Comunicato di pubblica resistenza al DDL intercettazioni

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall'Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come "ddl intercettazioni".

Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d'indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all'interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all'informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

Questo sito si dichiara altresì .. per imprescindibili motivi sia etici che politici .. deberlusconizzato .. demontizzato .. degrillizzato

sabato 24 novembre 2012

BOMBE NUCLEARI USA IN ITALIA: DESTINAZIONE ISRAELE

27.8.12  -  di Gianni Lannes
 
 
 
Non c’è freno all’orrore che dilania la Palestina. 
 
Dopo i cecchini addestrati a menomare i bambini sparando agli occhi,  dopo le bombe al fosforo, gli ordigni a grappolo e all’uranio impoverito,  Tsahal sperimenta una novità sulla pelle di un milione e mezzo di palestinesi rinchiusi nei lager di nuova generazione. Causano un’esplosione radioattiva di breve raggio. In teoria limitano i danni collaterali.   
 
L’acronimo è “Dime” (Dense Inert Metal explosive). E’ un involucro in fibra di carbonio imbottito con tungsteno, cobalto, nickel o acciaio. Queste bombe rilasciano micro-schegge che tranciano tessuti molli e tendini. I feriti sono così destinati a morte sicura, poiché le schegge impercettibili restano nel corpo, provocando il cancro. 
 
L’ atomica in miniatura - ideata e fabbricata negli Stati Uniti d’America - viene attualmente utilizzata a Gaza dall’esercito israeliano sui civili palestinesi. 
 
La notizia del giorno è disarmante. Una gola profonda rivela: “Le Dime sono stoccate in Italia, nella base di Camp Darby in provincia di Livorno”. Una conferma indiretta all’accordo militar-commerciale stipulato dal governo Berlusconi con lo Stato israeliano. Ovviamente, dietro la regia dello zio Sam. Si attende urgente smentita del primo ministro Monti Mario, con prove alla mano verificabili dall’opinione pubblica. 
 
In ogni caso l’Italia conferma la sua sovranità azzerata.

Le Monde - Come riporta il quotidiano francese del 13 gennaio 2009: «Due medici norvegesi presenti a Gaza affermano di “aver visto delle vittime provocate da un nuovo tipo di arma, le DIME”. Dei feriti di un tipo nuovo –adulti e bambini le cui gambe non sono altro che dei moncherini bruciati e sanguinolenti- sono stati mostrati in questi ultimi giorni dalle televisioni arabe che trasmettono da Gaza. Domenica 11 gennaio, sono stati due medici norvegesi, i soli occidentali presenti nell’ospedale della città, che ne hanno dato testimonianza. I dottori, Mads Jilbert e Erik Fosse, che intervengono nella regione da una ventina d’anni con l’Organizzazione non governativa norvegese Norwac, sono potuti uscire dal territorio della città con 15 feriti gravi, attraverso la frontiera con l’Egitto. Non senza alcuni ultimi ostacoli: “Tre giorni fa, il nostro convoglio, per di più condotto dal Comitato internazionale della Croce rossa, è dovuto tornare indietro prima di arrivare a Khan Younis, dove alcuni dei carri armati hanno sparato per stopparci”, hanno detto ai giornalisti presenti ad Al-Arish. Due giorni piu tardi, il convoglio è riuscito a passare ma i medici e l’ambasciatore norvegese venuto ad accoglierli, sono stati bloccati tutta la notte “per ragioni burocratiche” all’interno del terminal della frontiera di Rafah, semi-apertounicamente per alcune missioni mediche (…) “All’ospedale al-Shifa, di Gaza, non abbiamo visto delle bruciature al fosforo, né dei feriti da bombe a sottomunizioni (cluster bombs). Abbiamo visto ferite di cui abbiamo tutte le ragioni di pensare che siano state provocate da un nuovo tipo di arma, sperimentato da militari americani e conosciuta sotto l’acronimo DIME –(Dense Inert Metal Explosive)” hanno dichiarato i medici. Piccole bolle di carbone contenenti una lega di tungsteno, cobalto, nichel e ferro, queste armi hanno un enorme potere esplosivo, che si dissipa nell’arco di 10 metri. “A 2 metri il corpo è tagliato in due; a 8 le gambe sono tagliate, bruciate come da migliaia di punture d’ago. Non abbiamo visto i corpi scarnificati ma molti amputati. Ci sono stati casi simili nel Libano del sud nel 2006 e ne abbiamo visti a Gaza lo stesso anno, durante l’operazione “Pioggia d’estate”. Alcuni esperimenti su dei ratti hanno mostrato che le particelle che restano nel corpo sono cancerogene” hanno spiegato i medici (…) “i feriti non hanno nessuna traccia di metallo nel corpo, ma delle strane emorragie interne. Una materia brucia i loro vasi e provoca la morte senza che noi possiamo fare nulla”.  
Effetti mortali - «Siamo in contatto con medici che operano anche nella Striscia di Gaza, abbiamo visto immagini, già fatto studi approfonditi sulle armi utilizzate dagli israeliani in Libano nel 2006 e siamo arrivati alla conclusione che le ferite che vediamo oggi a Gaza sono identiche a quelle in Libano; e allora vennero utilizzate ‘Dime’ e fosforo bianco»: dichiara Paola Manduca, docente universitaria di genetica e rappresentante del ‘New weapons committee’ di Genova, un gruppo di accademici, ricercatori e studiosi di tutto il mondo che studia gli effetti degli ultimi ritrovati dell’industria bellica sugli individui e sulle popolazioni. «
 
I Dime - confermala Manduca - sono un prodotto dell’industria americana di cui si conosce l’esistenza dal 2004 ma che teoricamente non dovrebbero essere in commercio se ci si attiene alle dichiarazioni ufficiali; in realtà il loro impiego nel 2006 da parte degli israeliani in Libano è stato accertato». La rappresentante del ‘New weapons committee’ spiega che i ‘Dime’ sono ordigni studiati per la guerra urbana e considerati dai loro ideatori ‘strumenti adeguati’ per ridurre i danni collaterali perché hanno una potenza controllabile e una forza distruttiva che in genere varia tra i cinque e i 10 metri. 
 
«I ‘Dime’ - continua la Manduca - contengono nano-particelle di materiale pesante che a seconda della foggia del contenitore vengono diffuse in maniera omogenea o secondo alcune particolari forme; i tanti casi di amputazione sono probabilmente dovuti a ‘Dime’ che rilasciano le particelle plasmandole come una lama che trancia di netto qualunque cosa trovi all’interno del suo raggio di azione; ecco perché tante persone, bambini e donne, vengono ritrovati con braccia e gambe amputate, ma senza nessun frammento nel resto del corpo; anche l’innesco può essere modificato in base alle necessità. 
 
Volendo paragonare i ‘Dime’ a qualcosa che ci è più familiare, provate a immaginare delle accette giganti lanciatevi contro a folle velocità». Sembra fantascienza, continua la docente genovese, ma sono armi reali che uccidono o lasciano con gravi disabilità chi viene colpito.

Sui nazisti che strumentalizzano la lotta palestinese

Il raid contro i tifosi del Tottenham sulla base della comunanza dei partecipanti a gruppi antisemiti, apre uno squarcio su di un problema che è molto forte a partire dalle tifoserie neo-naziste negli stadi, ma che riguarda tutto il fronte neo-nazi:  la questione della strumentalizzazione della destra del dramma del popolo palestinese.

Il sottotitolo di queste osservazioni potrebbe essere:  CHI PROMUOVE ANTISEMITISMO IN EUROPA E' IL MIGLIOR ALLEATO DEL SIONISMO!

Vediamo se riusciamo a capirci sui termini e vedremo come le conseguenze siano inevitabili.

Noi diciamo che ebraismo e sionismo sono due questioni differenti e separate:  il governo israeliano cerca da sempre di mettere insieme le due cose e tutta la comunicazione main-stream attraverso le massime cariche istituzionali, da Napolitano in giù, giustificano il sionismo proprio accomunandolo alla religione ebraica, quindi alla “questione ebraica”, quindi al razzismo antisemita.

L'unificazione e l'appiattimento della cultura del mondo ebraico intorno alla questione del sionismo è un meccanismo culturale usato dal potere per difendere il sionismo:  ogni atto che aiuti a sostenere la logica di questo meccanismo comunicativo è una logica che rafforza la propaganda sionista.

Chi pensa che la Sinagoga o chi la frequenta siano di per sé luoghi o soggetti passibili di polemica politica, di fatto è un filosionista inconsapevole oppure consapevole:  in sintesi è un nemico.

Vediamola da un altro punto di vista.
Tutta la questione della legittimità dello stato di Israele, ruota attorno alla questione dello sterminio europeo procurato dalle teorie di purezza razziale naziste e fasciste.

Tuttavia le persecuzioni antiebraiche avvenute in Europa, vantano una tradizione che risale a ben prima dell'anno 1000 grazie alla tradizione più che millenaria dell'antiebraismo cristiano:  se fosse mancata questa tradizione antica, anche l'interpretazione data nel '900 dal nazismo e dal fascismo, non avrebbe potuto radicarsi e trovare terreno fertile.

La speranza fondamentale del sionismo di stato israeliano è che ci sia una recrudescenza europea dell'antisemitismo, perché è l'unica arma propagandistica attraverso la quale possono tentare di legittimare lo sterminio dei palestinesi.  Più prosaicamente, sarebbe anche l'unico modo per trovare carne fresca per il loro esercito:  una nuovo esodo dall'Europa verso Israele è quello di cui i militaristi israeliani hanno vitale necessità. 

Se potessero farebbero loro propaganda antisemita in Europa e non si può escludere che i servizi segreti israeliani o ambienti ebraici filo-sionisti sponsorizzino forze neo-naziste in occidente.

Stiamo parlando del futuro prossimo legato alla vita di migliaia di persone in Palestina ed in Europa, per questo non si possono tollerare questi fenomeni quando riguardano gli stadi, per esempio, come “superficialità popolare” e pensare che chi fa una battuta antisemita e poi ci mette di fianco una affermazione filo-palestinese è magari solo una persona ignorante:  questo è politicamente completamente e radicalmente sbagliato, su queste cose l'ignoranza non è ammessa e NON DEVE essere tollerata in alcun modo.

Capire che lo stato israeliano è una struttura con caratteristiche coloniali, che ha storicamente ricoperto il ruolo di difesa di precisi interessi di dominazione dell'area da parte del potere statunitense ed in parte europeo, è l'unica strada che ci permette di spogliare lo stato ebraico di ogni velleità morale e di giudicarlo per quello che realmente è:  
il tassello di un disegno di dominazione costruita attraverso un costante gradiente di tensione militare, attuato con una espansione territoriale lenta, progressiva e mai terminata.

Ciò che avviene da decenni in Palestina rappresenta uno dei peggiori frutti dell'efferato colonialismo europeo, reinterpretato in seguito attraverso la dominazione statunitense che ha conteso all'Europa il primato.

Se accettiamo questo fatto, allora capiremo che esistono interessi concreti di aziende concrete nel nostro paese, che prosperano grazie al fatto che l'Italia è compartecipe della spoliazione del territorio mediorientale, che è parte attiva del commercio di armi internazionale, che è un'altra delle basi militari statunitensi che si protende verso il controllo del mediterraneo. 

Ecco perché il paese in cui viviamo è dominato da uno stato che si è fatto partner militare di Israele:  non ci sono innocenti.

La questione è più complessa e più difficile e gli interessi soggiacenti richiedono una battaglia ben più pericolosa di sfregi contro le Sinagoghe come avvenuto in questi giorni a Parma o di aggressioni di gruppi uniti dall'antisemitismo come avvenuto a Roma:  è ovvio che per noi queste cose sono fenomeni da combattere senza esclusione di colpi e non possono trovare comprensione.

Infine la storia ci insegna che l'antisemitismo, rilanciato in chiave moderna dal neo-nazismo di ritorno attraverso la narrazione legata al signoraggio bancario, è un modo fondamentale per difendere il sistema.  Lo è stato fin dal suo nascere con grande fulgore nel medioevo, poi reinterpretato attraverso le teorie eugenetiche del secolo scorso, infine ora viene ripresentato camuffato attraverso la descrizione della dominazione dei cattivi banchieri.

Se ci pensiamo, l'idea che il sistema funziona male perché dietro le banche ci sono dei personaggi malvagi, è un modo per eliminare la critica radicale al sistema.

Infatti le alternative sono due:
  • le banche sono governate da personaggi malvagi, ecco perché il sistema funziona male:  cambiando o sbarazzandosi di queste persone, potremmo stare tutti benissimo (pur preservando la necessità della dominazione e le strutture portanti del sistema);
  • oppure certi tipi di persone, che si sviluppano a prescindere dalla religione o dal genere, hanno successo perché il sistema capitalista necessita della produzione di una certa tipologia di esseri umani. Necessita di persone portatrici di una mentalità che osserva l'umanità con la stessa partecipazione attraverso la quale si considera una variabile statistica.  Dunque non basta l'analisi della perversione del sistema bancario, perché perversione NON è, ma solo una delle espressioni di un sistema economico che funziona in base a criteri che producono anche il sistema bancario moderno.
La prima risposta è quella di chi cerca un qualche capro espiatorio su cui scaricare l'odio, per poter preservare lo status quo:  è una risposta reazionaria di destra.
La seconda risposta rende chiaro che non possiamo limitarci a prendercela con qualche banchiere potente, ma che dobbiamo destrutturare e rivoluzionare dalle fondamenta un sistema che prevede la schiavitù, salariata e non, come criterio fondamentale di riproduzione del meccanismo stesso. 

Questa è la visione necessaria alla sinistra rivoluzionaria.

Ogni errore tattico, è un regalo al campo avverso:  
il caso dell'antisemitismo riguarda un tipo di cedimento sociale ben conosciuto, sempre il solito ed evitabilissimo.

No alla Coppa Uefa Under 21 in Israele "Cartellino rosso all'apartheid"

Nel giugno 2013 è prevista la fase finale degli Europei di calcio Under 21 in Israele, un privilegio questo, che contrasta fortemente con tutti i principi dello sport. Israele infatti occupa illegalmente da decenni territori palestinesi, impedendo al popolo di Palestina la possibilità di avere un futuro, di autodeterminarsi e più in generale di vivere.

Una occupazione sanguinaria e crudele che si sostanzia con quotidiane privazioni di libertà e diritti. I giovani palestinesi, infatti, non possono studiare, muoversi, lavorare e fare sport come i loro coetanei di tutto il mondo.

Emblematico è stato nei mesi scorsi il caso di Mahmoud Sarsak, un giovane calciatore palestinese che ha giocato per la squadra nazionale del suo paese e che per questo ha scontato nelle prigioni israeliane tre anni di reclusione, riuscendo ad uscirne solo dopo 92 giorni di sciopero della fame ed una significativa mobilitazione del mondo dello sport internazionale.

I bombardamenti di questi giorni su Gaza, che hanno provocato ad oggi oltre 100 morti, quasi tutti civili, con molte donne e bambini, e oltre 1000 feriti e le quotidiane violenze e angherie sui palestinesi della stessa Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est fanno di Israele un Paese fuori dalla legalità internazionale. Inoltre queste politiche da parte del governo di Israele mettono le stesse città israeliane in pericolo, come dimostrano le notizie di queste ore, rendendo ancora più assurda l'idea di far giocare in quel Paese un evento che dovrebbe essere la festa dello sport e della convivenza fra le genti.

Inoltre la distruzione delle strutture sportive e della vita sociale e culturale palestinese, sono la negazione fattuale dell'esistenza stessa del popolo di Palestina, risultando in questo modo una delle direttrici di una vera e propria pulizia etnica.

Per queste ragioni i firmatari di questo appello ritengono che la Federazione italiana gioco calcio si debba immediatamente adoperare per denunciare questa situazione ritirando la nazionale italiana dalla competizione. E' questa una richiesta che arriva da tutta Europa attraverso la campagna "Cartellino rosso contro l'apartheid" (http://bdsitalia.org/cartellino-rosso) che in questi mesi ha raccolto firme e sostegno da parte di tantissimi sportivi e migliaia di persone che chiedono all'Uefa di mettere in discussione la decisione di far giocare a Tel Aviv gli Europei Under 21.

Dall'altro lato Israele sfrutta la cultura e gli eventi sportivi, per promuovere l'immagine di una democrazia normale assediata dalla barbarie araba. Denunciamo l'atteggiamento dell'UEFA che si presta in maniera colpevole a questa operazione

Solo attraverso una pratica diffusa di boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti è possibile oggi fare pressioni in modo nonviolento sul governo israeliano, chiediamo pertanto al nostro Paese, al governo italiano e allo sport nazionale di fare la propria parte per dare al Medio oriente una reale chance di pace e convivenza.

Sit-in di protesta sotto la sede nazionale della Federazione Italiana Giuoco Calcio (via Gregorio Allegri 14)
Roma, Mercoledì 28 novembre ore 11,30

Per aderire:  NoU21inIsraele@gmail.com


L'Egitto rivoluzionario che non crede più alle menzogne dei Rais

Applaudito dai Salafiti e dai Fratelli Musulmani il neoeletto presidente dell'Egitto Morsi, con una sola mossa ha reso le decisioni presidenziali inappellabili, ovvero non ci saranno strumenti istituzionali e giuridici per opporsi alle decisioni del presidente eletto. 

Neanche pochi mesi dall'elezione e l'Egitto ha il suo nuovo Rais, sta volta “moderatamente” islamista. 

Ma se mancano strumenti istituzionali e giuridici per opporsi al nuovo corso reazionario dell'Egitto post-Mubarak, l'opposizione e il proletariato giovanile stanno tornando a sollevare la piazza ed è scontro con l'impunita macchina della repressione dello stato egiziano. 

Decine e decine le città attraversate da cortei e presidi, e nella maggior parte dei casi sono state assaltate, distrutte e incendiate le sedi del partito della fratellanza musulmana Giustizia e Libertà.  Intanto le migliaia di manifestanti che presidiano piazza Tahrir al Cairo allestiscono tende e alzano barricate, mentre tuona ancora una volta lo slogan della rivoluzione 

“Il popolo vuole la caduta del regime!”.

Quanto sta accadendo in Egitto in questi minuti non sollecita solo l'urgenza di approfondire le tendenze dei processi rivoluzionari in nord africa e altrove (su cui nei prossimi giorni torneremo) ma impone a mio avviso la constatazione che ormai una buona parte del proletariato arabo non crede più alle menzogne dei propri Rais (siano questi monarchi, islamisti o laici) e alle finte promesse di una futura Palestina libera. 

C'era un patto imposto dalle autorità ai propri governati in diversi paesi arabi fino a poco tempo fa:  cedetemi libertà civili e sociali e i nostri eserciti libereranno la Palestina. 

Quel patto costituiva una vergognosa menzogna che veniva giocata nell'opinione pubblica, mentre, e negli ultimi tempi senza neanche grande discrezione, o si accondiscendeva direttamente agli interessi sionisti e della Casa Bianca, oppure si diveniva pedina di normalizzazione dell'area tanto utile ad Israele. 

La durissima contestazione ai Fratelli Musulmani e al nuovo Rais Morsi che sta divampando in questo venerdì di lotta egiziano, proprio all'indomani del suo battesimo nelle relazioni diplomatiche orientate dalla Casa Bianca, ci dice che a Piazza Tahrir le finte promesse dei Rais sono solo altra benzina per far bruciare le barricate rivoluzionarie. 

Certo che a Gaza hanno festeggiato non appena è stata decretata la tregua! 

E come non gioire e festeggiare in piazza, e come non considerare la tregua un utilissimo momento tattico politico-militare per riorganizzare le forze! 

Ma ciò che forse da oggi possiamo salutare con il sorriso, è che sulle barricate e tra gli slogan dei movimenti in lotta nei paesi arabi torna con nuova forza politica e determinazione la parola rivoluzione al fianco della Palestina, 
ben lontana da eserciti guidati da corrotti e filo sionisti Rais tenuti al guinzaglio dalla Hilary Clinton di turno.

Viva Piazza Tahrir! Viva Palestina!

Tunisiano


Roma: Occupare fa bene!

Ho deciso di occupare la mia scuola perché mi stanno togliendo tutto

Mi stanno facendo capire chiaramente che non posso avere aspettative per il futuro, non ho più il diritto a sognare.

La mia famiglia è faticosamente riuscita, con molti sacrifici e dopo anni e anni di lavoro, a comprare una casa, con i risparmi siamo riusciti a pagare le cartelle esattoriali che arrivano da Equitalia, una volta al mese andiamo a cena al ristorante.  Io mi sto rendendo conto che non posso nemmeno immaginare quello che farò tra due anni. 

Prenderò questo diploma, e poi? 
Il lavoro non c'è, l'università costa troppo e non mi dà garanzie.

Quello che vedo adesso intorno a me è il ritratto di un paese distrutto, mi chiedono di rispettare regole e leggi mentre tutto, a partire dal soffitto della mia classe, mi sta crollando addosso.

Mi dicono che la soluzione a tutto questo è andarmene da questo paese, scappare da un'Italia sempre più misera per cercare "fortuna" all'estero. Io non voglio, voglio rimanere qui e costruire un futuro migliore, voglio sperare che fra un anno o forse dieci, sarò riuscita a riprendermi tutto ciò di cui ho bisogno lottando.

Per questo ho deciso di occupare la mia scuola, perché voglio costruire un sistema diverso di relazioni, un modo più sano per stare insieme, perché voglio crescere insieme ai miei compagni sperimentandoci in questa situazione in cui  siamo tutte e tutti uguali senza dirigenti o capi, perché le decisioni in assemblea si prendono meglio.

Durante l'occupazione sto scoprendo molte cose che televisione e giornali non dicono, attraverso i corsi di controinformazione che organizziamo ogni giorno.

Il mondo che vorrei lo sto mettendo in pratica adesso, gestendo con i miei amici spazi e tempi senza nessuna imposizione o costrizione, perché penso che il modo migliore per cambiare le cose è cambiare noi stessi, e in questi giorni io sto cambiando.

Per questo spero che le scuole occupate siano sempre di più, nella mia città e in tutta Italia, perché la mia generazione ha una scommessa importante da vincere, quella di cambiare questo paese.

un occupante

Squadre speciali, arresti differiti e daspo: la risposta "democratica e sobria" del Governo Monti alla crisi

Cominciano a delinearsi le prime misure repressive annunciate dal governo dopo gli scontri di piazza avvenuti il 14 novembre in varie città italiane.

Per fronteggiare la crisi economica e sociale e camuffare la vertiginosa caduta di credibilità politica del Governo Monti verranno ulteriormente inasprite le norme legislative e la gestione dell’ordine pubblico ispirandosi a quel laboratorio della repressione sociale che nell’ultimo decennio hanno rappresentato le curve degli stadi.
Il governo teme il conflitto sociale e soprattutto la possibilità di una saldatura stabile tra le varie componenti della protesta: 
i metalmeccanici, i precari, gli studenti, i migranti.
Per questa ragione stanno per essere varati una serie di dispositivi di natura legislativa e tecnica in grado di consentire un ulteriore giro di vite repressivo nei confronti del diritto di manifestare e di esercitare l’attività politica con incisività e visibilità.
Limiti alla libertà individuale di manifestare
Il ministro degli Interni Cancellieri ha annunciato di voler estendere i daspo, cioè i divieti di accedere alle manifestazioni sportive, anche alle “manifestazioni pubbliche” e l’arresto in differita cioè quella norma che consente l'arresto non solo in fragranza di reato, ma anche il giorno dopo, fino a 48 ore dagli scontri, sulla base delle immagini registrate.
Con una soluzione del genere saremmo ai vertici dell’afflato totalitario.

Una ragione in più per scendere in piazza nei prossimi giorni e manifestare con maggiore forza ancora, visto che è proprio questo diritto ad essere messo definitivamente in discussione.
Dopo i limiti permanenti imposti ai percorsi, l’estensione e l’istituzionalizzazione di zone rosse attorno ai palazzi della politica, ora diventa problematica anche la semplice possibilità di manifestare al di fuori di forme e contenuti sgraditi ai governi di turno.
I daspo verrebbero applicati a chiunque avesse precedenti e denunce in corso, in sostanza interverrebbero prima del giudizio finale manifestandosi come una sanzione amministrativa anticipata prim’ancora che la colpevolezza venisse penalmente accertata.
Un modo per rendere innocui gli oppositori politici.
Caccia al manifestante, arrivano i nuclei mobili di pronto intervento
L’altra misura annunciata riguarda l’introduzione di “presidi mobili di pronto intervento” sul modello adottato dalla polizia greca per fronteggiare le imponenti contestazioni che da due anni fanno traballare il governo.
La scelta di questa nuova strategia sarebbe supportata dalle analisi realizzate dalla digos e dalla polizia di prevenzione, in cui si parla di un “sistema parallelo che prescinde da chi ha organizzato la manifestazione perché si affianca a chi sfila, ma poi persegue altri obiettivi”.
Dai filmati degli incidenti di Atene e Madrid, i responsabili dell’ordine pubblico e del contrasto all’eversione avrebbero tratto la convinzione della “presenza di analogie nella pianificazione degli attacchi, mirati verso gli obiettivi istituzionali e le forze dell’ordine”.
Da qui la decisione di ricorrere a piccole pattuglie mobili, coordinate dall’alto e da osservatori in abiti civili, che non seguono più il corteo o presidiano staticamente obiettivi sensibili e sbarrano strade, ma si muovono nel territorio circostante il tragitto della manifestazione a caccia dei gruppi considerati l’obiettivo da neutralizzare.
In Grecia i Mat, gruppi speciali antisommossa, applicano una forma di controguerriglia urbana a bassa intensità che consente di sorprendere gli avversari con degli agguati e dei raid improvvisi. Avanzano in fila indiana per poi scattare all’improvviso, spuntano dal nulla per agguantare i manifestanti isolati o aggredire i gruppetti confusi e sparpagliati. Si nascondono dietro gli angoli, accovacciati tra le vetture in sosta e gli arredi urbani.
Anche la loro dotazione personale è speciale, tuta robocop, casco e maschera antigas, manganello agganciato dietro la schiena, decine di granate “incapacitanti”, cioè accecanti e assordanti, spray urticanti compreso i “capsulum”, potenti lancia-polvere di peperoncino che bruciano i polmoni. Addestrati all’arresto mirato sono in grado di infilarsi con azioni lampo all’interno del corteo per agguantare uno o due manifestanti e trascinarli via. Una tecnica già in uso nella polizia francese fin dalla metà degli anni 90.
Questi nuclei alla fine dei cortei penetravano i gruppi di manifestanti che si attardavano negli scontri con pattuglie di 5-6 uomini. Due diretti sull’obbiettivo e gli altri intorno a protezione che si facevano strada a colpi di arti marziali.
L’Italia, come ha ben scritto Salvatore Palidda su il manifesto del 17 novembre 2002, è perfettamente in linea con tutto questo. Da tempo è in atto un processo di militarizzazione delle polizie che sono addestrate a muoversi e combattere negli “ambienti urbani” ove occorre isolare quartieri, edifici, abitazioni. Non a caso sono stati aboliti di fatto i concorsi per il reclutamento nelle polizie, riservandoli ai soli militari che hanno fatto la ferma volontaria e quindi esperienze nelle guerre in Iraq, Balcani, Bosnia, Afghanistan.
Da quando l’Italia si è impegnata a fornire personale nelle guerre umanitarie, aree militari sono state attrezzate per ricostruire ambienti urbani e rurali dove si addestrano carabinieri, parà, assaltatori e bersaglieri che vanno ad operare all’estero, mentre gli stessi reparti di polizia militare sono addestrati realmente, nell’ambiente metropolitano, con l’impiego di ordine pubblico quotidiano sul territorio nazionale e sono gli stessi che operano a guardia di siti di rilevanza nazionale: cantiere No Tav in val Susa, discariche, termovalorizzatori ecc.
Di fronte a questo scenario non si può restare in silenzio. Bisogna dare battaglia contro questa nuova ondata emergenzialista e repressiva.


Verso il #6D, STRIKE AGAIN!

La giornata del 14 Novembre ha visto nelle piazze di 87 città italiane una forte opposizione alle politiche di Austerity dettate dall’Europa.

Student* e lavorator* si sono riversat* nelle strade e nelle piazze riappropriandosi del diritto allo sciopero sulla scia delle mobilitazioni europee, contestando fortemente il governo tecnico che ci ruba il futuro e ci distrugge il presente.

Dopo il 5 ottobre, giornata in cui gli student* med* di tutta italia hanno creato un primo momento di opposizione di piazza al governo tecnico, il 14 è stata una vera e propria esplosione delle mobilitazioni contro il governo Monti, sia da un punto di vista quantitativo
(con decine di migliaia di persone in piazza) che qualitativo
(con la grande determinazione nell’individuare e colpire le controparti).

La risposta delle istituzioni è stata ancora una volta quella di affidare alle forze dell’ordine il compito di fermare le proteste, servendosi di manganelli e lacrimogeni.  La polizia, che in più città ha effettuato cariche particolarmente violente, non è riuscita però a spegnere la rabbia studentesca, e la risposta è stata forte e unitaria.

Da giovedì decine di scuole si sono aggiunte alla già lunga lista di istituti occupati e autogestiti.  Siamo immediatamente tornati nelle nostre assemblee, dove il confronto ci ha portato alla volontà di rilanciare il movimento, autorganizzando le nostre lotte all’interno dei licei e delle facoltà occupate, costruendo concretamente un’alternativa al modello di scuola, di socialità, di sapere che ci viene imposto.

Riscenderemo in piazza più uniti e convinti di prima, in un primo momento il 24 novembre, con cortei ed iniziative di diverso genere, ed il 6 dicembre, data di mobilitazione nazionale.

Il 6 dicembre, giornata che coincide con lo sciopero del settore metalmeccanico indetto dalla FIOM, sarà una nuova occasione per generalizzare ed allargare il fronte della nostra lotta, connettendoci con altre realtà sociali che subiscono nella vita quotidiana il peso della crisi e delle politiche di austerità, sempre nell’ottica di una opposizione di massa e radicale, che sappia esprimere una rabbia sempre più diffusa che non può  essere incanalata nel sistema della politica partitica o sindacale.

Una giornata di sciopero sociale con cui, in tutta Italia, riporteremo in piazza trasversalmente i nostri contenuti, parlando di opposizione alle politiche economiche europee, che mirano a distruggere lo stato sociale e le nostre aspettative per il futuro.

Continueremo a portare per le strade delle nostre città le pratiche di conflitto contro questo sistema che giorno dopo giorno ci sottrae la possibilità di condurre una vita dignitosa.

STRIKE AGAIN!

Buoni o Cattivi: non è che l'inizio!

12N: Napoli;
14N: Roma, Torino, Madrid, Lisbona, Bruxelles, ecc..;
16N: Palermo.

Giornate di conflitto nelle piazze e di rabbia tradotta in capacità d'attacco e rilancio: ecco cosa gli studenti e tutte le soggettività scese in piazza nella settimana dello sciopero europeo hanno mostrato con determinazione:  ad ogni carica della polizia si resiste con caparbietà, ad ogni attacco si risponde.

Negli ultimi giorni diverse manifestazioni hanno avuto luogo nel bel paese e non solo.  Il dibattito mediatico scaturito dall'irruenza attraverso cui i movimenti si sono ripresi il palcoscenico sociale e politico è stato focalizzato da una parte sui lacrimogeni romani lanciati con carambole degne del miglior giocatore di biliardo (ed in generale su quelle che sono emerse come delle “possibili” arbitrarie brutalità poliziesche), dall'altra sui cosiddetti “gruppi organizzati” di giovani teppisti. 

E così tra una richiesta di legge per l'identificazione dei “tutori dell'ordine pubblico” e le solite polemiche su infiltrati, mandanti oscuri e complotti, la ministra Cancellieri decide di riportare in auge una vecchia proposta:
il DASPO per i manifestanti.

Una misura che impedirebbe ai manifestanti giudicati colpevoli di tornare in piazza per evitare il reiterarsi di comportamenti “violenti”.

Una misura presentata per preservare gli interessi stessi delle manifestazioni con quella spocchia paternalistica a cui ci hanno abituato finti partiti di movimento e veri partiti mediatici.

Miseria della politica, del giornalismo made in Italy. 
Miseria dell'opinione televisiva e massmediatica.

Qualcuno di questi pensatori o cronisti ha avuto il dubbio che forse le calate aliene da pianeti lontani non bastano a spiegare quello che nelle piazze italiane sta oggi maturando?!

Domanda retorica la cui risposta scontata è ovviamente “NO”.

Forse potremmo aiutarli con qualche suggerimento: 
crisi, tagli, governi tecnici, troika, scuole fatiscenti, mancanza di diritti, mancanza di reddito, nessuna rappresentanza e nessuna fiducia in deleghe, partiti vecchi e nuovi o sindacati.

Basteranno?  Speriamo di sì, ma non ci crediamo neanche un poco.

Perché se questi ragionamenti a noi appaiono fin troppo scontati probabilmente vanno spiegati meglio a certi esperti:

là dove la politica non c'è più e la concertazione è solo unilaterale, il riformismo è una strada non percorribile perché è anacronistico pensare che il problema non sia sistemico;  là dove a interloquire con le piazze, i manifestanti e le loro recriminazioni le istituzioni pubbliche (e gli interessi privati) lasciano solo camionette, agenti antisommossa, scudi e manganelli, la risposta delle piazze non può che essere quella che per fortuna abbiamo visto in questi giorni.

Evidentemente il sistema di governance è cambiato:  ma ad istituzioni in grado di rispondere alle rivendicazioni della piazza soltanto con la violenza dello Stato i movimenti stanno resistendo adeguandosi al contesto.

Se non c'è spazio da cedere ai movimenti e se le problematiche sociali vengono affrontate come questioni di ordine pubblico evidentemente il futuro va “ripreso a spinta”!  Gli unici a non averlo capito (o a fare finta di non capirlo) restano i politicanti marciscenti e i professionisti dell'opinione che da dietro le loro tastiere scrivono esalando gli ultimi loro respiri.

Così il pensiero va direttamente al caro partito di Repubblica e al suo ruolo tanto connaturato quanto infame ricoperto a Palermo nei giorni immediatamente successivi la manifestazione del 16 Novembre.

Quella redazione infatti ha subito ripetuto la solita litania di una piazza in cui tanti manifestanti “buoni” sono stato oscurati dai “cattivi” violenti.

Forse ostaggio di nostalgie in cui le proprie appendici giovanili avevano un ruolo da giocare ha così rappresentato una realtà inesistente attraverso improbabili interviste e enfatizzando particolari che nella totalità degli eventi hanno ben poca rilevanza. 

Ma, appunto, quella redazione evidentemente vive in un passato ormai defunto e risiede sullo stesso crinale che stanno percorrendo proprio le sue appendici di cui sopra.

Gli studenti intanto respingono al mittente le accuse e rivendicano la loro compattezza contro ogni tentativo di divisione del movimento:  oggi pomeriggio (21 Novembre) si è tenuta nell'Aula Rostagno una partecipata assemblea cittadina che ha ribadito questi presupposti.

Dalle scuole occupate della città (che oggi sono diventate 26!) e dalle tante altre in agitazione è pressoché impossibile sentire parole spese contro nessuna delle pratiche portate in piazza in questi giorni.

Il movimento studentesco palermitano, insieme agli insegnanti e agli universitari, ha rilanciato ancora una volta sul corteo del 24 Novembre e sulle future date da praticare per continuare un'opposizione radicale al governo dell'austerity.

Qualsiasi appellativo venga dato ai protagonisti delle mobilitazioni, l'unico dato di fatto è che l'opposizione sociale non si lascia etichettare e l'impressione davvero è che non siamo che all'inizio!

Le loro illusioni, i nostri programmi

I ministri "tecnici" discutono da giorni su come recuperare e chiudere preventivamente quegli spazi di protagonismo e conflittualità portati nelle piazze dall'esplosione del 14N.

Buon segno! 

Significa che quanto è successo quel giorno fa paura e preoccupa chi ci governa con l'obiettivo razionale di impoverirci - e indebolirci politicamente - giorno per giorno.

Comunque la si voglia girare, quel giorno all'offensiva siamo stati noi!

Ed è questo che dovremmo sempre tener presente, prima delle scontate considerazioni sulla violenza della polizia e tutti i dibattiti che seguono sull'identificabilità dei poliziotti ecc., che possono essere importanti finché vogliamo ma necessariamente minori di fronte all'urgenza di ripopolare quelle piazze, farle rivivere di quell'intensità e di quelle presenze che per un giorno hanno impensierito chi sta in alto.  

Loro devono avere paura, non noi!

Nel nostro campo il dibattito politico rischia a volte di prendere una piega surreale:  non vorremmo che si tornasse indietro di 10 anni richiamando i "bei tempi" del prefetto Serra e delle belle manifestazioni del Social Forum di Firenze che qualcuno rimpiange, quando 1 milione di persone sfilavano battendosi le mani e, a fine giornata, Prefetto, Ministero degli Interni e organizzatori delle manifestazioni si complimentavano gli uni gli altri per la "responsabilità" e il buon svolgimento della giornata.  Non abbiamo oggi nessun motivo - e nessun interesse - ad essere "responsabili"...

L'intelligenza collettiva e la maturità dei comportamenti espressi dalle piazze europee del 14N ci indicano in maniera limpida la strada da perseguire. Lasciamo i problemi della "governance" a chi si deve preoccupare di far quadrare i conti, approvare le "riforme", far passare 'a nuttata, organizzare la "governabilità"...

Noi dovremmo pensare a organizzare invece l'ingovernabilità delle ristrutturazioni in atto: nlle scuole, nei posti di lavoro, in quel sociale sempre più magmatico e imprendibile che potrebbe però presto dare segnali d'indisponibilità.

Il governo Monti sta perdendo quel consenso che media  e politica tentano diperatamente di organizzargli intorno (interpretiamo in questo senso anche il furbesco riposizionamento di Napolitano di ieri e le mossette di Bersani e Camusso degli ultimi giorni).

A partire da queste considerazioni, ci sembra quindi che tutte le misure che il governo "tecnico" sta cercando di mettree in atto:  'daspo' per le manifestazioni et similia (ben analizzati in qs edit. di Oservatorio Repressione che qui riproduciamo: Squadre speciali, arresti differiti e daspo:  la risposta "democratica e sobria" del Governo Monti alla crisi) saranno probabilmente un bel buco nell'acqua, che potrebbe addirittura ri-attizzare lo scontro sociale. 

Davvero la ministra pensa che qualche 'daspo' comminato con metodo fermerà le manifestazioni e la rabbia di chi è ormai consapevole di non potersi aspettare niente dal futuro?

Quando certi comportamenti si massificano e vengono agiti capillarmente in diversi luoghi, è segno che la dimensione si fa politica, che non vuol dire, per noi,  "trovare la soluzione" ma approfondire l'ingovernabilità.

(Abbiamo dalla nostra l'esperienza del movimento no tav  e un processo che si sta aprendo contro 45 persone.   La Procura di Torino si sforza di chiuderla in fretta con 22 udienze tra gennaio e luglio del prossimo anno... Illusioni! Sarà comunque un processo lunghissimo di cui non riuscuiranno a cancellare la dimensione politica.  Da un anno e mezzo hanno comminato quasi 100 "fogli di via" dalla valle ma la maggioranza dei colpiti dal provvedimento è presente ad ogni nuova iniziativa...).
 
Urgente, diventa invece connettere i fili di una protesta che, pur generosa, è però ancora troppo dispersa in mille rivoli che faticano a ricomporre gli altri pezzi del precariato e del ceto medio proletarizzato alla più avanzata soggettività degli studenti e delle giovani generazioni.

Se le loro sono illusioni, i nostri programmi devono diventare realtà. 

Nostro il compito di rendere tutto ciò possibile.  

Costruendo, da subito, una nuova scadenza di lotta entro la fine dell'autunno!

Tracking social media from Israel and Gaza - Interactive - Al Jazeera English

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RESTIAMO UMANI | STAY HUMAN




Egidia Beretta Arrigoni
Madre di Vittorio e sindaco di Bulciago (LC) | Vittorio’s mother and mayor of Bulciago
Location of the reading
Casa di Egidia Beretta Arrigoni, Bulciago, Italia
 Egidia Beretta Arrigoni’s home, Bulciago, Italy
Art director: Fulvio A.T. Renzi
Director: Luca Incorvaia
Assistant: Tommaso Melideo
Soundtrack: “Preludio Zero” by Fulvio A.T. Renzi
and Emanuele Wiltsch Barberio
Portrait Photographer: Giorgio Scola