Comunicato di pubblica resistenza al DDL intercettazioni

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall'Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come "ddl intercettazioni".

Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d'indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all'interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all'informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

Questo sito si dichiara altresì .. per imprescindibili motivi sia etici che politici .. deberlusconizzato .. demontizzato .. degrillizzato

mercoledì 31 ottobre 2012

Serbia e Kosovo, una relazione pericolosa

scontri interni e dispute tra UE, USA e Russia

Il 19 ottobre i leader di Serbia e Kosovo si sono incontrati per la prima volta dall'indipendenza di quest'ultimo Stato.  Il vertice, presieduto dal Commissario dell'Unione Europea per gli Affari Esteri Catherine Ashton, mira soprattutto a risolvere le tensioni etniche e a spianare la strada all'ingresso dei due Paesi nell'UE.  Nel caso del Kosovo Bruxelles caldeggia un'adesione accelerata, mentre con la Serbia frena, proprio perché non vede una soluzione alle controversie con lo Stato resosi indipendente nel 2008.

L'incontro non è piaciuto ai nazionalisti kosovari, che a Pristina si sono scontrati con la polizia.  In Kosovo sono frequenti le vendette contro la minoranza serba.  Ashton ha dichiarato che i leader dei due Paesi sono al lavoro per "normalizzare" le loro relazioni, ma per molti albanesi "la normalizzazione è indesiderabile perché la Serbia non è un Paese normale". Belgrado infatti ha una posizione negazionista rispetto ai crimini commessi durante le guerre nei Balcani.

Sui negoziati pesano anche gli interessi di tre grandi poli della politica internazionale:  la stessa UE, gli Stati Uniti e la Russia.  Gli USA sono da sempre grandi sostenitori dell'indipendenza kosovara.  L'Unione Europea ha posizioni più sfumate perché Paesi membri come la Spagna rifiutano ancora di riconoscere il nuovo Stato a maggioranza albanese.  I russi sono antichi alleati della Serbia e intendono contrapporsi all'influenza americana in questa regione.

L'adesione all'Unione Europea permetterebbe a Serbia e Kosovo di non dover più rivedere i confini, che secondo la giornalista Azra Nuhefendic sono l'aspetto più importante della controversia sull'indipendenza del Kosovo.  Religione e nazionalità secondo la reporter sarebbero solo dei pretesti per ridisegnare le frontiere.  Una sistemazione una volta per tutti della questione a livello europeo bloccherebbe anche la "balcanizzazione" di Stati quali la Bosnia e altre ex repubbliche della dissolta Jugoslavia, tutte comprendenti al loro interno minoranze serbe e di altre etnie.

la guerra fratricida della ex-Jugoslavia

La Jugoslavia federale era costituita da sei repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia) e due regioni autonome unite alla Serbia (Kosovo e Vojvodina).  Con la morte di Tito, nel 1980, scoppiano le tensioni politiche che sono all'origine della guerra civile tra le varie repubbliche che componevano lo Stato federale.  Nel periodo che va dal 1990 al 1999, con un precedente nel 1989, quando la Serbia si oppone all'autonomia del Kosovo, le parti in guerra utilizzano a più riprese la pulizia etnica per prevalere. I dati sull'entità dello sterminio sono ancora provvisori: la continua scoperta di fosse comuni ne rende incerta la valutazione. In Bosnia, secondo un censimento compiuto dalle Nazioni Unite, fino al 1994 si registrano: 187 fosse comuni, contenenti, ciascuna, dai 3000 ai 5000 cadaveri; 962 campi di prigionia, per un totale di circa mezzo milione di detenuti; 50.000 casi di tortura; 3000 stupri.  Alla fine della guerra interetnica, nel 1995, si contarono 250.000 civili uccisi, tra i quali 16.000 bambini, e oltre 3.000.000 di profughi.  Nel Kosovo, nel 1998, i serbi uccisero 1645 civili, 270.000 albanesi (152 bambini e 78 donne); i profughi furono più di 250.000. Questi dati sono stati forniti dall'Alto Commissariato Onu per i rifugiati.  La responsabilità primaria è da attribuirsi ai serbi, che hanno dato inizio al conflitto, preparato da lungo tempo; ma responsabili sono anche i croati e i musulmani, che a loro volta hanno praticato l'epurazione etnica nei confronti degli altri gruppi.

Il Tribunale per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia, con sede all'Aja, istituito nel 1993, ha sino ad oggi incriminato 91 persone, tra le quali Radovan Karadzic, presidente della repubblica serbo-bosniaca dal 1992, Ratko Mladic, suo generale e Slobodan Milosevic, presidente delle repubblica serba dal 1992.  A partire dal 1990-1991, con la dichiarazione di indipendenza da parte delle repubbliche di Slovenia e Croazia, si spezza la fragile convivenza di popolazioni appartenenti a diversi ceppi etnici (serbo, albanese, croato, ungherese, rom ), con storie e religioni diverse (cristiani, cattolici e ortodossi; musulmani; ebrei ).  L'occasione storica è propizia per la realizzazione della grande Serbia.  Già nel 1937 gli estremisti nazionalisti serbi avevano preparato un programma genocidario per il Kosovo, con l'obiettivo di ripulire la Serbia degli elementi stranieri, deportando la popolazione kosovara verso l'Albania e la Turchia.  Nel corso della seconda guerra mondiale, peraltro, gli ustascia ("insorti", movimento fascista fondato nel 1928 da Ante Pavelic, con lo scopo di combattere per l'indipendenza della Croazia) usano in Croazia il metodo della pulizia etnica nei confronti dei Serbi, compiendo un vero e proprio massacro genocidario (300.000 vittime serbe).  Su queste vicende storiche si costituisce la certezza serba di rappresentare il "bene", mentre i croati vengono giudicati "il popolo che ha il genocidio nel sangue".

Il movente principale va ricercato nel nazionalismo esasperato, coltivato non solo dai serbi, ma da tutte le parti in causa, che si configura qui come una contrapposizione di tipo etnico- religioso.  A questo va aggiunta una rivolta delle campagne contro le città e dei sobborghi periferici contro il centro, secondo una ideologia che vedeva le città come luoghi di perdizione e la campagna come autentica e originaria fonte della nazione.  L'architetto serbo Bogdanovic parla di "urbicidio", inteso come "opposizione manifesta e violenta ai più alti valori della civiltà". 


La pulizia etnica, ovvero il tentativo di rendere una data area etnicamente omogenea, usando la forza e l'intimidazione per allontanare da essa persone di un altro gruppo etnico o religioso, caratterizza il decennio 1990-1999, nel corso del quale sia i serbi sia i croati tentano di istituire territori etnicamente omogenei attraverso una guerra totale che coinvolge i civili, rinchiudendoli in lager, e che usa, oltre all'eliminazione fisica e all'espulsione dei membri di altre etnie, anche lo stupro etnico.  Il periodo può essere diviso in tre fasi: dal giugno al dicembre del 1991 con gli scontri che accompagnano le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia dal febbraio del 1992 al dicembre dal 1995, fase legata alla dichiarazione di indipendenza della Bosnia-Erzegovina, che si conclude con gli accordi di Dayton, che definiscono i territori delle tre etnie:  musulmana, serba, croata dal 1998 al 1999, in cui si vede il tentativo da parte del Kososvo di ottenere l'indipendenza e quindi la nazione serba fermata dall'intervento Nato. 



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