarsi contro l’uniformazione coatta prodotta da un potere decrepito, lo stesso che ho visto all’opera nei quartieri di New York.  Mi è costato abbandonare l’America, ma la Valle è legata alla mia vita non meno della Grande Mela, e allora soffoco la nostalgia della giungla d’asfalto ammirando i colori della foresta reale, la poesia dei ciglioni dopo la nevicata, o respirando l’aria inconfondibile di cui vivono – e dovranno continuare a vivere – i nostri castagneti.

Pubblicato su "Alphabeta2", 6 giugno 2012

Per un'estate NO-TAV


Stiamo ormai giungendo alla fine del primo anno di occupazione militare della Maddalena di Chiomonte in Valle di Susa. La val Clarea per come l’abbiamo conosciuta non c’è più, ruspe e motoseghe hanno spianato i terreni curati e fatti rivivere da tutti noi in anni di mobilitazione.

E’ un gesto di pura devastazione, arrogante, di chi ha come forza e mandato ad oggi solo di occupare, recintare e difendere. Di questo infatti stiamo parlando, una occupazione militare e nulla di più, non di un solo cantiere per la costruzione della nuova linea ad alta velocità Torino Lione.
Dopo l’ultimo e definitivo allargamento delle recinzioni, giornata che tutti ricordiamo per la caduta di Luca e l’ufficializzazione degli espropri l’11 aprile il cantiere va a rilento. Pochi operai addetti alla manutenzione viaggiano su e giù per ricontrollare le reti o riempire i serbatoi dei gruppi elettrogeni  che danno energia alle torri faro per la sorveglianza notturna.

Un anno intero di mobilitazione non solo non è stato vano ma anzi ha di fatto frenato e impedito l’arrivo dei grandi appaltatori come la Cmc assegnataria illegale del maxi appalto.
 
Ora di fronte a noi abbiamo una grande possibilità, anzi più d’una: 
bloccare la distruzione di una porzione di territorio valsusino e al contempo risparmiare e proteggere una montagna di denaro pubblico, oltre 25 mld di euro, sufficienti da soli a ricostruire un bel pezzo dei disastri provocati dai terremoti in Emilia e ancor prima in Abruzzo.

Ma la lista di cose utili da fare la possiamo scrivere noi tutti i giorni, in prima persona, guardando a un Paese immerso in una crisi economica molto preoccupante che ha bisogno di tutto meno che di opere inutili.
Il problema come sempre è chi decide cosa fare, per questo pensiamo ancora una volta che tocchi a noi, a chi ha a cuore il futuro di questa terra e non solo.

Come farlo è semplicissimo: 
decidere di mettersi in gioco in prima persona, alzare la testa, esprimere un’opinione e farla divenire cosa vera e reale in grado di modificare il corso della storia e lottare, cosa lontana in apparenza ma semplice da praticare.

Tutti gli sforzi fin qui fatti hanno avuto il risultato di impantanare un meccanismo di distruzione che voleva procedere rapido, spedito e indisturbato. Ora che è iniziata l’estate e con questa i momenti migliori per poter creare iniziative e mobilitazioni, pensiamo sia giunto il momento di ricominciare con un programma pieno e ampio, che parta dal movimento no tav della valle di Susa e che sia in grado di coinvolgere, accogliere e rendere protagonisti tutti quanti i no tav che hanno lottato nei loro territori per un inverno intero.

Abbiamo di fronte a noi tutti una grande opportunità per rincontrarci, per discutere insieme e per creare ancora lotte e movimento.
Insieme possiamo mettere una seria ipoteca a questo progetto e raggiungere l’obiettivo del blocco dei cantieri, ancora possibile dato il loro embrionale stato di avanzamento.

Ancora una volta si partirà e si tornerà insieme,
da Chiomonte e per Chiomonte, attraverso la val Clarea attraversando anche il paese di Giaglione, sul versante opposto, trovando accoglienza e ristoro nei presidi di Venaus e del campeggio della centrale di Chiomonte.

Da giugno gli studenti delle scuole superiori e i giovani della valle inizieranno con un campeggio ma si andrà oltre, per tutta l’estate, incrociando esperienze e saperi.

Sarà un’estate in movimento, caratterizzata dalla nostra lotta, popolare e pacifica, capace di far incontrare persone provenienti dalle più disparate esperienze o semplicemente curiose di conoscere, unite nel rispetto delle proprie differenze, consapevoli che proprio in queste risiede la forza e la ricchezza del movimento.

Facciamo appello a partecipare ad un campeggio popolare, invitando giovani e famiglie a venire a conoscere la Valle di Susa, la sua terra e la sua gente, per condividerne lo spirito di non rassegnazione e solidarietà che ci contraddistingue.

Facciamo appello a quanti vedono nella Valle un esempio da seguire e di partecipazione alla nostra vita in prima persona, conoscendo i meccanismo collettivi di decisione e condivisione che sono la storia, il presente e il futuro di un movimento popolare, che E’ IMPOSSIBILE DA FERMARE.

da notav.info

http://www.infoaut.org/

Cantiere inviolabile ?!



da notav.info - visto su:  http://www.infoaut.org/

Riceviamo e .. con piacere .. pubblichiamo

Ancora una volta, l'infallibile controllo del dispositivo militare del cantiere di Chiomonte è stato violato. Questa note i no tav sono entrati nell'area perimetrata, armati di cesoie, hanno tagliato le reti e hanno piantato la bandiera no tav nel territorio nemico.

Come dice il video, "si taglia, si entra e si esce quando si vuole",
un piccolo anticipo di una nuova, lunga e determinata estate di lotta no tav.

Arrivederci .. .. ..  a presto!   

L’ANPI è per la Costituzione e la Democrazia: a fianco del movimento antifascista NO TAV

Appello nazionale

Siamo iscritti ANPI e abbiamo preso visione delle notazioni personali del Presidente Nazionale ANPI Carlo Smuraglia relative al TAV.

Consideriamo nostro dovere mantenere il nostro ruolo di coscienza critica della società con la nostra storia, la nostra identità e la nostra autonomia, sia auspicando dialogo e confronto democratico, civile e costruttivo, e sia partecipando, schierandoci, pronunciandoci, solidarizzando, unendoci alla protesta, operando scelte, prendendo posizione a fianco dei movimenti antifascisti, quale è il movimento NO TAV.

Ricordiamo che l’ANPI si è espressa e si esprime sull’emergenza democratica, sui diritti e su quanto previsto dalla Costituzione, non sull’opportunità né sulla fattibilità dell’opera, perché l’ANPI si occupa – come recita la tessera ANPI 2012 – di Costituzione, democrazia e diritti, non di treni. Proprio per questo affermare che qualcuno abbia “tirato per la giacchetta” l’ANPI è fuori luogo e indica chiaramente la distanza tra la realtà dei fatti e le affermazioni del Presidente Carlo Smuraglia.

Riconosciamo:
- al Movimento NO TAV piena legittimità di dissenso e di resistenza civile, in quanto nella sua storia ultraventennale ha dimostrato la propria natura antifascista, democratica e non violenta, tipica dei movimenti popolari radicati sul territorio;
- ai Comitati NO TAV la funzione costituzionale di presidio della democrazia, vissuto con metodo assembleare e comunitario, praticato come luogo sociale attivo e dinamico volto all’educazione e alla formazione di cittadini liberi, informati e consapevoli, in sintonia con i valori ed i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza;
- alle centinaia di gruppi, associazioni e soggetti che partecipano al Movimento NO TAV il ruolo di promotori della cultura dei diritti umani e dei beni comuni, per una transizione a stili di vita sostenibili, il progresso civile, la tutela dell’equilibrio tra azione antropica e territorio montano;
- alla Val Susa, già luogo di lotta antifascista e memoria della Resistenza, di costituire oggi, nel più ampio contesto di crisi economica e democratica, un laboratorio civile e sociale culturalmente avanzato per costruire una democrazia autenticamente compiuta esemplare a livello nazionale.

Condanniamo con forza:
- qualsiasi forma di violenza (fisica, verbale, psicologica, mediatica, politica) di qualsiasi provenienza;
- la militarizzazione del territorio della Val Susa con recinzioni metalliche, filo spinato, posti di blocco, mezzi blindati utilizzati in guerra, che provocano l’aumento del livello di tensione e la legittima protesta della popolazione civile;
- la sospensione della democrazia e dei diritti costituzionali sanciti dagli artt. 3, 9, 13, 16 e 21 della Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza;
- i metodi autoritari, violenti e intimidatori impiegati dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine per reprimere il dissenso: propaganda televisiva che non tiene conto dei dati tecnici e che tende a criminalizzare i movimenti, uso di gas lacrimogeni CS vietati dalle convenzioni europee sparati ad altezza uomo, caccia al manifestanti NO TAV fin dentro i paesi con lancio di lacrimogeni all’interno di locali e abitazioni, sequestro di zone coltivate trasformate in zona militare.

Chiediamo:
- a tutte le strutture dell’ANPI di aprire un dibattito nazionale ad ogni livello sull’emergenza democratica attualmente in corso in Val Susa
- di dedicare un apposito spazio di confronto assembleare sul tema alla prossima Festa Nazionale dell’ANPI, che si terrà a Marzabotto dal 14 al 17 giugno, coordinato insieme alle Sezioni del territorio interessato.

In quest’ottica, invitiamo il Comitato Nazionale a recarsi in Val Susa per rendersi conto di quanto sta accadendo e a discutere la questione, necessariamente prendendo visione di tutti i documenti sul tema scritti nell’ultimo decennio dall’ANPI Provinciale di Torino e dalle Sezioni ANPI della nostra Provincia.

La democrazia non si insegna, si pratica quotidianamente.

Primi firmatari:
Berga Ugo, Partigiano – Sez. ANPI Foresto-Bussoleno-Chianocco (TO) – n° tessera 99161
Solara Mario, Partigiano – Sez. ANPI Foresto-Bussoleno-Chianocco (TO) – n° tessera 99197
Allais Giorgia, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO), Vicepresidente – n° tessera 97122
Bacchetti Massimo, antifascista - Sez. ANPI Foresto-Bussoleno-Chianocco (TO), Presidente – n° tessera 96680
Bonavero Danilo, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO), Vicepresidente Vicario – n° tessera 97169
Bonavero Chiara, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO), Vicepresidente – n° tessera 97302
Bonavero Martina, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie(TO), Segretario – n° tessera 97170
Borri Roberto, antifascista – Sez. ANPI Martiri del Martinetto di Torino (TO), Direttivo – n° tessera 101175

Cabigiosu Maria Grazia, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO) – n° tessera 97061
Casel Giulia, antifascista – Sez. ANPI Foresto-Bussoleno-Chianocco (TO), Tesoriere – n° tessera 99185
Castagno Laura, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO), Consigliere – n° tessera 97274
Chiola Piergiuseppe, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO), Consigliere – n° tessera 97060
Chiola Giulia, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO) – n° tessera 97062

Craveri Paola Francesca, antifascista – Sez. ANPI Forno Canavese (TO) – n° tessera 100328
Darchino Stefano, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO) – n° tessera 100909

Debernardi Barbara, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO), Consigliere – n° tessera 97047
Giardi Walter, antifascista – Sez. ANPI Foresto-Bussoleno-Chianocco (TO) – n° tessera 99194
Gorgellino Giacomo, antifascista – Sez. ANPI Nizza Lingotto di Torino (TO), Presidente – n° tessera 100229
Grandinetti Fabrizio, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO), Direttivo – n° tessera 100893

Grandinetti Fulvio, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO), Vicepresidente Vicario – n° tessera 100894
Fabbri Gloria, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO), Vicepresidente – n° tessera 100911
Freda Pino, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO) – n° tessera 97238
Lescio Simone, antifascista – Sez. ANPI Nizza Lingotto di Torino (TO), Revisore dei conti – n° tessera 100233

Martino Andrea, antifascista – Sez. ANPI Renato Martorelli di Torino (TO) – n° tessera 97470
Martoccia Francesco, antifascista – Sez. ANPI Martiri del Martinetto (TO), Direttivo – n° tessera 101204
Nico Tania, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO) – n° tessera 100897
Nicoli Maria Linda, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO), Segretario – n° tessera 97289
Nicoli Elena, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO) – n° tessera 97291
Obert Mauro Giacomo, antifascista – Sez. ANPI Forno Canavese (TO) – n° tessera 100327

Pace Gabriele, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO), Direttivo – n° tessera 100900
Panico Maria, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO) – n° tessera 100899
Perottino Fabrizio, antifascista – Sez. ANPI Martiri del Martinetto di Torino (TO), Direttivo – n° tessera 101183
Ribotta Enrica, antifascista – Sez. ANPI intercomunale Alpignano (TO) – n° tessera 98759
Roberti Anna, antifascista – Sez. ANPI Martiri del Martinetto di Torino (TO), Direttivo – n° tessera 101180
Salerno Giovanni, antifascista – Sez. ANPI Foresto-Bussoleno-Chianocco (TO) – n° tessera 99217
Sarti Emanuela, antifascista – Sez. ANPI Condove-Caprie (TO), Consigliere – n° tessera 97214
Sera Livio, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO) – n° tessera 100904
Selvo Silvana, antifascista -  Sez. ANPI Condove-Caprie (TO) – n° tessera 97301
Solara Mario Antonio, antifascista – Sez. ANPI Foresto-Bussoleno-Chianocco (TO), Direttivo – n° tessera 99223
Teofilo Alessia, antifascista – Sez. ANPI Grugliasco (TO), Segretario – n° tessera 100901

Zucchetti Massimo, antifascista – Sez. ANPI Dante di Nanni di Torino (TO) – n° tessera 98847

http://www.infoaut.org/ 

martedì 19 giugno 2012

Il signor Cerroni impone la nuova discarica di Roma: Pomezia zona Solforate

Come avevamo già scritto nel blog di “Sotto terra il treno” il 28 novembre 2010 “il signor Cerroni ha già acquistato i terreni per la nuova discarica di Roma in località Solforate a confine con il comune di Pomezia. Così, con l'inceneritore di Albano sarà tutto casa e bottega”.

Di seguito riportiamo un articolo di Andrea Palladino pubblicato oggi su “Il Fatto Quotidiano”.

In un lettera al prefetto Goffredo Sottile del 12 giugno scorso Manlio Cerroni butta lì un’idea: 
 
“E da ultimo un nuovo sito suggeritoci dalla nostra collegata, Pontina Ambiente, in località Quarto della Zolforatella nel quadrante Sud Est della città sulla via Laurentina nel territorio del Comune di Roma”. 

In un terreno già da tempo nella disponibilità della società del gruppo che si occupa di una discarica nel comune di Albano, a circa cinque o sei chilometri dal luogo indicato, in grado di accogliere 3 milioni di metri cubi di monnezza romana.
Un terreno formalmente nel territorio della capitale, ma abbastanza distante dal grande raccordo anulare, in una zona dove la densità di cittadini-elettori è decisamente molto bassa. Quello che il proprietario di Malagrotta non dice è che quell’area è attraversata da una riserva naturale ed è considerata nei piani paesaggistici regionali come “zona di alto valore agricolo”. Non solo. In quell’area vennero trovati alcuni resti risalenti ad Enea e, secondo le associazioni archeologiche della zona, vi sono molti, moltissimi reperti di epoca romana e medioevale. Tutti vincoli ben conosciuti, tanto da essere riportati in un documento della Regione Lazio che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare. 
 
Nel 2007 – nello stesso luogo indicato dalla Colari di Manlio Cerroni, il Quarto della Zolforatella sulla via Laurentina – una società di Colleferro presentò un progetto per un parco fotovoltaico. Ecco quello che i tecnici regionali scrivevano sul luogo prescelto: “L’area di progetto è interessata dal paesaggio agrario di valore (…), l’area di progetto interessa la fascia di rispetto dei beni paesaggistici “Costa dei laghi, aree archeologiche”, e si trova all’interno di un’area con il vincolo “Beni d’insieme (Dm 25/01/10)” Ambito meridionale dell’agro romano compreso tra le vie Laurentina e Ardeatina, adiacente ad est punti archeologici, adiacente ad ovest Aree protette”.
Il nuovo sito indicato da Cerroni si trova nell’area di una ex miniera di zolfo al confine tra il comune di Roma e quello di Pomezia. Una zona oggi inserita all’interno della riserva naturale di Decima Malafede, delimitata da più di dieci anni. E’ una lunga fascia verde che parte da Trigoria, alle porte di Roma, estendendosi per più di dieci chilometro verso sud, arrivando alle porte della zona industriale di Pomezia. In sostanza l’ultimo polmone verde rimasto prima di un paesaggio letteralmente devastato dal punto di vista ambientale.
Di fronte al limite del parco ci sono oggi industrie e centri per il trattamento di rifiuti pericolosi; a cinque chilometri circa, lungo la via Ardeatina che corre parallela, c’è la discarica di Roncigliano – gestita dal gruppo Cerroni – ed è il luogo scelto per realizzare due linee di incenerimento di rifiuti dal consorzio Coema (oltre a Cerroni composto da Acea e Ama). E ancora, in via valle Caia, a pochissimi chilometri di distanza, c’è una megadiscarica di amianto, sequestrata dalla Procura di Velletri anni fa e non ancora bonificata. Dunque quell’area protetta svolge oggi una funzione fondamentale per mantenere un minimo di vivibilità in questo quadrante ad una decina di chilometri dal raccordo anulare.

La preoccupazione nella popolazione era ieri palpabile.

domenica 17 giugno 2012

Monti a Bologna, tafferugli e scontri con la polizia


Discariche del Lazio, ultimatum dell'Unione europea: "Rifiuti pericolosi e Rischi per la salute umana"



La Commissione europea ha inviato all'Italia un secondo avvertimento formale con un parere motivato in cui boccia le norme per il pretrattamento dei rifiuti nella discarica di Malagrotta (di proprietà del signor Cerroni) e negli altri siti del Lazio (sempre di proprietà del signor Cerroni).

Le discariche che operano in violazione della normativa dell'UE sui rifiuti, dice ancora il comunicato della Commissione, "costituiscono una seria minaccia alla salute umana e all'ambiente”. 
Su raccomandazione del commissario all'Ambiente, Janez Potocnik, la Commissione ha deciso di inviare un parere motivato all'Italia in cui si richiede l'adempimento entro due mesi.
In caso contrario, la Commissione potrà decidere di adire la Corte di giustizia dell'Unione europea, con la prospettiva di una sentenza di condanna con pesanti sanzioni finanziarie per l’Italia.

La situazione è, quindi, quanto mai seria e critica!!!  

La direttiva sulle discariche "stabilisce che i rifiuti devono essere trattati prima di essere interrati e cioè devono subire processi fisici, termici, chimici, o biologici, inclusa la cernita, allo scopo di ridurne il volume o la natura pericolosa e di facilitarne il trasporto o favorirne il recupero”.

“Da un'indagine Eu Pilot è emerso che nella discarica di Malagrotta, e forse in altre discariche del Lazio, parte dei rifiuti vengono interrati senza essere prima trattati”.

La Commissione Europea “rileva con preoccupazione che le autorità italiane non adottano misure sufficienti a ridurre i possibili effetti negativi sull'ambiente e gli eventuali rischi per la salute umana, come prescritto nella direttiva quadro sui rifiuti”. 

Le preoccupazioni della Commissione Europea sono confermate dai risultati dello studio epidemiologico sugli effetti della discarica di Albano (nel caso delle donne vivere nelle immediate vicinanze della discarica, da 0-1 km, provoca una mortalità superiore del 20%) e dai numerosi casi di interruzioni di gravidanze denunciate dal nostro blog (in questi giorni ci sono arrivate decine di segnalazioni in merito ad altissime incidenze di interruzioni di gravidanza, sia in seguito di diagnosi prenatale di gravi malformazioni congenite sia per gravidanze extrauterine).


Cara Commissione Europea, vi possiamo confermare che le autorità italiane non adottano alcuna misura per eliminare i possibili effetti negativi sull’ambiente e gli eventuali rischi per la salute umana, ma da 30 anni costringono 2.381 persone (uomini e donne, anziani e … 313 bambini) a vivere entro il raggio di un chilometro dalla discarica di Albano.


                              http://sotto-terra-il-treno.blogspot.it/