Comunicato di pubblica resistenza al DDL intercettazioni

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall'Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come "ddl intercettazioni".

Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d'indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all'interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all'informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

Questo sito si dichiara altresì .. per imprescindibili motivi sia etici che politici .. deberlusconizzato .. demontizzato .. degrillizzato

sabato 21 settembre 2013

".. 2014 .. buona Catastrofe a Tutti .."

Fukushima, Tokyo ammette: 

il rischio-apocalisse è adesso

Era tutto vero: il pericolo Fukushima comincia solo adesso e il Giappone non sa come affrontarlo. Le autorità hanno finora mentito, ai giapponesi e al mondo intero: Fukushima era una struttura a rischio, degradata dall’incuria. Un impianto che andava chiuso molti anni fa, ben prima del disastro nucleare del marzo 2011. Da allora, la situazione non è mai stata sotto controllo: la centrale non ha smesso di emettere radiazioni letali. Tokyo finalmente ammette che, da mesi, si sta inquinando il mare con sversamenti continui di acqua radioattiva, utilizzata per tentare di raffreddare l’impianto. Ma il peggio è che nessuno sa esattamente in che stato siano i reattori collassati: si teme addirittura una imminente “liquefazione” del suolo.

L’operazione più pericolosa comincerà a novembre, quando sarà avviata la rimozione di 400 tonnellate di combustibile nucleare. Operazione mai tentata prima su questa scala, avverte la “Reuters”: si tratta di contenere radiazioni equivalenti a 14.000 volte la bomba atomica di Hiroshima. Enormità: bonificare Fukushima – ammesso che ci si riesca – richiederà 11 miliardi di dollari. Se tutto va bene, ci vorranno 40 anni.


da “Megachip”: le radiazioni potrebbero investire la Corea, la Cina e la costa occidentale del Nord America. Perché il peggio deve ancora arrivare: gli stessi tecnici incapaci, che hanno prima nascosto l’allarme e poi sbagliato tutte le procedure di emergenza, ora «stanno probabilmente per causare un problema molto più grande». Letteralmente: «La più grande minaccia a breve termine per l’umanità proviene dai bacini del combustibile di Fukushima: se uno dei bacini crollasse o si incendiasse, questo potrebbe avere gravi effetti negativi non solo sul Giappone, ma sul resto del mondo». Se anche solo una delle piscine di stoccaggio dovesse crollare, avvertono l’esperto nucleare Arnie Gundersen e il medico Helen Caldicott, non resterebbe che «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Un allarme di così vasta portata, che disorienta anche gli esperti più prudenti. Come Akio Matsumura, già consulente Onu, secondo cui la rimozione dei materiali radioattivi dai bacini del combustibile di Fukushima è «una questione di sopravvivenza umana».

Migliaia di lavoratori e una piccola flotta di gru, riferisce il “New York Times”, si preparano a «evitare un disastro ambientale ancora più profondo, che ha già reso la Cina e gli altri paesi vicini sempre più preoccupati». Obiettivo, neutralizzare le oltre 1.300 barre di combustibile esaurito dall’edificio del reattore 4. E’ come sfilare sigarette da un pacchetto accartocciato, avverte Gundersen: basta che due barre si urtino, e c’è il rischio che rilascino cesio radioattivo, xenon e kripton. «Ho il sospetto che nei prossimi mesi di novembre, dicembre e gennaio, sentiremo che l’edificio è stato evacuato, che hanno rotto una barra di combustibile, e che la barra di combustibile sta emettendo dei gas. Ritengo che le griglie si siano contorte, il combustibile si sia surriscaldato e il bacino sia giunto a ebollizione: la conseguenza naturale è che sia probabile che una parte del combustibile rimarrà incastrata lì per un lungo, lungo periodo». Le griglie sono contorte per effetto del terremoto, che ha fatto collassare il tetto proprio sopra il deposito nucleare.

«Le conseguenze – conferma il “Japan Times” – potrebbero essere di gran lunga più gravi di qualsiasi incidente nucleare che il mondo abbia mai visto: se una barra di combustibile cadesse, si rompesse o si impigliasse mentre viene rimossa, i possibili peggiori scenari includono una grande esplosione, una fusione nel bacino o un grande incendio. Ognuna di queste situazioni potrebbe portare a massicci rilasci di radionuclidi mortali nell’atmosfera, mettendo in grave rischio gran parte del Giappone – compresi Tokyo e Yokohama – e anche i paesi vicini». Secondo la “Cnbc”, il pericolo maggiore riguarda il possibile sversamento di acqua in uno dei bacini, che potrebbe incendiare il combustibile. «Un enorme incendio del combustibile esaurito – dichiara alla “Cnn” il consulente nucleare Mycle Schneider – probabilmente farebbe apparire poca cosa le attuali dimensioni della catastrofe, e potrebbe superare le emissioni di radioattività di Chernobyl di decine di volte». Una sorta di apocalisse: «Le pareti della piscina potrebbero avere perdite al di là della capacità di fornire acqua di raffreddamento, o un edificio del reattore potrebbe crollare in seguito una delle centinaia di scosse di assestamento. Poi, il rivestimento del combustibile potrebbe incendiarsi spontaneamente emettendo il suo intero accumulo radioattivo».

Sarebbe il più grave disastro radiologico mai visto fino ad oggi, conferma Antony Froggatt nel suo “World Nuclear Industry Status Report 2013”, redatto con Schneider. E per Gundersen, direttore di “Fairewinds Energy Education”, l’operazione si prospetta «piena di pericoli», e la verità è che «nessuno sa quanto male potrebbero andare le cose».

Ciascun assemblaggio di barre combustibili pesa 300 chili e misura 4 metri e mezzo. Gli assemblaggi da rimuovere sono 1.331, informa Yoshikazu Nagai della Tepco, più altri 202 stoccati nel bacino: le barre di combustibile esaurito inoltre contengono plutonio, una delle sostanze più tossiche dell’universo, che si forma durante le ultime fasi del funzionamento di un reattore. «Il problema di una criticità che colpisca il bacino del combustibile è che non la si può fermare, non ci sono barre di controllo per gestirla», sostiene Gundersen. «Il sistema di raffreddamento del bacino del combustibile esaurito è stato progettato solo per rimuovere il calore di decadimento, non il calore derivante da una reazione nucleare in corso».

Le barre sono rese ancora più vulnerabili agli incendi nel caso debbano essere esposte all’aria. Il quadro è estremamente precario: l’operazione si svolgerà sott’acqua, in un bacino all’interno di un edificio lesionato, che la Tepco ha già puntellato. «La rimozione delle barre dal bacino è un compito delicato», testimonia Toshio Kimura, ex tecnico della Tepco, al lavoro a Fukushima per 11 anni. «In precedenza era un processo controllato dal computer che memorizzava al millimetro le posizioni esatte delle barre, ma ora non se ne può più disporre: il processo deve essere fatto manualmente, quindi c’è un alto rischio che si possa far cadere e rompere qualcuna delle barre di combustibile». In più, la situazione è assolutamente instabile. Secondo Richard Tanter, esperto nucleare dell’università di Melbourne, il reattore 4 di Fukushima «sta affondando». Lo conferma l’ex premier giapponese Naoto Kan: sotto il grande deposito di combustibile atomico, il terreno è già spofondato di circa 31 centimetri.

Per tentare di stabilizzarlo e isolarlo dall’acqua, la Tepco sta considerando la possibilità di congelare il suolo attorno all’impianto. Essenzialmente, riferisce “Nbc News”, si tratta di costruire un muro sotterraneo di ghiaccio lungo un miglio, cosa che non è mai stata tentata prima: in pratica, stanno cercando di arrampicarsi sugli specchi perché non sanno come risolvere il problema. «Un altro errore che venisse fatto dalla Tepco potrebbe avere conseguenze perfino esiziali, per il Giappone», sottolinea “Japan Focus” puntando il dito contro l’azienda elettrica responsabile del disastro. La Tepco ha infatti taciuto la verità sul degrado dell’impianto prima ancora del sisma, poi ha sbagliato tutto il possibile. Il governo di Tokyo ha concluso che il disastro ha avuto “cause umane”, ed è stato provocato da una “collusione” tra il governo stesso e la Tepco, oltre che da una cattiva progettazione del reattore. Già all’indomani della tragedia, «la Tepco sapeva che 3 reattori nucleari avevano perso capacità contenitiva, che il combustibile nucleare era “scomparso”, e che non vi era di fatto alcun vero contenimento».

L’azienda, ricorda il “Washington’s Blog” ha cercato disperatamente di coprire la verità per due anni e mezzo, «fingendo che i reattori fossero in fase di “spegnimento a freddo”», e solo ora ha ammesso che da due anni sta rilasciando enormi quantità di acqua radioattiva che, attraverso le falde sotterranee, si riversano nell’Oceano Pacifico.

 La dimensione del pericolo lascia sgomenti: nessuno, al mondo, è preparato a fronteggiare una catastrofe come quella evocata dai tecnici più pessimisti. Ma l’aspetto più sinistro, forse, è proprio quello che riguarda l’informazione e l’assoluta mancanza di trasparenza: la verità è stata negata dai tecnici, minimizzata dai politici, oscurata dai media. Molti blogger hanno incessantemente rilanciato l’allarme, fino alla notizia – qualche mese fa – degli sversamenti radioattivi in mare. Solo ora – di fronte all’impossibilità di continuare a negare, alla vigilia della pericolosissima operazione di bonifica – si giunge ad ammettere tutto. Colpisce l’appello di Mitsuhei Murata, ex ambasciatore giapponese in Svizzera, che chiede che il Giappone rinunci ad ospitare a Tokyo le Olimpiadi 2020, perché non potrebbe garantire la sicurezza degli atleti. Così, il Sol Levante tramonta nella vergogna.

Costruiamo l’assedio all’austerity e alla precarietà

Verso la sollevazione generale del 19 ottobre

Assemblea di movimento – sabato 28 settembre h 10 
@ Università La Sapienza, Roma
Ogni giorno, migliaia di persone lottano in questo paese. Per arrivare a fine mese, difendere il diritto ad un tetto, affermare la propria dignità, difendere territori e beni comuni da devastazioni e saccheggi. Si tratta, il più delle volte, di percorsi separati che non riescono a tradursi in un discorso generale. Intendiamo rovesciare l’isolamento delle singole lotte e la precarietà delle nostre esistenze, per dare vita a una giornata di lotta che rilanci un autunno di conflitto nel nostro paese, contro l’austerity e la precarietà impostaci dall’alto da una governance europea e mondiale sempre più asservita agli interessi feroci della finanza, delle banche, dei potenti.

Il 19 ottobre vogliamo dare vita ad una sollevazione generale.
Una giornata di lotta aperta, che si generalizzi incrociando i percorsi, mettendo fianco a fianco giovani precari ed esodati, sfrattati, occupanti, senza casa e migranti, studenti e rifugiati, no tav e cassintegrati, chiunque si batte per affermare i propri diritti e per la difesa dei territori. Uniti contro le prospettive di impoverimento e sfruttamento imbastite dalla troika e dall’obbedienza di un governo tecnico che, tra decreti del “Fare” e “Service Tax”, favorisce i ricchi per togliere ancora di più ai poveri: barattando l’Imu con nuovi tagli alla spesa ed una nuova aggressione al diritto alla casa e all’abitare; favorendo la speculazione edilizia, il consumo di suolo e i processi di valorizzazione utili alla rendita, mentre vi sono centinaia di migliaia di case sfitte; delegando i servizi e il welfare ad una governance locale che, per far quadrare i conti aumenterà le tasse e produrrà ancora tagli e privatizzazioni. Tutto questo mentre preparano una nuova guerra “umanitaria” dalle conseguenze incalcolabili.
Contro questo orizzonte di miseria, intendiamo costruire una grande manifestazione di massa che ponga con forza la questione del reddito e del diritto all’abitare, per questo vogliamo l’immediato blocco degli sfratti, il recupero del patrimonio pubblico e la tutela della ricchezza collettiva e comune, anche per combattere la precarietà e la precarizzazione generale delle condizioni di vita e del lavoro che ci stanno sempre più imponendo.
La manifestazione del 19 ottobre giungerà al culmine di una settimana di mobilitazioni, dentro e fuori il paese: il 12 ottobre, con una giornata di lotta a difesa dei territori, contro le privatizzazione dei servizi pubblici e la distruzione dei beni comuni e mobilitazioni diffuseper il diritto all'abitare; il 15, con azione dislocate nelle città per uno sciopero sociale indetto dall’agenda dei movimenti trans-nazionali; il 18 con una manifestazione congiunta dei sindacati di base e conflittuali.

Vogliamo rovesciare il ricatto della precarietà e dell’austerity in processo di riappropriazione collettiva. Per rilanciare un movimento che affermi l’unica grande opera che ci interessa: casa, reddito e dignità per tutt*!

Assemblea “Dalla valle alle metropoli”
Venaus, campeggio di lotta no tav, 1 settembre 2013

Bandar Bush, che guida le "nostre" guerre


Un principe saudita fa e disfa da solo la politica bellica americana e di conseguenza quella occidentale, dal medioriente al Pakistan, fino alla Somalia. Un uomo da conoscere meglio.

BANDAR BUSH
Bandar Bin Sultan è stato ambasciatore saudita a Washington dal 1983 al 2005, dopo di che è diventato Segretario Generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale e, dal 19 luglio 2012, capo dell’agenzia saudita per lo spionaggio. Nei lunghi anni trascorsi a Washington ha coltivato una profonda amicizia con la famiglia Bush, che ha accompagnato attraverso numerose guerre, beneficiato con la sua generosità e riempito di buoni consigli, fino ad essere considerato pubblicamente da G. W. Bush come un membro della famiglia e assumere il soprannome di Bandar Bush.

QUASI PRIMOGENITO
Bandar è figlio del precoce Sultan bin Abdulaziz Al Saud, uno dei sette sudairi, i figli del fondatore della dinastia, che lo ha avuto appena diciannovenne da una concubina Nato il 2 marzo del 1949 e forse anche qualche giorno prima di essere registrato ufficialmente, è stato così il primogenito, anche se il fratellastro Khalid Bin Sultan, nato il settembre successivo da madre nobile e in costanza di matrimonio gli ha soffiato il riconoscimento ufficiale. Ha così sofferto la concorrenza di 32 fratelli e sorelle avuti ufficialmente da 12 mogli ufficiali, tanto che non ha potuto vedere il padre fino all’età di 8 anni e solo qualche anno dopo la morte del nonno Abdulaziz ha potuto andare a vivere nella casa paterna insieme alla madre, all’epoca della sua nascita una popolana analfabeta, nonostante Sultan lo tenesse in buona considerazione e lo volesse con sé da tempo.

IL MITICO PADRE
Sultan ha occupato a lungo la posizione di ministro dell’aeronautica e della difesa e nella vita ha comprato enormi quantità di materiali militari, soprattutto dagli Stati Uniti, essendo un fervente filo-americano e profondamente ostile ai sovietici, nella sua visone del mondo pericolosi senza Dio. Gran parte della sua ricchezza deriva secondo la vulgata corrente dalle pesanti percentuali che ha intascato comprando aerei e sistemi d’arma in giro per il mondo, soprattutto a Washington, dove non si sono scandalizzati troppo per le tangenti che ha preteso e nemmeno per il fatto che gli ordinativi eccedessero le necessità e spesso anche il buon senso. Pare infatti che buona parte delle forniture militari una volta arrivata in Arabia Saudita giaccia eternamente nei depositi, perché mancano i soldati e le professionalità per utilizzarle, per non dire delle occasioni, visto che i sauditi fanno la guerra con i soldi e non con i battaglioni che non hanno. In compenso spendono molto per la loro manutenzione, quasi tutto il budget miliardario della difesa saudita se ne va per mantenere armi che non servono, visto che per reprimere le timide proteste i sauditi si servono del terrore e troncano con la violenza qualsiasi flebile deviazione dalla linea, e che l’intoccabilità è garantita dalla protezione americana, la migliore sul mercato.

IL CLIENTE
Con Sultan l’Arabia Saudita è diventata il primo cliente straniero per le armi americane e uno dei pochi che paghino davvero, visto che anche gli ingenti aiuti militari a paesi come Egitto, Israele, Yemen e via enumerando sono in realtà pagati con il denaro dei contribuenti americani, mentre i sauditi ci mettono del loro, hanno persino pagato cash il conto della prima Guerra del Golfo, quando papà Bush ha mandato Norman Schwarzcopf a spazzolare Saddam che si era preso il Kuwait, convinto che gli americani non avrebbero reagito. Un nemico perfetto per la sua reale inconsistenza combinata a una straordinaria incontinenza verbale che lo portava a proferire terribili minacce che tutti sapevano essere oltre le sue possibilità. Tanto utile che poi lo hanno conservato per usarlo ancora .

I CARI SAUDITI
Caratteristiche che hanno deliziato le amministrazioni americane negli ultimi decenni e che hanno procurato moltissimi amici e moltissimi dipendenti ai sauditi, sia nella politica che nell’industria americana. Solo la giustizia inglese è sembrata turbare questo idillio, cercando di condannare il principe insieme alle controparti britanniche in affari simili, una seccatura che ha fatto reagire indignata l’Arabia Saudita e Downing Street correre ai ripari per proteggere il buon nome dei Saud dalla giustizia impertinente. I sauditi hanno anche finanziato il programma nucleare pakistano e la cosiddetta “bomba atomica islamica”, sostengono o condizionano gli altri stati del Golfo e da sempre sono impegnati a portare la guerra nello Yemen Un tempo in chiave antisovietica e poi in chiave anti-qaedista, prima sostenendo il regime di Saleh, poi “accompagnando” il paese nella transizione dalla dittatura verso la democrazia mentre gli americani bombardano il paese con i droni. Un copione identico a quello visto all’opera in Afghanistan e Pakistan, al quale si può aggiungere l’ossessione anti-iraniana, la lunga guerra contro Saddam e il successivo evidente impegno per la destabilizzazione dell’Iraq e ora l’impegno in chiave non meno destabilizzante nell’ingerire nelle primavere arabe, in tutte o quasi, da quelle soffocate sul nascere dalle sorelle monarchie totalitarie, fino a quelle sanguinose di Siria ed Egitto. Non è un caso che il tiranno tunisino Ben Ali si sia rifugiato sotto le ali dei Saud ed è fin troppo evidente l’impegno dei sauditi ovunque in questi paesi, così come non può sfuggire che tale attivismo sia legittimato da un implicito mandato americano di lungo periodo, che nessuno è sembrato interessato a mettere in discussione negli ultimi due decenni, non gli europei che si sono adeguati all’andazzo in ordine sparso cercando di piluccare commesse, e ancora meno gli americani, che con Obama sono sembrati affidarsi sempre di più allo schema che prevede il mandare i sauditi più o meno allo sbaraglio, coprendo loro le spalle a distanza. Una tattica che ha i suoi pregi, tanto più se nessuno dei media discute l’idea di portare tutto l’Occidente al traino di una monarchia assoluta con i forzieri pieni di soldi e intenzioni molto meno chiare di quanto confidino certe teste fini che vivono vicino a dove cadono i soldi degli sceicchi.
Bandar Bush

BANDAR E PUTIN
Bandar Bush è riemerso quest’anno ai riflettori apparendo a Mosca. L’anno scorso lo avevano dato per ucciso in Arabia Saudita da un attentato organizzato dal governo siriano, ma si trattava di un pio desiderio. A Putin ha mostrato il suo famoso sorriso da orsacchiotto benevolo che per anni ha deliziato gli ospiti americani delle sue ville da sogno, o di quelle del babbo, che era noto per la sua corruzione, ma anche per la sua incredibile generosità e tendenza alle spese folli, e che ha disseminato gli States di borse di studio, edifici accademici e dato lavoro a moltissimi ex ufficiali governativi. Sinergie.

MISSION IMPOSSIBLE
Difficile che Bandar sia andato da Vladimir senza aver avuto il via libera di Washington, ma in un modo o nell’altro l’idea si è risolta in un flop, finendo ancora una volta per dare lustro all’immagine di Putin e peggiorare quella di Obama, una dinamica che ultimamente si è già vista. Da quello che hanno fatto trapelare i russi Bandar è andato a spiegare a Putin che in Siria una volta caduto Assad comanderebbero loro e che gli interessi russi sarebbero tutelati, che ad esempio non passerebbe quel brutto gasdotto dal Qatar diretto in Europa che a Gazprom non piace. E poi i sauditi comprerebbero un sacco di armi dalla Russia, tante in più di quelle di un enorme commessa saudita per ora congelata e che si scioglierebbe insieme alla tensione degli interessi divergenti dei due paesi sulla Siria. In alternativa Bandar ha spiegato che non ci saranno colloqui a Ginevra, perché l’opposizione non andrà, il che vuol dire che ha preconizzato la guerra a oltranza in Siria. Questa la brutale sintesi che viene da Mosca e che non ha ricevuto grandi smentite.

IL QATAR È SPARITO 
I Sauditi hanno infatti il controllo dell’opposizione armata ad Assad, rappresentano il maggior canale d’approvvigionamento bellico delle milizie islamiche animate dai rinforzi stranieri e hanno messo in minoranza i ribelli siriani diversi, curdi a parte, che sono riusciti a liberare le loro zone d’elezione. Bandar è quindi l’armiere unico della ribellione siriana dopo l’estromissione del Qatar, che poco tempo fa sembrava assurto al ruolo di top player regionale e che invece è sparito dalla scena con estrema rapidità. Cambiato lo sceicco e i ministri storici, passato il potere al figlio poco più che trentenne all’improvviso, l’emirato che aveva sponsorizzato i Fratelli Musulmani in Tunisia, Egitto e Libia e che armava i ribelli siriani, in pochi giorni si è visto tagliato fuori dalla Siria, con la compagnia di bandiera con i voli bloccati in Libia e con i soldati egiziani che sparavano sui giornalisti di al Jazeera. Quello che si dice fare il passo più lungo della gamba, eppure a giudicare dai cable di Wikileaks i Bin Khalifa al Thani erano tanto in buoni rapporti con gli americani da lasciar loro dirigere al Jazeera a bacchetta, devono aver frainteso qualche regola non scritta di un gioco che non prevedeva il loro protagonismo.

WIN PER PUTIN 
Bandar non ha impressionato Putin, che non ha certo intenzione di aprire all’ONU e a una soluzione come quella vista all’opera in Libia e che ancora meno gradisce l’idea di un bubbone di guerriglia islamica nei pressi della polveriera del Caucaso, Putin è pur sempre quello che ha rasato la capitale della Cecenia Grozny per liberarsi degli “islamici” ed è noto per voler mantenere la pulizia nel suo cortile di casa. Male l’hanno presa anche in Iraq, dove i confini con la Siria hanno portato in Iraq bande di guerriglieri sunniti delle quali non si sentiva il bisogno, portando nel paese morti e distruzione non di molto inferiori a quelle viste in Siria. La situazione è talmente grave che il governo a maggioranza sciita di al Maliki e i curdi hanno convenuto di unire le forze per provare a spazzarli via dal paese. C’è da dire che avendo alle costole anche l’esercito di Assad, e tutti i non-sunniti dell’area, Hezbollah e iraniani compresi, per le milizie d’ispirazione qaedista nell’area la situazione sembra farsi in salita, nonostante il sostegno saudita e la copertura politica di molti paesi, idealmente fermi al sostegno per la richiesta di un cambiamento di regime e solidali con la ribellione. Nessuno dei quali peraltro spenderebbe una lacrima in caso di loro annientamento.

SAUDITI CONTRO FRATELLI MUSULMANI 
C’è inoltre che, gettato il Qatar e con lui il sostegno ai Fratelli Musulmani, il progetto complessivo ha assunto tinte foschissime anche per la Turchia di Erdogan e gli altri paesi nei quai il loro progetto ha attecchito e rappresenta spesso l’unica alternativa credibile e praticabile, capace di vincere le elezioni e di provare a governare al posto di regimi totalitari o quasi in un gran numero di paesi, dal Nordafrica al Golfo. Tutti paesi nei quali la fine dei Fratelli Musulmani in Egitto avrà fatto correre brividi sulla schiena, chi dirà qualcosa se i sovrani d’Arabia, del Marocco e della Giordania spareranno sui partiti molesti o se il regime algerino regolerà le prossime elezioni con i soliti metodi?

L’ELEFANTE TRA I CRISTALLI 
Una serie d’effetti collaterali che fanno sembrare l’azione di Bandar un po’ troppo rozza per il delicato e complesso ambiente nel quale va a impattare. Soprattutto sembra in questo caso aver sottovalutato l’interesse di Putin alle sue offerte e alle sue proposte, nonostante il presidente russo gli abbia concesso quattro lunghissime ore per spiegare tutte le sue arti e offerte. Sinceramente era lecito attendersi di più da un uomo del suo calibro, ma forse la vicinanza ai Bush lo ha guastato irrimediabilmente.
AFGHANISTAN 2 - L’idea che Bandar e gli americani siano intenzionati a reprimere gli jihadisti, gli stessi armati dai sauditi, è tutta da dimostrare e Putin, visti i trascorsi e visto che non gli hanno certo chiesto il permesso prima di mettere su una guerra in un paese tradizionalmente sotto la sfera d’influenza di Mosca, ha ogni ragione per essere diffidente. Per di più Bandar sta facendo in Siria quello che hanno già fatto i sauditi in Afghanistan contro i sovietici e quanto abbia portato bene s’è visto.

L’ORRIBILE QUADRO 
A questo punto, salvo ulteriori sbandamenti, l’immagine che appare è quella di Bandar che ha assunto pubblicamente il ruolo di liberatore della Siria e di armiere della ribellione, con gli Stati Uniti a “leading from behind” (guidare da dietro), mentre i sauditi al Cairo sostengono la repressione dei generali contro i “terroristi” del partito che aveva vinto le prime elezioni libere da decenni e che hanno defenestrato. Intanto Washington e l’Europa stancheggiano o si propongono in iniziative velleitarie perché non implementate da minacce credibili, facendo quelli preoccupati per la violenza nel paese e per i massacri dei generali, di nuovo al potere con un golpe a furor di mezzo popolo e subito pronti alla strage.

SCOMMESSE DISCUTIBILI CHE NON SONO DISCUSSE 





La sensazione è che gli investimenti dei sauditi rischino di fare la fine di quelli del Qatar, anche se è altrettanto forte l’impressione che a Washington non ci sia un Piano B che prevede la messa a cuccia dei Saud, un loro sostanziale ridimensionamento e la fine dell’outsourcing a sauditi e guerriglieri wahabiti della direzione dell’impegno bellico occidentale nei paesi a maggioranza islamica. Resta che Stati Uniti ed Europa non possono far finta in eterno di credere che i sauditi perseguano gli stessi interessi dell’occidente. E nemmeno mancare ormai di riconoscere che questo eterno armare i fanatici e reprimere i moderati, non può essere la soluzione per stroncare l’islam politico o consentirgli di pascersi e ammorbidirsi tra le mollezze e gli agi della democrazia. Se qualcuno non se ne fosse accorto, i fanatici islamici negli ultimi trent’anni sono stati armati per lo più da Washington o dai suoi alleati, ottimi clienti, per carità, ma forse non abbastanza da affidare loro i nostri destini.

No Inc per Castelli in Africa 2013

Albano Villa Doria Video ecoballa 5 settembre 2013

giovedì 19 settembre 2013

SCENDIAMO IN PIAZZA CONTRO TUTTE LE DEVASTAZIONI DEL TERRITORIO


SABATO 21 SETTEBRE 2013 ORE 15:30

Da Piazza della Repubblica a Piazza SS. Apostoli. ”
SCENDIAMO IN PIAZZA CONTRO TUTTE
LE DEVASTAZIONI DEL TERRITORIO

Il 21 Settembre scendiamo in piazza per prendere una posizione nettamente critica nei confronti di un sistema socio-economico fondato esclusivamente sul profitto, variabile che fa sentire tutto il suo peso anche nei processi decisionali delle pubbliche amministrazioni locali e centrali.

Il 21 Settembre dimostriamo perché l’incapacità e la spregiudicatezza di decisori pubblici, spesso collusi con i grandi gruppi economici, non garantisce più la tutela dei Beni pubblici locali e universali, continuamente attentati da milioni di tonnellate di rifiuti di ogni genere che viaggiano per il mondo senza più sapere dove collocarli, dalla continua cementificazione che distrugge il territorio, gli spazi verdi, le campagne,spegnendo gli ecosistemi e le aree di vivibilità sociale.


Il 21 settembre manifestiamo a tutela dell’aria, delle risorse idriche, e l'acqua potabile in particolare ponendo un argine contro subdoli tentativi di un loro “esproprio” dal dominio pubblicistico a vantaggio di regimi privati oligopolistici.


Il 21 settembre dimostriamo per le strade di Roma perché il modello di sviluppo dominante nella visione politica, economica e industriale è fondato esclusivamente sull’aumento dei consumi e dei margini di profitto.
Le grandi realtà economiche controllano di fatto la gestione dei beni pubblici piegandoli ad una logica che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente. La profonda crisi economica in corso conferma le debolezze di un sistema ispirato alla logica della crescita continua: non esiste futuro, non esiste sviluppo senza sostenibilità.

Il
21 settembre puntiamo il dito contro una amministrazione pubblica sempre più funzionale all'interesse di pochi; contro un’amministrazione che, al riparo nello stato di diritto, usa il termine “emergenza” come esimente per legittimare l’esercizio di un potere prevaricatore.


NOI rifiutiamo il concetto di emergenza 

quale unica giustificazione in materia ambientale e quale strumento per violare la volontà popolare.


NOI VOGLIAMO 

che i decisori mettano fine all'emergenza rifiuti del Lazio, promuovendo istanze e modelli propositivi fondati su schemi cooperativi ad incentivi compatibili.


NOI PRETENDIAMO 

l'apertura di un tavolo vertenziale che risolva le questioni pendenti e che ristabilisca quel giusto equilibrio decisionale - totalmente sbilanciato – sulle tematiche ambientali.


NOI RIVENDICHIAMO
  1. La cancellazione del sito di Falcognana come sostitutivo di Malagrotta
  2. La chiusura e bonifica di tutti i siti di Malagrotta;
  3. La cancellazione dell'AIA 2009 per l'inceneritore di Albano e per il 7° invaso della discarica di Roncigliano;
  4. Avendo preso atto dell'esaurimento della discarica dell'Inviolata, la chiusura del sito, il blocco dell’impianto di TMB.
  5. La revisione dei processi autorizzativi di tutte le centrali a biomasse/biogas perché escludono i/le cittadini/e dalla valutazione;
  6. La moratoria immediata dei progetti in corso di autorizzazione;
  7. La separazione di tutto quello che c'è da separare, di non produrre all'origine quello che è già rifiuto, di recuperare materia, di imporre ad ogni comune o municipio urbano di gestire in proprio l'umido prodotto, con il metodo aerobico.
  8. Il blocco dei piani di cementificazione dei territori di Roma e provincia;

NOI, Donne e Uomini del 21 settembre. MANIFESTIAMO per impedire la devastante deriva alla quale ci stanno conducendo e verso la quale sembrano rassegnate le coscienze.


NOI, Donne e Uomini del 21 settembre, LOTTIAMO e sempre lotteremo per costruire le fondamenta di un mondo diverso in cui la qualità della vita sia migliore e la biodiversità garantita.


NOI il 21 settembre SIAMO IN PIAZZA PER RIDESTARE LE COSCIENZE


Presidio No Discarica Divino Amore/Coordinamento Contro l’Inceneritore di Albano/Comitato Riciclo-Occupazione Cerveteri/Assemblea Valle Galeria/Comitato Rifiuti Zero Fiumicino/Comitato Risanamento Ambientale Guidonia/Assemblea Contro la Cementificazione Marino/CSOA La Strada/Associazione “A SUD”

lunedì 9 settembre 2013

Siria: mai come Ora .. Tutti insieme : ".. IL PROLETARIATO NON HA NAZIONE INTERNAZIONALISMO RIVOLUZIONE .."




.. ORA SEMPRE RESISTENZA .. 

perchè non abbiamo da salvare il nostro orticello (magari fosse!) ma aprire gli occhi ed ammettere coscientemente Tutti che:

NON ABBIAMO DA PERDERE CHE LE NOSTRE CATENE.

perchè la Guerra ci sarà .. non solo in Siria .. ma sarà una 3guerra mondiale purtroppo ci sarà .. è stata pianificata da decenni a mente lucida ed a tavolino. 
C'è ormai poco da credere e sperare .. nella migliore delle ipotesi .. che sia il solo frutto di una mente irrazionale folle incapace di progettulità .. i veri mandanti hanno già 'sacrificato' e additato come 'Unico Responsabile' la propria marionetta sacrificale di turno come il signor O. 

Stiamo attenti ..
la Guerra non è per loro perdita di Vite umane ma esclusivi interessi eeconomici .. e se consideriamo il dato di fatto che se gli USA possiedono solo lo 02% del petrolio .. la Siria ne ha ancora il 70% .. .. .. se non siamo stupidi possiamo spiegarlo ancora alla Popolazione il perchè uno stato (ognuno in ua Terra) non usi i suoi soldi in Sanità .. Occupazione e beni di prima necessità ma e solo in ARMAMENTI  (invece di restar a bocca aperta se ne parla un gesuita .. il Vaticano è molto forte come potenza economica mondiale .. quanto ne hanno loro .. come IOR appunto di ORO ?!!!)

PETROLIO e ORO .. stà Tutto Quà ..

non gliene fotte a NESSUNO della PACE e delle VITE UMANE ..
(anzi una 3guerra mondiale gli servirebbe eccome per depopolare il pianeta Terra senza ulterore perdita di soldi!) guardiamo piuttosto come dice Qlcn quali sono i paesi che guadagneranno (legalmente) in Armamenti nel Globo!

.. sta a noi decidere cosa essere e come morire .. come pesci fuor d'acqua o come facenti parte attiva di un auspicato Fronte di Liberazione Internazionale ? 


ps:
aooo - questa è una presa di posizione strettamente personale sulla guerra in Siria .. ma necessaria .. in quanto fermerò per protesta il blog contro ogni  Guerra!

mercoledì 4 settembre 2013

Fabrizio .. Uno di Noi

Ucciso 39 anni fa durante la "Rivolta di S.Basilio"


Il compagno FABRIZIO CERUSO vive nella memoria popolare
e in quella delle nuove generazioni.

impegnate nella riappropriazione del diritto alla casa,
al reddito, ai bisogni negati,

per farla finita con la precarietà , il proibizionismo e la repressione.

Come ogni 8 settembre a S.Basilio, dalle ore 9 c/o
la lapide di bronzo che ricorda FABRIZIO CERUSO
verrà esposta la bandiera rossa,
dove la popolazione sosta portando un fiore 
e racconta ai nipoti quela giornata di lotta, di rabbia, di sangue.

domenica 1 settembre 2013

E' l'Iran .. non la Siria .. il vero bersaglio dell'Occidente

Siria: perchè agire ora e non nel 2011? O nel 2012?
di Robert Fisk – 30 agosto 2013

Prima che inizi la più stupida guerra occidentale della storia moderna – mi riferisco, naturalmente, all’attacco contro la Siria che tutti ora dovremo digerire – andrebbe detto che i missili Cruiser che ci aspettiamo fiduciosamente spazzino via una delle città più antiche del mondo, non hanno assolutamente nulla a che vedere con la Siria.

Sono mirati a colpire l’Iran. Sono mirati ad attaccare la Repubblica Islamica ora che ha un nuovo e vivace presidente – al contrario dello svitato Mahmoud Ahmadinejad – e proprio quando potrebbe essere un po’ più stabile. L’Iran è il nemico di Israele. L’Iran è pertanto, naturalmente, il nemico degli Stati Uniti. Dunque, non c’è nulla di gradevole nel regime di Damasco. Né questi commenti scagionano il regime per quanto riguardo le gassazioni di massa. Ma sono vecchio abbastanza da ricordare che quando l’Iraq – alleato degli Stati Uniti – usò il gas contro il curdi nel 1988, non assaltammo Baghdad. In effetti quell’attacco dovette attendere sino al 2003, quando Saddam non aveva più né gas né alcuna delle altre armi che costituivano il nostro incubo. E mi capita anche di ricordare che la CIA affermò, intorno al 1988, che l’Iran era responsabile del gas usati ad Hallabjah, una palese menzogna che concentrava l’attenzione sul nemico degli Stati Uniti che Saddam stava allora combattendo per conto nostro. E migliaia – non centinaia – morirono ad Hallabjah. Ma eccoci qua! Giorni diversi, metri diversi.

E suppongo valga la pena di segnalare che quando Israele uccise sino a 17.000 uomini, donne e bambini in Libano nel 1982 in un’invasione apparentemente provocato da un tentato omicidio dell’ambasciatore israeliano a Londra da parte dell’OLP – fu il socio di Saddam, Abu Nidal, ad organizzare l’omicidio, non l’OLP, ma questo non conta oggi – gli Stati Uniti si limitarono a sollecitare entrambi gli schieramenti a usare “moderazione”. E quando, pochi mesi dopo quell’invasione, Hafez al-Assad – padre di Bashar – mandò suo fratello a Hama a spazzar via migliaia di ribelli della Fratellanza Mussulmana, nessuno biascicò una parola di condanna. “E’ la legge di Hama”, è il modo cinico in cui il mio vecchio collega Tom Friedman ha caratterizzato questo bagno di sangue. Tuttavia in questi giorni c’è in giro una Fratellanza diversa, e Obama non è stato capace di spingersi neppure a dire “bù” quando il suo presidente eletto è stato deposto.

Dunque, in nome del cielo, che cosa stiamo facendo? Dopo innumerevoli morti nell’orribile tragedia della Siria, adesso, dopo mesi e anni di prevaricazioni, ci lasciamo sconvolgere da poche centinaia di morti. Il trauma di questa guerra avrebbe dovuto spingerci ad agire nel 2011. E nel 2012. Ma adesso? Perché? Beh, sospetto di conoscerne il motivo. Penso che il feroce esercito di Bashar al-Assad potrebbe semplicemente vincere contro i ribelli che noi armiamo in segreto. Con l’aiuto dell’Hezbollah libanese – l’alleato dell’Iran in Libano – il regime di Damasco ha battuto i ribelli a Qusayr e potrebbe star per batterli a nord di Homs. L’Iran è sempre più impegnato a proteggere il governo siriano. Così una vittoria di Bashar è una vittoria dell’Iran. E le vittorie dell’Iran non possono essere tollerate dall’occidente.

E, visto che parliamo di guerra, che fine hanno fatto quegli splendidi negoziati israelo-palestinesi che John Kerry vantava tanto? Mentre esprimiamo la nostra angoscia per gli esecrabili attacchi con il gas in Siria, la terra palestinese continua a essere divorata. La politica israeliana del Likud – negoziare la pace fino a quando non resti nulla del territorio palestinese – prosegue di buon passo, ed è questo il motivo per cui si accresce l’incubo del re Abdullah di Giordania (un incubo molto più potente di quello delle “armi di distruzione di massa” che ci siamo sognate nel 2003): l’incubo che la Palestina sarà in Giordania, e non in Palestina.

Ma se dobbiamo credere alle stupidaggini che escono da Washington, Londra, Parigi e dal resto del mondo “civilizzato”, è solo questione di tempo prima che la nostra spada rapida e vendicatrice si abbatta sui damasceni. Vedere la dirigenza del resto del mondo arabo applaudire questa distruzione è forse l’esperienza storica più dolorosa che la regione deve sopportare. E la più vergognosa. Eccetto il fatto che attaccheremo mussulmani sciiti e loro alleati in mezzo agli applausi dei mussulmani sunniti. E’ di questo che è fatta la guerra civile.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte:  http://www.zcommunications.org/we-should-have-been-traumatised-into-action-by-this-war-in-2011-and-2012-but-now-by-robert-fisk.html

Fonte:  The Independent 

Denunciati alla Corte dei Conti per scarsa raccolta differenziata gli amministratori del Comune di Albano Laziale

Inviata la denuncia al Procuratore Regionale della Corte dei Conti della Regione Lazio contro il danno erariale prodotto dagli Amministratori e dai dirigenti del Comune di Albano Laziale in merito ai miseri ed inefficienti risultati della raccolta differenziata.

Di seguito viene riportato il testo della denuncia che ogni comitato e ogni cittadino può riprendere per denunciare di danno erariale i propri inefficienti amministratori e dirigenti comunali per i bassi risultati ottenuti nella raccolta differenziata.

La denuncia alla Corte dei Corte può essere un forte stimolo ai nostri amministratori per applicare finalmente la legge ed iniziare la raccolta differenziata, avvicinando il nostro Paese alle buone e virtuose pratiche dei Paesi europei più sviluppati.

Il rilancio della raccolta differenziata può costituire, inoltre, un ottimo stimolo per lo sviluppo e la crescita del Paese, proprio in un momento di grave crisi economica e sociale.


Di seguito viene riportato il testo della denuncia.


Con la presente, ci riferiamo al mancato raggiungimento di apprezzabili risultati nel conseguimento degli obiettivi di legge in termini di raccolta differenziata da parte degli amministratori e dei dirigenti del Comune di Albano Laziale nel periodo 2006-2013.
Tale colpevole ritardo comporta un notevole danno erariale per l’ente locale, come riportato nella Sentenza n. 83 del 27/05/2013 emessa dalla Sezione giurisdizionale per la Liguria della Corte dei Conti in merito all’esempio del Comune di Recco.
In materia di rifiuti, il diritto comunitario ha imposto agli Stati membri, attraverso le direttive del Consiglio n. 91/156/CEE del 18/3/1991 e 99/31/CE del 26 aprile 1999, l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie ad assicurare il recupero o lo smaltimento degli stessi senza pericolo per la salute dell’uomo e senza l'uso di procedimenti o di metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente, vietandone nel contempo l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato.
Il decreto legislativo 5 febbraio 1997 n. 22 che, fino all'entrata in vigore del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152, di attuazione della delega contenuta nella legge n. 308 del 2004 per il riordino, il coordinamento e l'integrazione della legislazione in materia ambientale, ha costituito la normativa quadro sulla gestione dei rifiuti, prevede, in attuazione della citata direttiva europea 91/156/CEE, l’adozione di un sistema di raccolta differenziata idoneo a consentire la drastica diminuzione dei rifiuti avviati in discarica e la realizzazione di un modello alternativo di smaltimento i cui punti qualificanti sono il riciclo dei materiali, il compostaggio della frazione organica e il collocamento in discarica (o termovalorizzazione) del solo residuo.

Lo stesso decreto n. 22/1997 ha provveduto ad individuare le funzioni amministrative che in materia di raccolta differenziata competono a ciascun livello di governo, centrale, regionale, provinciale e comunale, attribuendo allo Stato il compito di indicare i criteri generali per l'organizzazione e l'attuazione della raccolta (art. 18, comma 1°, lettera m), alle Regioni la funzione di provvedere alla “regolamentazione delle attività di gestione dei rifiuti, ivi compresa la raccolta differenziata di rifiuti urbani, anche pericolosi, con l'obiettivo prioritario della separazione dei rifiuti di provenienza alimentare, degli scarti di prodotti vegetali e animali, o comunque ad alto tasso di umidità, dai restanti rifiuti” (art. 19, comma 1°, lettera b), alle Province la cura dell'organizzazione delle attività di raccolta differenziata dei rifiuti urbani e assimilati sulla base di ambiti territoriali ottimali delimitati ai sensi dell'articolo 23 (art. 20, comma 1°, lettera g) e ai Comuni il compito di stabilire “le modalità del conferimento, della raccolta differenziata e del trasporto dei rifiuti urbani, al fine di garantire una distinta gestione delle diverse frazioni di rifiuti e promuovere il recupero degli stessi” (artt. 21, comma 1°, lettera c, e 23, co. 3).

Per dare maggiore concretezza all’obiettivo di un utilizzo razionale ed economicamente vantaggioso dei rifiuti, il predetto decreto ha anche disposto (art. 24) che in ogni Ambito Territoriale Ottimale (A.T.O.) la raccolta differenziata degli stessi venga assicurata in misure percentuali minime del 15% entro due anni dall’entrata in vigore del decreto stesso, del 25% entro quattro anni e del 35% dal sesto anno (percentuali successivamente fissate dall’art. 205, comma 1, del D.Lgs. n. 152/2006 e dall’art. 1, comma 1108, della legge n. 296/2006 nella misura del 35% entro il 31 dicembre 2006, del 40% entro il 31 dicembre 2007, del 45% entro il 31 dicembre 2008, del 50% entro il 31 dicembre 2009, del 60% entro il 31 dicembre 2011 e del 65% entro il 31 dicembre 2012).

Purtroppo, i risultati raggiunti dal Comune di Albano Laziale in questi anni sono assolutamente irrisori e deludenti: dal 3,5% nel 2007 al 4,0% nel 2008, fino ad arrivare al 7,4% nel 2011.

L’art. 205, comma 3, del D.Lgs. n. 152/2006, inoltre, al fine di penalizzare il conferimento in discarica dei rifiuti e di rafforzare i previsti obblighi di raccolta differenziata, ha introdotto, in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi minimi fissati dalla legge, un’addizionale del 20% al tributo dovuto per il conferimento, da applicarsi nei confronti dell’A.T.O. con successiva ripartizione dell’onere tra quei Comuni del territorio che non abbiano raggiunto le prescritte percentuali minime.

Il nuovo impianto normativo fonda la propria ratio nel fatto che “la raccolta differenziata svolge un ruolo rilevante e prioritario nel sistema di gestione integrato dei rifiuti, in quanto consente sia di ridurre il flusso dei rifiuti da avviare allo smaltimento, sia di condizionare positivamente l’intero sistema di gestione, garantendo:
a) la valorizzazione delle componenti merceologiche dei rifiuti sin dalla fase della raccolta;
b) la riduzione delle quantità e della pericolosità dei rifiuti da avviare allo smaltimento indifferenziato, individuando tecnologie più adatte di gestione e minimizzando l’impatto ambientale dei processi di trattamento e smaltimento;
c) il recupero di materiali e di energia nella fase del trattamento finale;
d) la promozione di comportamenti più corretti da parte dei cittadini, con conseguenti significativi cambiamenti nelle abitudini di consumo, a beneficio di politiche di prevenzione e di riduzione” (deliberazione n. 6/2007/G della Sezione centrale di controllo della Corte dei conti sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato).

Da un punto di vista strettamente giuridico occorre, tra l’altro, evidenziare che in base all’articolo 1, comma 2, del legislativo 22/97, le disposizioni dello stesso costituiscono principi fondamentali della legislazione statale, ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e, secondo il successivo comma 3, le disposizioni di principio costituiscono, nei confronti delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome aventi competenza esclusiva in materia, norme di riforma economico - sociale.

Dall'articolato quadro normativo appena descritto emerge l'obbligo ricadente sulle singole amministrazioni comunali di attuare le prescrizioni legislative in materia di raccolta differenziata dei rifiuti, e di garantire, indipendentemente dal soggetto cui è materialmente affidato il servizio di raccolta dei rifiuti urbani, il rispetto delle percentuali minime previste dalla legge. La fissazione di soglie minime della raccolta differenziata risulta, infatti, necessaria ai fini del raggiungimento degli obiettivi fissati dal legislatore, oltre che della credibilità del sistema stesso, e l’adempimento del dettato normativo non può non costituire un puntuale e inderogabile obbligo per le amministrazioni, la cui violazione viene, infatti, “sanzionata” con aggravi di costo per lo smaltimento a carico dei Comuni inadempienti.

L’osservanza delle previsioni del decreto n. 22/97 e segnatamente dell’art. 24 relativo alle percentuali minime di raccolta differenziata, da realizzare secondo scaglioni progressivi annuali, costituiva, pertanto, adempimento inderogabile del gestore, posto a tutela di un interesse generale e, sicuramente, prevalente rispetto a quello vantato dalle stesse parti.

Il mancato rispetto delle predette disposizioni, con realizzazione della raccolta differenziata in misure significativamente inferiori a quelle previste dal citato art. 24 del decreto n. 22/97, ha comportato a carico del Comune il pagamento di oneri aggiuntivi per il conferimento in discarica del materiale che avrebbe dovuto essere destinato proficuamente alla raccolta differenziata ed ha, pertanto, arrecato al Comune di Albano Laziale un danno patrimoniale conseguente.

Come riportato nella sentenza relativa al Comune di Recco, il danno per il Comune è, pertanto, da ritenersi integralmente corrispondente all’aggravio di costo sostenuto per aver dovuto versare in discarica una maggiore quantità di rifiuti.

Il danno descritto deve ritenersi in parte ascrivibile al comportamento tenuto dai convenuti amministratori comunali in carica nei diversi periodi considerati, nonché dal responsabile del Settore ambiente del Comune, tutti preposti, per la funzione esercitata nell’ambito dell’Ente, all’organizzazione del sistema integrato dei rifiuti ed alla vigilanza sul corretto espletamento del servizio da parte del gestore.

Incontrovertibile conferma dell’esistenza di tali obblighi si ricava da quanto stabilito dagli artt. 50 e 54 del D.lgs. 267/2000, che attribuiscono al sindaco il compito di sovrintendere al corretto funzionamento degli uffici e dei servizi comunali, con il conseguente dovere giuridico di attivazione delle opportune misure correttive d'intervento in caso di violazione di legge, irregolarità e disfunzioni.

Spettano analogamente all’assessore specifici poteri finalizzati al corretto funzionamento dei servizi e degli uffici e all'esecuzione degli atti relativi al settore cui lo stesso risulta formalmente preposto e rispetto al quale questi si trova nella medesima posizione del sindaco delegante.

Incombe, conseguentemente, sull’assessore un obbligo giuridico determinato e puntuale di assumere tutte le iniziative necessarie nelle questioni di propria competenza, di impartire opportune ed idonee direttive agli organi amministrativi competenti o di esercitare poteri di impulso nei confronti degli altri organi decisionali (in termini, Sez. Giur. Liguria, sentenza n. 414/2002).

Ai sensi dell’art. 107 del T.U.E.L., spettano, inoltre, ai dirigenti tutti i compiti di gestione amministrativa, finanziaria e tecnica, oltre alla direzione di uffici e servizi, compresa l’adozione di atti e provvedimenti amministrativi non rientranti tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo proprie degli organi di governo, essendo direttamente responsabili, in via esclusiva, della correttezza amministrativa, dell’efficienza e dei risultati della gestione.

Competeva, pertanto, in primo luogo ai Sindaci, quali organi responsabili dell’amministrazione del Comune, attivare i poteri di indirizzo, di vigilanza e di controllo sull’attività degli assessori e delle strutture gestionali esecutive, per assicurare la realizzazione degli obiettivi legislativamente indicati in materia di raccolta differenziata.

Gli amministratori non hanno, inoltre, disposto un’adeguata informazione agli utenti circa i vantaggi della raccolta differenziata per l’ambiente e la salute al fine di un coinvolgimento attivo degli stessi per una efficace gestione del servizio, astenendosi dal prescrivere azioni concrete ai medesimi e dal predisporre opportuni controlli e conseguenti strumenti sanzionatori.

In sintesi, le inefficienze per il mancato raggiungimento di apprezzabili risultati nel conseguimento degli obiettivi di legge in termini di raccolta differenziata  confermano la sostanziale disattenzione degli amministratori del Comune di Albano Laziale nei confronti del dettato normativo circa il raggiungimento di livelli minimi di raccolta differenziata.

In conclusione, a carico degli amministratori comunali e dei dirigenti del servizio si configura un atteggiamento di sostanziale inerzia riguardo a legittime e doverose attività volte al miglioramento ed al costante monitoraggio del livello qualitativo e quantitativo del servizio di raccolta differenziata, con comportamenti che denotano inescusabile negligenza e grave trascuratezza nella cura dell’interesse pubblico che avrebbe dovuto essere, invece, tutelato attraverso il doveroso diligente svolgimento delle funzioni istituzionali e degli obblighi di servizio loro attribuiti e che configurano la sussistenza di quell’elemento soggettivo indispensabile per l’affermazione della responsabilità amministrativo-contabile.

Tutto ciò premesso, si chiede alla Ecc.ma Procura Regionale della Corte dei Conti di voler esercitare i propri poteri di indagine al fine di accertare la sussistenza di profili di illegittimità degli atti amministrativi o eventuali ipotesi di responsabilità erariale.

Rimaniamo in fiduciosa attesa di un Vs cortese e sollecito riscontro.