Comunicato di pubblica resistenza al DDL intercettazioni

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall'Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come "ddl intercettazioni".

Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d'indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all'interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all'informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

Questo sito si dichiara altresì .. per imprescindibili motivi sia etici che politici .. deberlusconizzato .. demontizzato .. degrillizzato

sabato 20 luglio 2013

Sciopero di 200 mila minatori scuote la Colombia

In queste ore 200.000 minatori artigianali in diciotto dipartimenti della Colombia sono scesi per le strade del paese contro la politica neoliberista del governo, che consegna le collettive risorse minerarie a grandi gruppi multinazionali mediante concessioni per lo sfruttamento di aree strategiche.

Parallelamente, vengono impiegati polizia antisommossa ed esercito per “liberare” la strada della locomotiva minerario-energetica, asse portante della politica economica filoimperialista del governo, dalle “ingombranti”comunità locali.

Vengono implementate una serie di norme legislative repressive che rendono formalmente illegali le tradizionali pratiche estrattive. La legislazione nega la possibilità di sostentamento dei piccoli minatori artigianali, dichiarandoli fuori legge e per questa via tratta i lavoratori come sovversivi, aprendo la strada all'impiego di mezzi militari nella soluzione delle contraddizioni sociali.

La mobilitazione del settore minerario si va a sommare alla lotta mantenuta dalle comunità del Catatumbo (altra regione già svenduta sotto banco alle multinazionali), a cui il governo continua a negare il diritto alla costruzione della propria Zona di Riserva Contadina.

Come sempre, in piena continuità con il narco-paramilitare Uribe e coerentemente con il discorso fascista del governo Santos, la mobilitazione popolare è stata nuovamente indicata come infiltrata o diretta dalla guerriglia. Sembra un disco rotto, il governo sa impiegare sempre e solo le stesse quattro parole in tutte le situazioni in cui la sua stessa politica si scontra con la propria insostenibilità e si trova costretto a fare i conti con la rabbia popolare.

Le politiche del governo aprono fronti di lotta sociopolitica praticamente in ogni settore della società colombiana e se questi fossero invariabilmente orientati dalla guerriglia, la logica conseguenza sarebbe che il movimento guerrigliero è egemone presso la stragrande maggioranza della popolazione colombiana. Cadrebbe così, sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, un altro dei miti governativi spacciato per anni in Colombia e all'estero nel tentativo di ingannare l'opinione pubblica intorno alla realtà del conflitto: c he la guerriglia sia decimata e isolata dal popolo.

Nella misura in cui la ricerca di una soluzione politica e dialogata al conflitto sociale e armato colombiano passa per la soluzione delle cause che lo hanno generato, le politiche del governo devono cambiare e muoversi in modo coerente e concorde con il supremo obiettivo della costruzione della Pace. La militarizzazione del territorio, la repressione poliziesca dei movimenti sociali e politici, la svendita delle risorse strategiche del paese a interessi esteri per attrarre “investimenti” a detrimento della vita dei colombiani e della sovranità e indipendenza del paese, non fanno altro che muoversi nella direzione opposta a quella della Pace e manifestano l'inadeguatezza di Santos di fronte all’opportunità storica rappresentata dai dialoghi dell'Avana.


20 luglio 2001: Carlo fino all'ultimo è rimasto davanti


Per Venerdi 20 luglio, il secondo giorno di mobilitazione contro il G8 a Genova, il corteo più grosso e più atteso, è quello dei    Disobbedienti , con partenza allo stadio Carlini.
Le tute bianche, hanno l'obiettivo di raggiungere la zona rossa per assediarla pacificamente.
Il corteo, composto da almeno diecimila persone si muove intorno alle 2, con i manifestanti alla testa, vestiti di gomma piuma, caschi e bottiglie di plastica legate alla meglio intorno agli arti, che sorreggono scudi per proteggere il resto dei manifestanti.

Intanto la violenza inaudita delle forze dell'ordine, incapaci di gestire l'ordine e mandate evidentemente allo sbaraglio inizia a manifestarsi contro il sit-in delle associazioni presente in Piazza Manin, caricato e gasato dai lacrimogeni all'improvviso.
Stessa sorte tocca al corteo delle tute bianche quando in via Tolemaide un plotone di carabinieri, (che poi si scoprirà trovarsi li per sbaglio), carica e riempie di lacrimogeni la testa del corteo che rimane imbottigliato senza via di fuga. A quel punto i manifestanti reagiscono iniziando violenti scontri con i carabinieri.

L'errore più grande però lo commette un gruppo di carabinieri che intorno alle 17.20 si sposta insieme a due jeep verso Piazza Alimonda per caricare i manifestanti ritrovandosi imbottigliato nella piazza. A quel punto i carabinieri provano ad arretrare ma le due camionette faticano ad invertire la marcia, tant'è che una delle due si incastra tra il muro ed un cassonetto. Da quel defender spunta fuori un braccio che punta una pistola ad altezza d'uomo. Un ragazzo, raccoglie un estintore nel tentativo di scagliarlo contro quella mano assassina, ma viene colpito in faccia da due colpi di pistola.

" ma Carlo fino all'ultimo è rimasto davanti fino ad alzarsi con un estintore in primo piano ci ha insegnato a vedere cos'è un essere umano"
Il ragazzo, è Carlo Giuliani, 23 anni residente a Genova. Quella mattina aveva in programma di andarsene al in spiaggia, ma il clima che si respirava in città gli fece cambiare idea e partecipare al corteo.
"E ora nella dignita' mi specchio, nella dignita' del fratello che era insieme a noi nel mucchio, lui ha lottato,quando ha avuto l' occasione non ha voltato gli occhi e questa é la lezione da insegnare nelle scuole,nei racconti che disegnano le sere cosa sparava in faccia quel carabiniere, io porto con me il nome di Carlo Giuliani, noi facciamo la storia mentre quelli fanno i piani"
La famiglia di Carlo e tutte le vittime dei pestaggi di Genova cercano ancora di avere giustizia a dieci anni di distanza.
Mentre gli sbirri responsabili di ciò tutto ciò che è accaduto a Genova in quei giorni se la cavano con condanne fasulle e continue promozioni.

" e non spegni il sole se gli spari addosso, non spegni il sole se gli spari addosso!"

Prepararsi al conflitto in autunno: Reddito e Casa!

Riceviamo e pubblichiamo (da Militant)
I movimenti per il diritto all’abitare provano a delineare la manifestazione nazionale del 19 ottobre su casa e reddito estendendola a tutti i fronti e i soggetti del conflitto sociale.

Si parla anche di sciopero generale.

Roma, venerdi pomeriggio. L’occupazione di viale delle Province – un moderno palazzo che ospitava degli uffici dell’Inps – ha ospitato una affollata assemblea popolare.

Vi si incontrano le figure sociali che ormai da mesi animano la nuova generazione del movimento di lotta per la casa:  immigrati, giovani coppie italiane, studenti e studentesse universitari. Con due Tsunami tour, il primo il 6 dicembre, il secondo il 6 aprile, hanno occupato una ventina di edifici e in moltissimi di questi hanno resistito agli sgomberi consolidando le occupazioni, il coordinamento reciproco, le attività interne e le iniziative di lotta esterne. L’ultima è stata la giornata nazionale del 18 giugno scorso contro gli sfratti e per la moratoria che ha portato l’azione fin dentro gli Unep, le sezioni dei tribunali civili che si occupano degli sfratti.

L’occupazione delle case non risolve solo il problema di avere un tetto sulla testa, ma produce anche un recupero di reddito che prima
finiva nelle tasche dei proprietari, degli enti o delle banche. “Gli sportelli territoriali sono sommersi dalle richieste di venire ad occupare o di picchetti contro gli sfratti. Come crescere e produrre altri risultati?” si è chiesto Paolo Di Vetta dei Blocchi Precari Metropolitani aprendo l’assemblea. “Con lo tsunami abbiamo posto il problema della casa ma anche quello del reddito, dell’aumento delle tariffe e della qualità della vita generale”.  L’obiettivo è quello di arrivare ad una grande manifestazione nazionale per il prossimo 19 ottobre che raccolga tutte le istanze del conflitto sociale contro le misure del governo, i diktat europei, la rendita finanziaria.  “La lotta per la casa parla lo stesso linguaggio dei No Tav in Val di Susa o dei No Muos in Sicilia, è una difesa del territorio contro il suo sfruttamento” ha sottolineato Di Vetta.  Quindi una manifestazione che non nasca con il solito comitato promotore che si aggrega su quella data e poi basta ma un percorso convergente di conflitto sin da adesso.

Subito dopo è Guido Lutrario della Usb a prendere la parola. Ricorda come la data del 19 ottobre avanzata dai movimenti di lotta per la casa sia stata accolta e rilanciata dal recente congresso della Usb a Montesilvano. “In Italia deve accadere quello che è accaduto negli altri paesi europei come la Spagna e che adesso accade in Turchia e in Brasile, dobbiamo creare una aspettativa concreta alla voglia di ribellarsi della gente”.  Lutrario annuncia che a breve nei sindacati di base e conflittuali si sta discuterà una proposta di sciopero generale per l’autunno e che potrebbe in qualche modo incrociarsi con la mobilitazione annunciata dai movimenti di lotta per la casa. “Una o più giornate di lotta con l’occupazione delle piazze e un manifesto comune per il cambiamento sociale del paese”.

Luca Fagiano del Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa sottolinea come il movimento di lotta per l’abitare non può prendersi da solo la responsabilità per tutti nell’agire il conflitto sociale. “La sfida è aggiungere alle lotte territoriali e per i beni comuni qualcosa che dia una spinta generale per impedire il saccheggio delle nostre vite”. Luca evoca tra gli applausi la contraddizione tra il dogma della legalità – anche quello “grillino” – e l’illegalità di massa che spesso diventa soluzione dei problemi e affermazione di giustizia.

Nel dibattito si aggiungono gli interventi di Fabrizio Nizzi di Action che indica la necessità di affiancare alle lotte anche una proposta politica.
Si alternano poi gli interventi delle nuove generazioni e della nuova dimensione della lotta per il diritto all’abitare come quello di Francesco uno studente universitario dell’occupazione dello studentato “Degage” che rivendica il fatto che la lotta paga anche sul piano delle occupazioni abitative studentesche che segnano una azione di contrasto della speculazione abitativa sugli studenti. Interviene poi un’altra occupazione giovanile come “Alexis” dedicata allo studente greco ucciso dalla polizia nei mesi precedenti all’inizio del grande conflitto contro i diktat della Troika.
Quando avviene in Turchia o in Brasile viene evocato un po’ in tutti gli interventi. Una sorta di staffetta ha visto il conflitto passare dai paesi Pigs dell’Europa ai paesi emergenti, i Brics. Nei primi si cerca di difendere diritti sociali che vengono pesantemente attaccati dai diktat europei, nei secondi la crescita economica ha creato aspettative sociali crescenti ma disattese dalla permanenza dentro i meccanismi della finanziarizzazione.

Tutti d’accordo sulla manifestazione nazionale del 19 ottobre, a patto che la sua costruzione e la sua realizzazione non segua una certa liturgia che in qualche modo ha caratterizzato le manifestazioni dell’autunno. Un primo passo è fatto, si tratta di andare a verifica sulla sua costruzione.


NoTav. La procura ordina, la questura esegue




Sabato 20 Luglio 2013 13:23 
 
Dopo la lunga notte di lotta attorno al cantiere, il movimento No Tav si è subito attivato per costruire la solidarietà attorno agli arrestati e denunciare pubblicamente l'atteggiamento criminale tenuto ieri sera dalle forze dell'ordine.
Il bilancio dei fermati di ieri sera è stato di 9 persone ma per due di loro, Marta, attivista pisana, e un ragazzo milanese di soli 17 anni, non è stato confermato l'arresto; entrambi sono stati portati ieri in ospedale per le pesanti ferite causategli dall'aggressione della polizia: Marta è stata rilasciata oggi con un braccio rotto e alcuni punti di sutura al labbro mentre il giovane milanese si trova ancora ricoverato.
Gli altri sette si trovano invece tutti al carcere delle Vallette di Torino in attesa di sapere se gli arresti verranno convalidati o meno (la decisione verrà presa tra oggi pomeriggio e lunedì). Tutti quanti sono stati tratti in arresto nei pressi del ponte della Clarea, dove la celere ha aggredito le centinaia di persone che tentavano di raggiungere il cantiere facendo partire una carica a freddo e assolutamente immotivtaa e poi rincorrendo a lungo i No Tav spezzando il corteo in due parti e saturando l'aria con i gas lacrimogeni fin dentro il paese di Giaglione.

Sono diverse decine i No Tav che sono rimasti feriti in modo anche grave durante la carica per le manganellate ricevute o per i colpi dei lacrimogeni sparati come sempre ad altezza uomo. Alcuni di loro sono attualmente ricoverati all'ospedale di Susa.

Da rimarcare anche le responsabilità della Procura che ieri sera era presente all'interno del cantiere nelle figure degli ormai immancabili pm Rinaudo e Padalino, protagonisti di un vero e proprio accanimento contro i movimenti e in particolare contro il No Tav. Procura complice della questura (e viceversa), nella figura di Petronzi, dirigente della digos che, ringalluzzito dalla dichiarazione effettuata nella giornata di ieri durante l'udienza del maxi-processo, ha proseguito sul campo le sue intenzioni criminali di accanimento contro i NoTav.

Per ribadire una volta di più che non sarà certo l'inasprimento della stretta repressiva o l'atteggiamento sempre più spregiudicato delle truppe di occupazione a fermare il movimento e impedire ai No Tav di tornare a solcare i sentieri della val Clarea, per questo pomeriggio è stata convocata una conferenza stampa nella quale verrà chiesta l'immediata liberazione degli arrestati e verrà reso pubblico quanto realmente accaduto ieri sera attorno al cantiere.

L'appuntamento è per le 15 al presidio di Susa, seguiranno aggiornamenti.
Ennio, Luke, Marcello, Piero, Matthias, Gabriele, Alberto liberi tutti!


Passeggiata notturna No Tav, DIRETTA

Venerdì 19 Luglio 2013 19:34 
Passeggiata notturna organizzata dal movimento No Tav questa sera per dare corpo ad un'estate di lotta che si preannuncia ancora lunga...Seguite qui la diretta.
Aggiornamenti:
04.28. Poco alla volta tutti i No Tav stanno rientrando dai boschi. Chiara è la determinazione di centinaia di #notav che ancora presidiano il piazzale di Giaglione. L'invito è quello di portare ai resistenti cibo e bevande calde.
Sta per concludersi una notte che ha saputo dimostrare che il movimento No Tav non rinuncia alla lotta e anzi rilancia, oltre i divieti e la violenza della polizia. 
02.35 Posto di Blocco con Digos a Mompantero zona santuario del Rocciamelone
02.31 Posto di blocco all’uscita dal centro abitato di Susa verso Bussoleno.
02.22.Il grosso dei notav è al campo sportivo di Giaglione, si attende chi sta tornando dai sentieri dei boschi!
02.11. Segnalato posto di blocco dopo i passeggeri verso susa, sullo slargo dove c'è il monumento della Susa-Moncenisio.
02.04. Giunge notizia di diversi feriti tra i #notav.
01.53. Testimonianze parlano di gruppi di notav nei boschi alle prese con i "cacciatori" dei carabinieri, ma il bosco lo conosciamo meglio noi...Forza No Tav!
01.41. Rainews24 parla di 9 fermati #NoTav.
01.41. Un primo gruppo di No Tav sta rientrando a Giaglione. Altri rimangono ancora nei boschi. Le notizie ora sono di nove fermi tra cui una compagna.
01.20. Il gruppo dei #notav spezzato in due dai cordoni della polizia. Parte degli attivisti si sono rifugiati nei boschi. Lacrimogeni a iosa. 
01.10 Giunge voce di altri quattro notav fermati, ma la notizia è da verificare
1.06. Continuano le cariche sul ponte Clarea contro i No Tav che resistono. Le notizie sui fermi sono ancora poco chiare, a breve daremo conferma.
00.48. continua il fronteggiamento tra no tav e polizia. Giunge la notizia di due fermi.
00.37. La polizia è uscita dallo svincolo autostradale per provare a prendere i no tav rimasti indietro. I No Tav però rimangono compatti e non se ne vanno. Si parte e si torna insieme.
00.30. Molti i lacrimogeni sparati dalle forze dell'ordine verso il ponte e nei boschi. Il troncone dei notav sul ponte è stato invaso dai lacrimogeni, molti anziani fanno fatica a respirare. Nei boschi continua l'azione dei notav contro le truppe d'occupazione. Il movimento continua a rimanere compatto e determinato Atteggiamento nervoso delle forze dell'ordine che da subito utilizza i lacrimogeni sul lato del ponte.

00.14. Scontri in corso lungo l'area del cantiere. Si sentono scoppi e lanci di lacrimogeni. Diversi mezzi della polizia attestati all'altezza dell'uscita dell'autostrada ma i poliziotti non sono per ora usciti dai mezzi che rimangono fermi.
00.09. un gruppo di no tav si sta avvicinando al cantiere
00.05.la polizia ha superato il ponte ma i notav mantengono ancora la posizione a poca distanza
23.54. fuoco e fumo dalla galleria autostradale di Giaglione
23.20. sono oltre 500 i #notav che si stanno dirigendo verso il cantiere divisi in due tronconi.
22.52. Il corteo si è diviso in due tronconi, il primo che procede verso il ponte e il fiume presidiato dalle forze dell'ordine, il secondo che ha preso la via delle montagne.
22.25.I No Tav proseguono il cammino per i sentieri in direzione del cantiere. L'umore è alto, numerosi i cori No Tav!
Ricordiamo che quindici no Tav sono in stato di fermo presso la Questura di Torino. Fermati mentre in auto cercavano di raggiungere la valle, la loro posizione è ancora al vaglio...
22.06. Partiti adesso centinaia di Notav diretti al cantiere mentre le forze di polizia sono già uscite dalle reti e si sono attestati al ponte. Si preannuncia una lunga notte!
Ascolta Nicoletta del movimento notav:


21.37 Centinaia di persone, partite dal presidio di Venaus, stanno scendendo il sentiero di Giaglione in direzione del campo sportivo per unirsi a chi ha già raggiunto il concentramento.
21.23 Moltissime le persone al concentramento di Giaglione nonostante i numerosi posti blocco. Giovani e meno giovani, tutti con bandiere e simboli No Tav!
ore 20.29 Manca ancora mezzora al concentramento a Giaglione, ma sono già centinaia le persone che hanno raggiunto il presidio di Venaus. Sarà una serata di lotta per il Movimento No Tav!
Nonostante numerosi posti di blocco da Torino a Giaglione sono moltissime le macchine che, prendendo le strade dei paesi, stanno raggiungendo il luogo del concentramento. Segui qui la diretta e usa twitter per dare aggiornamenti con #notav

venerdì 19 luglio 2013

I successi militari curdi in Siria preoccupano Erdogan


Nel nord della Siria la guerriglia curda sconfigge i miliziani jihadisti sostenuti dalla Turchia. 

La strategia di destabilizzazione in Siria si ritorce contro Ankara?

* Fonte: TMnews 
 
Da oggi sventola la bandiera degli autonomisti curdi al confine tra Turchia e Siria, dopo che i militanti del Partito dell'Unione democratica (Pyd, il braccio siriano del Pkk) hanno strappato agli islamisti del Fronte al-Nusra, vicini ad al-Qaeda, la cittadina di Ras al-Ayin. 

E a breve i militanti curdo-siriani potrebbero proclamare l'autonomia da Damasco, secondo quanto riferisce la stampa turca. Una prospettiva che mette in difficoltà il governo Erdogan alle prese da maggio con un processo di pace, quello con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che potrebbe porre fine a un sanguinoso conflitto che dal 1984 ha fatto più di 40mila morti. "Il Pyd in Siria sta fondando uno stato" scrive oggi il quotidiano Milliyet. Secondo Turkiye, invece, i curdi stanno "spingendo l'acceleratore per la creazione di una regione autonoma nel nord del Paese" e tra pochi giorni "proclameranno l'autonomia". 

I gruppi armati curdi che controllano il Nord-est della Siria, un'area di fatto indipendente dal governo centrale da circa un anno, vogliono creare, ora, istituzioni indipendenti. Nel conflitto armato tra curdi e islamisti per il controllo dell'area negli ultimi giorni hanno perso la vita 29 combattenti secondo il rapporto del Network siriano per i diritti umani (SNHR).

Un ragazzo turco di 17 anni, Mahsun Ertugru, è stato ucciso da un colpo di mortaio sparato dal territorio siriano e 'sconfinato' a Ceylanpinar, piccolo centro a ridosso del confine con la Siria. Secondo Sedat Laciner, esperto di mondo arabo e Rettore dell'Università di Canakkale, citato dal quotidiano Zaman, i successi dei curdi in Siria rappresentano un pericolo per Ankara: "Se Assad avrà un ruolo nel futuro della Siria, la Turchia dovrà ancora fare i conti con il problema terrorismo, perché Assad potrebbe continuare a usare il Pkk e gruppi affini, per minacciare la sicurezza di Ankara". 

Non tutti concordano sul "pericolo curdo". Per Birol Akgun, ad esempio, del Centro di studi strategici (Sde) una regione autonoma curda in Siria non rappresenta un pericolo per la Turchia, ma al contrario potrebbe divenire una zona cuscinetto per evitare che gli scontri in corso in Siria sconfinino in territorio turco.

Il Pkk in un comunicato ha condannato gli attacchi dei militanti di al-Nusra contro gli alleati siriani, dietro cui vede la mano di Ankara. L'agenzia curda Firat vicina al Pkk ha pubblicato ieri sul suo sito le foto delle carte d'identità di tre cittadini turchi trovate dai militanti curdi a Ras al-Ayin in uno dei nascondigli usati dai guerriglieri islamisti prima della fuga. Una notizia riportata in prima pagina oggi dal quotidiano Hurriyet che ha intervistato i familiari di uno dei tre presunti militanti turchi di al-Qaeda, Ibrahim Özden, che hanno confermato che l'uomo ha lasciato casa da un mese e da allora non ha dato più notizie. 

Un'ipotesi, quella di un coinvolgimento diretto di Ankara nel conflitto in corso in Siria che potrebbe mettere in crisi il processo di pace tra governo turco e Pkk entrato a inizio luglio in una fase decisiva. Il ritiro in Nord Iraq dei militanti del Pkk che si trovano in territorio turco ordinato dal leader dell'organizzazione Abdullah Ocalan, iniziato l'otto maggio, prosegue senza intoppi. 

di Raffaele Sciortino
L’affare Snowden sta facendo da rilevatore di dinamiche geopolitiche cruciali che la crisi globale catalizza e rende sempre meno gestibili. Dunque gli States, cuore della finanza transnazionale, sono il centro di una rete globale di controllo. (Del resto la finanza non è fatta solo di click nello spazio virtuale, ha bisogno di complessi apparati territorializzati, economici politici militari, di consenso ecc.). 

Ma controllo, attenzione, non solo su nemici e avversari bensì su gran parte degli stessi alleati.

La questione va ben oltre la libertà della rete, questa macchina delle macchine che con tutte le sue ambivalenze appalesa un dispositivo di comando, tutt’altro che piatto come si vede, che sembra sfidare le più fosche distopie. Né è liquidabile - secondo la linea di difesa prontamente assunta sulla scorta di Obama dai filoatlantici europei - con l’argomento “così fan tutti” (i governi: pur vero, tralaltro molte delle “vittime”, o suoi apparati, sono al tempo stesso consapevoli collaboratori del big boss) o “tanto si sapeva” (vedi già il caso Echelon). Perché è cambiato il contesto complessivo - segnato oggi, nella crisi, dagli effetti destrutturanti per il sistema di questo concentrato di potenza - e con esso il grado dei contrasti tra gli attori, a tutti i livelli, e non da ultimo è mutata l’attenzione e la percezione da parte delle “plebi” su quanto sta accadendo.

Tre le questioni geo/politiche più rilevanti dell’affaire che qui è possibile solo sfiorare.

Innanzitutto, il colpo subito dal soft power statunitense: spiare le vite degli altri prima o poi ha un costo. Colpo grave alla luce della marcia di Washington, tortuosa ma inequivocabile, verso il contenimento della potenza cinese con tutto il contorno che giusto in questi giorni ci si dipana sotto gli occhi (offensiva di Obama in Africa, piani per un trattato transatlantico, destabilizzazione dall’interno e dall’esterno di aspiranti attori regionali nella cerniera che va dal Mediterraneo all’Asia Centrale passando per il Medio Oriente).

Secondo, la crisi sociale e morale degli Stati Uniti che Obama non solo non ha saputo stoppare ma ha in qualche modo aggravato, subordinandosi totalmente alla finanza too big to fail e alle esigenze di uno stato-guarnigione, inizia a produrre dei disertori se non ancora dei disfattisti all’interno della potenza imperiale stessa, e tra insospettabili bianchi. È vero, manca ancora quasi del tutto la forza d’urto di classe e di colore, ma il primo presidente americano nero della storia farebbe bene a cogliere l’avvertimento di Django Unchained, quasi complemento per ora virtuale di OWS.

Ma veniamo al terzo elemento, forse il più interessante. “Semplicemente” tra i paesi più spiati dagli Usa c’è la Germania, al livello di Pechino e Teheran, ed è tutto dire. In “fascia uno” come obiettivo quantitativo e qualitativo dell’attività di spionaggio dell’ Agenzia di sicurezza Us, Berlino al tempo stesso risulta collocata dai documenti interni statunitensi nella “terza categoria” dei partners, in pratica un potenziale nemico o comunque avversario. Non in termini militari, al momento, ma è significativa la messa sotto controllo degli snodi più sensibili dei dati relativi alle decisioni di finanza e imprese oltre che politiche. Nel paese questo sta scatenando una reazione ampia di cui non è ancora possibile prevedere gli effetti (anche sulle elezioni di settembre): in un certo senso l’opinione pubblica tedesca viene catapultata per questa porta geopolitica nello spazio di instabilità prodotto dalla crisi globale, dopo averne percepito solo indirettamente gli effetti economici rovesciati sulla pelle delle “cicale” del fianco sud dell’Europa. E non è detto che questa non sia la premessa di un coinvolgimento più diretto stanti le nubi che si riaddensano minacciose sull’economia globale.
Anche a causa di questi umori sociali il governo tedesco si è trovato costretto ad assumere toni formalmente duri (“ci trattano come i nemici durante la Guerra Fredda”) quali non si erano dati durante i precedenti, e non insignificanti, dissidi con Washington in questioni di politica estera (guerra in Iraq, dieci anni fa, aggressione alla Libia, sfumature differenti sulla Siria) e soprattutto di strategie di uscita dalla global crisis. Mentre i socialdemocratici cercano maldestramente di lucrare sull’affare in vista del voto, una parte dei circoli economici che contano -cui dà voce la testata conservatrice Faz- consiglia invece understatement in vista di una maggiore contrattualità nei negoziati per un accordo di libero scambio transatlantico (sulla cui valenza anti-cinese e comunque di tentativo statunitense di ricompattamento della propria traballante egemonia in ultima istanza a danno della stessa autonomia europea, non è dato sapere quanto abbiano le idee chiare a Berlino).

Cambiamo bruscamente visuale e vediamo sul tema la discussione a sinistra (da noi, ma il discorso potrebbe e dovrebbe allargarsi alla sinistra europea pur nella problematicità di tale categoria).
Troviamo su questo versante analisi sui dispositivi di controllo nonchè sui meccanismi di sfruttamento economico dei dati digitalizzati della Rete, denunce dell’intera operazione come conferma della non autonomia del progetto europeista verso Washington così come più scontati dietrologismi sul personaggio Snowden, riflessioni sul Grande Fratello, ecc. Ma a uno sguardo onesto non sfugge che l’aspetto del Datagate sottaciuto, o comunque non soppesato, praticamente da tutti è proprio il terzo che abbiamo richiamato. Eppure è così grosso che non sembra eccessivo parlare di vera e propria rimozione.

Interessante politicamente è provare a chiedersi cosa c’è dietro il rimosso.

Mettiamola così, pur in termini un po’ rozzi: il rimosso permette di non vedere la dinamica di divaricazione tra Washington e Berlino su tutti i nodi cruciali posti dalla crisi globale e in particolare lo scontro dollaro/euro, rendendo così possibile ridurre l’eurocrisi essenzialmente a una questione di egoismo/miopia/rigidità tedesca nei confronti del sud Europa. Praticamente la rimozione porta a concentrarsi su di una soluzione di compromesso: lottare “contro l’austerity” (e va bene!) ma in nome della (vecchia) ricetta keynesista che chiede all’Europa di creare moneta garantita dalla Bce come prestatore di ultima istanza. Fate come la Fed e riavremo la crescita!, diventa lo slogan, esplicito o implicito, da imporre in primis contro Berlino.
Già, peccato che nelle attuali condizioni creare moneta per l’Europa -e non per gli States che maneggiano il dollaro moneta mondiale!- equivale a creare debito da garantire con ulteriori espropriazioni dei beni comuni e, posto che vi si riesca, con una “crescita” resa possibile da un  incremento senza precedenti dello sfruttamento e dell’impoverimento. Oltretutto con la quasi garanzia di esporsi ancor di più agli artigli della finanza transnazionale che stando ai segnali a breve potrebbe puntare nuovamente sull’Europa (e sull’Italia in particolare). La “soluzione”, come in una nevrosi da manuale, intravede l’oggetto del desiderio ma su un piano sfasato, è non solo illusoria ma riproduce senza volerlo il meccanismo che la assoggetta. Senza contare poi le inevitabili “cattive compagnie” (da Soros a Berlusca… che si leccano i baffi a ogni iniezione di liquidità della Bce mentre alzano la voce contro Berlino) o ambivalenti “compagni di strada” che portando alle estreme conseguenze proprio il ragionamento di cui sopra spingono o spingeranno, in ottica nazionalista o peggio, per una fuoriuscita dall’euro. Convergendo gli uni e gli altri di fatto con i piani oltre Atlantico di dollarizzazione della sponda sud-europea (p.es. con acquisti in dollari creati ex nihilo dei titoli di stato italiani e spagnoli, come da indiscrezioni).

Fuor di metafora: non ci sono scorciatoie, lottare contro la crisi non è facile né come percorso di ricomposizione di soggetti né come programma e alternativa. È certo necessario scoprire le carte schifose e ipocrite di questa Europa ma non è sufficiente, tanto meno se si mette tra parentesi lo scontro con gli States. 

In gioco è la ricerca di una via autonoma, di classe e di parte, che invece di rincorrere (improbabili) briciole da un rinnovato indebitamento e da vecchie ricette provi con percorsi anche inediti di lotta a riappropriarsi della ricchezza. Per una “crescita” della nostra capacità di produrre relazioni sociali che rompano il meccanismo del mercato e del potere, e non come ulteriore sottomissione ad essi. 

Se e in che misura questo percorso può intrecciarsi con la costituzione di una sinistra in Europa e a quali condizioni, è un discorso che andrà ripreso.
dieci luglio ’13

Su questo tema vedi:

Finti sindacati, vero sfruttamento

La drastica riduzione del numero degli iscritti ai sindacati negli Stati Uniti è il prodotto di una  prolungata, sistematica persecuzione di coloro che osano organizzarsi per tutelare i propri interessi: persecuzione da parte delle imprese, ma anche di una serie di leggi federali e statali che limitano in vari modi il diritto di coalizione.
Sono pochi i sociologi e gli economisti che non riconoscano che questa guerra contro i sindacati è stata una delle cause fondamentali del peggioramento dei livelli di reddito e delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subordinate americane.

In particolare, la perdita dello scudo sindacale ha fatto sì che le imprese abbiano potuto “alleggerirsi” di una cospicua quota di dipendenti assunti a tempo pieno – i soli che possano godere di copertura sanitaria e pensionistica in un Paese tradizionalmente avaro nel concedere diritti sociali – mentre le esigenze di organico venivano sempre più risolte attraverso contratti a tempo determinato, generando un esercito di oltre venti milioni di freelance.

Non stupisce quindi che, come racconta un lungo servizio del “New York Times”, l’unica organizzazione sindacale che possa oggi vantare un rapido aumento degli associati  (200.000, metà dei quali nello Stato di New York) sia la Freelancers Union, la cui fondatrice nonché leader indiscussa si chiama Sara Horowitz.

Come è riuscita questa impavida eroina della riscossa sindacale a fronteggiare l’arroganza padronale, riconquistando il diritto dei lavoratori a contrattare salari e altri diritti? La risposta è che, in realtà, non c’è affatto riuscita, nel senso che come spiega lei stessa rispondendo alle domande dell’autore dell’articolo, la Freelancers Union non è un sindacato nel senso classico del termine, bensì qualcosa di simile alle vecchie gilde professionali, un organismo che non ha – né rivendica – alcun potere di contrattazione con i padroni, ma serve esclusivamente a raccogliere fondi per finanziare l’erogazione di servizi – primo fra tutti l’assistenza sanitaria – che resterebbero altrimenti fuori portata per i lavoratori “autonomi” (le virgolette sono d’obbligo, visto che stiamo parlando di rapporti di lavoro dipendente mascherati: basti ricordare che il 58% degli associati alla Freelancers Union guadagna meno di 50.000 dollari l’anno, mentre il 29% resta sotto i 25.000).

Ovviamente non c’è nulla di male nel richiamare in vita quelle forme di mutuo soccorso che, nella vecchia Europa, furono i primi embrioni di organizzazione della nascente classe operaia. Non ci si può che rallegrare che, in questo modo, sia possibile allentare la morsa della crisi sulle fasce di lavoratori più esposte agli effetti devastanti della “flessibilizzazione” imposta dal capitale.

Rallegra meno il fatto che la Horowitz, assieme all’autore dell’articolo e ad altri commentatori, concepiscano questa impresa non come il primo passo verso una restaurazione del diritto di contrattazione, bensì come un’alternativa esplicitamente “mercatista” all’idea stessa di organizzazione sindacale: la Freelancers Union si concepisce a tutti gli effetti come un’azienda (sia pure non profit, anche se il reddito annuale dichiarato dalla Horowitz è decisamente meno magro di quello dei suoi associati) nata per erogare servizi non ai membri di una classe sociale bensì a soggetti individuali che vengono rappresentati come “imprenditori di sé stessi”.

Finché questo equivoco non verrà spazzato via (non solo in America, ma in tutti i Paesi dove simili pratiche di camuffamento del rapporto sociale di sfruttamento sono in continua espansione) non ci saranno speranze di una vera ripresa del potere dei lavoratori che, per definizione, non può essere che collettivo.

Carlo Formenti

I Balcani dopo il fallimento della Transizione

Il 20 febbraio scorso il primo ministro bulgaro Borisov rassegna le dimissioni, affermando di non voler guidare un esecutivo che reprime la propria popolazione. Le dimissioni arrivano a causa delle grandi mobilitazioni di piazza convocate per protestare contro l'aumento dei prezzi delle utilities. Manifestazioni terminate in scontri, che avevano come obiettivo e rivendicazione principale la richiesta di dimissioni del governo. Le misure propedeutiche all'ingresso nell'UE hanno portato all'assunzione da parte di Sofia di politiche di austerity pesantissime per la popolazione, già stremata dallo schizzare dei prezzi di gas ed elettricità, in una fase di recessione e di disoccupazione galoppante. Le politiche di austerity di Bruxelles già viste all'opera in altri stati hanno effetti devastanti anche qui, nella Bulgaria post-socialista sospesa tra un passato troncato di netto e un presente sull'orlo del precipizio.

La Bulgaria non è l'unico stato dei Balcani e dell'Europa Centrale ad avere una simile situazione sociopolitica. Romania, Albania, Croazia, Slovacchia,Slovenia, sono tutti paesi dell'area centroeuropea che hanno visto forti mobilitazioni sociali negli ultimi anni, dovuti piu che altro all'insostenibilità delle misure di austerity e allo strapotere delle grandi imprese che gestiscono le utilities a livello transnazionale (Evn, Cez, Energo Pro) e che scaricano i costi della crisi sugli strati più deboli della popolazione con l'appoggio delle politiche governative.

Le proteste non hanno avuto la stessa eco mediatica della situazione greca, o delle proteste crescenti in Spagna, Portogallo e Italia, non essendo stati fondamentali negli equilibri mondiali come quelli appena citati. Eppure queste zone sembrano avere tutte le condizioni per essere delle vere e proprie polveriere, all'interno del fallimento della BalkanPolitik europea che sulle macerie post-1989 ha via via cercato di integrare i Balcani con politiche di stampo neocoloniale.

La cosiddetta Transizione sta crollando su sè stessa, insieme alle promesse da "fine della storia" che in una vera e propria nemesi hanno preso la forma dello strangolamento propedeutico all'accesso nell'eldorado UE. Privatizzazioni, riduzioni di salari, nuove tasse, tagli al welfare sono le politiche applicate a livello universale, dei veri e propri dogmi dettati da Bruxelles che ne ha fatto la base della sua strategia politica nell'area, con effetti disastrosi.

La soluzione del rifiuto del debito, così come quella della nazionalizzazione delle compagnie energetiche sono osteggiate dagli stati centroeuropei che adducono le motivazioni del peso che questo processo avrebbe sulle finanze pubbliche, sugli investimenti stranieri, sulla credibilità internazionale. Insomma, sulle condizioni di dipendenza dettate dal neoliberismo all'occidentale, il vero sistema economico e politico sotto attacco in Centro Europa, sia che prenda le forme dei memorandum greci, dell'aumento delle tariffe bulgare, della dilagante corruzione slovena e cosi via.

Ma non c'è solo Bruxelles a contare nell'area.

A livello geopolitico anche gli interessi russi sono evidenti: attraverso il controllo delle forniture di gas Putin riesce a tenere sotto la sua morsa non solo l'Ucraina e la Bielorussia ma anche gran parte dell'Europa in ebollizione: una direttrice strategica della politica estera russa invariata nel corso degli anni.

L'instabilità politica bulgara è preoccupante per Mosca, che ha in cantiere la costruzione del gasdotto South Stream: la proposta di Putin potrebbe allora essere quella di concedere temporanei sconti nella fornitura di gas ai bulgari (sul cui territorio passerà il gasdotto) per calmare la mobilitazione sociale. Una mobilitazione che spaventa anche Bruxelles, che è però anche il più grande promotore del progetto Nabucco, ovvero di un oledotto concorrente al South Stream, che passa anch'egli dal territorio bulgaro e sul quale si gioca una grande battaglia sotterranea con la Russia.

Una situazione geopolitica intricata, nella quale le mobilitazioni sociali hanno dimostrato di poter contare molto e di potersi ergere a elemento destabilizzante di guerre di potere che avvengono ai piani alti ma che concordano nel costruire un futuro di impoverimento massificato basato sulle dottrine dell'austerity.
Tutte mobilitazioni sociali slegate dalla dimensione partitica e sindacale, a trazione giovanile, che non sopportano più le conseguenze sociali di questo sistema economico e che notano la dimensione transnazionale del conflitto. Basti pensare allo sciopero generale svoltosi in Grecia immediatamente dopo le dimissioni di Borisov con la parola d'ordine di cacciare il governo Samaras. Oltre a quella contro i tagli e al debito, la lotta alla corruzione ha dimostrato di essere un elemento potenzialmente massificante e ricompositivo.

Estate 2013 nelle carceri in Italia

PER NON DIMENTICARE MAI MAI CHI SOFFRE
Il “coordinamento dei detenuti” nato in maniera spontanea alla vigilia della manifestazione nazionale di Parma del 25 maggio 2013 è intenzionato a portare avanti la mobilitazione contro le condizioni disumane e tutte le barbarie del sistema penitenziario italiano.

La data del 25 maggio è stata un punto di svolta per le nostre lotte, sia dentro che fuori queste mura c’è stata una forte presa di coscienza e le tante testimonianze di solidarietà hanno riscaldato i nostri cuori e resi consapevoli di non poter restare indifferenti dinnanzi ad una situazione non più tollerabile, per la quale anche gli organi internazionali hanno condannato il nostro paese.

In concomitanza con lo sciopero di Parma più detenuti hanno intrapreso diverse forme di protesta come lo sciopero della fame, del carrello, battiture e raccolte di firme, ma le evidenti difficoltà di comunicazione hanno impedito una più ampia adesione. Questo non ci scoraggia, anzi, ci stimola a fare meglio e a impegnarci di più, perché siamo consapevoli, ora più che mai, che solo la lotta paga.

Abbiamo deciso pertanto di proclamare una mobilitazione nazionale per il mese di settembre, che avrà inizio il giorno 10 e fine il giorno 30 dello stesso mese.

E’ nostra intenzione far sentire la nostra voce e protestare contro la situazione esplosiva delle carceri italiane, la quale vede un sovraffollamento intollerabile con detenuti ammassati in celle lager, in condizioni igieniche e strutturali al limite dell’indecenza, speculazioni sui prezzi della mercede, sfruttamento vero e proprio nei confronti dei detenuti cosiddetti “lavoranti”, trattamenti inumani di ogni sorta, abusi di qualsiasi genere e troppo, troppo altro ancora.

Non possiamo inoltre esimerci dal protestare contro tutte quelle forme di tortura legalizzata in cui versano gli internati nei regimi di 41bis, 14bis e Alta Sorveglianza, che vengono quotidianamente uccisi, psicologicamente e fisicamente. Chiediamo quindi l’abolizione di questi strumenti degni della peggior dittatura e l’abolizione della legge Cirielli.

E’ bene precisare che noi, con questa forma di protesta estrema, non chiediamo sconti di pena o benefici, se arrivano serviranno ad alleviare le sofferenze di molti detenuti e ad impedire all’Italia di pagare multe salate, ma interventi concreti che mirino al rispetto dei diritti naturali dell’essere umano e dell’art. 27 della Costituzione.

Per la riuscita della mobilitazione invitiamo tutti i fratelli detenuti ad aderire allo sciopero, attuando dal 10 al 18 settembre lo sciopero della fame e dal 18 al 30 forme di protesta da loro concordate e ritenute più idonee (consigliamo anche la raccolta di firme e la stesura di comunicati). Inoltre, ci appelliamo a tutti i movimenti, singoli cittadini, famigliari dei detenuti, organizzazioni politiche e non di essere la nostra voce fuori da queste mura e quindi sostenere le nostre rivendicazioni, creando una rete solidale, informando quante più persone possibili, diffondendo in modo capillare questo comunicato e informazioni relative alla protesta; di valutare forme di lotta all’esterno delle carceri e l’organizzazione di un corteo nazionale.

Il primo passo per spezzare queste catene è rompere il muro dell’indifferenza.

La solidarietà è un’arma, usiamola.

(*) Chiediamo a tutti i detenuti che leggeranno questo comunicato di dare il massimo impegno e di ricopiare il testo spedendolo ai loro conoscenti detenuti in altre strutture.